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Presentazione
L'elogio del raziocinio fatto qualche tempo fa da Hans Glattfelder,
uno degli espositori a questa mostra, mi da l'opportunità di
esprimere, da un osservatorio piuttosto angusto, ma tutt'altro che
insensibile, la convinzione che la battaglia del Costruttivismo non
è stata sbagliata, anzi, la certezza che questo modo di fare
arte rimane un atteggiamento fondamentale da cui non si potrà
prescindere in futuro.
Se si tien conto dei consuntivi che si van facendo riguardo a tante
mode ed espressioni artistiche degli anni recenti, si ravviva la speranza
che la ragione, fatta tacere con conseguenze negative anche in altri
campi, riprenda la sua strada, non per umiliare il soggettivo o il
fantasioso, che avranno sempre legittimità nel processo artistico,
ma per consolidare presso un pubblico più vasto la possibilità
di fondare una cultura visiva sul rapporto tra la nostra esperienza
sensoriale e la ricerca scientifica su cui poggia la nostra civiltà.
Non si dimentichi che questa cultura ha, per esempio, superato l'utilizzo
delle tecniche artistiche tradizionali ed ha aperto ampie prospettive
nel campo delle teorie dell'informazione e della tecnologia.
Una preoccupazione, di natura disciplinare, è semmai legittima,
per la quale si comprende l'animo a volte esacerbato di chi si applica
a questo genere con vero spirito innovativo: che venga meno o passi
in secondo piano il principio stesso della ricerca, il solo che davvero
giustifichi l'operazione estetica.
Non è invero accettabile che ritardatari e neoconvertiti tendano
all'effetto del risultato, per quanto bello e gratificante, piuttosto
che all'invenzione.
S'impone quindi l'esigenza di una continua verifica e la necessità
di ricerche di gruppo che impediscano deviazioni e compromessi.
L'esibizionismo personale, il compiacimento edonistico, il culto per
il prodotto in sé complice spesso una grande finezza esecutiva,
non sono meno dannosi dell'ingenuo scientismo e utopismo già
sconfitti negli anni '60 da quell'involuzione che ha bloccato, con
danni imprevedibili, ogni prospettiva di trasformazione in campo estetico.
A provocare la quale non son mancate, certo, ragioni storione di natura
politica ed economica.
Per questo è necessario che artisti vecchi e nuovi si incontrino
non solo per esporre in mostre comuni, alle quali si interessino finalmente
gli enti pubblici, ma soprattutto per lavorare in stretto contatto,
in un rapporto ricco di stimoli e di idee nuove.
Si chiarisce così il senso di questa e di altre mostre similari
allestite negli ultimi anni nel Veneto, e si apprezza il fervore operativo
e la solidarietà di gruppo evidenziati, ad esempio, dal Centro
Ricerche Artistiche Contemporanee «Verifica 8+1» attivo
a Mestre.
Le forme dell'arte costruttivista e razionale, detta anche, a seconda
dei casi, cinetica, visuale optical, ebbero la loro massima espansione
negli anni '60, a seguito della crisi dell'informale che aveva riaffermato
l'individualismo contro l'invadenza della tecnologia.
Nacquero da scelte ben precise sul piano artistico, sulla base di
una situazione politico-sociale che lasciava presagire cambiamenti
positivi per tutti.
Uno dei maggiori bersagli di quest'arte fu in consumismo, che tuttavia
non si arrestò neanche dopo il '68, quando le nuove espressioni
dell'arte povera e concettuale, mercificate anch'esse, prevalsero
sull'idea di traformare alcuni elementi della tecnologia in risultati
di valore estetico.
Il costruttivismo intese soprattutto spostare l'interesse verso eventi
obiettivi, fenomeni verificabili, per i quali non fosse necessaria
alcuna interpretazione soggettiva.
L'arte, che avrebbe avuto una destinazione sociale più allargata,
doveva esprimere l'energia insita nell'operazione creativa, e non
poteva, dati gli orientamenti del nostro tempo, prescindere dai fermenti
innovatori in atto.
Chi seguì con fede convinta questa strada assunse un atteggiamento
analitico e critico al fine di rivelare i rapporti interni dell'opera
e, conseguentemente, gli effetti, a volte inattesi, che questa produce
nello spettatore impegnato a scoprirne, con la bellezza, l'originalità
del processo. È chiaro che trattandosi di un'operazione
estetica non si mirava ad abolire l'emozione, l'eccitazione visiva,
per manifestare solo una riflessione analitica e il risultato di un
puro e semplice processo mentale.
«L'attività speculativa dell'arte moderna - scriveva
Apollonio - per essere analitica e critica, si prefigge di chiarire
il processo creativo, ed ha accertato che in esso convergono razionalità
e sensibilità. Molti credettero che si trattasse soltanto di
semplici espedienti ottici e meccanici, mentre il fondamento teorico
promuoveva la fusione del dato visivo e del dato conoscitivo».
Gli artisti presenti in questa mostra non intendono consegnarci con
le loro opere un mondo obiettivo, fuori di noi, sul quale sia assente
ogni nostro intervento; il loro prodotto stimola una lettura che chiarisce
la disposizione delle strutture del quadro che vengono di volta in
volta istituite.
E questo senza presumere che l'imprevisto, anche se ridotto al minimo,
si possa mettere fuori gioco, o che il vissuto, espressione di personale
esperienza, sia bandito.
Pensando allo sviluppo dell'opera in fase preliminare, nella quale
ogni elemento è posto in modo inseparabile dal contesto strutturale,
accettano l'idea che in esso si verifichi quel tanto di indecifrabile
che si riscontra, inevitabilmente, in ogni azione dello spirito umano.
Rifiutano, invece, un giudizio sull'opera basato sui criteri dell'estetismo
tradizionale che valorizza soprattutto i fenomeni indeterminati presenti
nella struttura e nella visualità dell'opera.
Come
negli anni '60 fu storicamente motivata l'avversione della Nuova Tendenza
- vedi il GRAV di Parigi, il Gruppo Zero di Dùsseldorf, N di
Padova, T di Milano - all'arte informale che contrapponeva l'intimismo
individualistico all'espandersi delle forze tecnologiche, così
oggi riacquista un senso, per una giovane generazione di artisti,
il recupero della razionalità, del metodo, della interdisciplinarità,
dopo l'invadenza delle forme di un esasperato individualismo.
E ciò al fine anche di una rigenerazione - oggi più
che mai necessaria, seppure tanto difficile - del rapporto artista-società.
Non si dimentichi un'esigenza sempre presente nel movimento: l'applicazione
pratica di quei motivi che avevano stimolato e sorretto la creazione
estetica, la convinzione che certi fenomeni della percezione possono
essere impiegati a fini sociali, per una diversa organizzazione dell'ambiente
in cui l'uomo vive.
Si accennava, prima, alle degenerazioni che si sono verificate in
seno al movimento.
Il linguaggio delle rappresentazioni artistiche non sempre in realtà
ha conservato una coerenza tra contenuto e forma, non solo per il
dilettantismo di alcuni artisti che hanno aderito a tali rappresentazioni,
ma anche perché la formulazione linguistica, sottovalutata,
è stata utilizzata per fini estranei alle prerogative dell'evento
creativo.
Chiamiamo
ancora una volta in causa Apollonio, che, in un lucido saggio del
1973, pur consapevole delle numerose involuzioni e contraddizioni,
faceva una strenua difesa del movimento.
Dopo aver affermato che «con tutti i limiti e tutte le riserve
che si possono fare alla ricerca cinetica, nei suoi esiti qualificanti
e di livello originale, essa ha in ogni caso avanzato ipotesi edificatrici
che non ebbero riscontro alcuno nelle esperienze successive»,
si augurava che un tale merito un giorno potesse essere ripreso e
continuato con gli apporti di altri insegnamenti e di altri concetti.
La presente mostra che allinea, accanto a qualche maestro già
noto e ormai storico del movimento, un numero considerevole di giovani
decisi a non uscire dalla formulazione linguistica legata ai principi
dell'evento creativo, ci pare costituisca l'esempio più probante
di un rinato interesse per la ricerca costruttivista.
A Marostica si è voluto evidenziare lo spirito di ricerca che
anima un gruppo di artisti provenienti da aree geografiche diverse,
ma senza la pretesa di voler essere esaurienti o la presunzione di
aver fatto una verifica criticamente approfondita.
Perciò l'internazionalità è qui da intendersi
solo come apertura verso artisti che, in comunione d'intenti, operano
in vari paesi: o con la coerenza di sempre o con generoso giovanile
fervore; in ogni caso con alta professionalità ed intelligenza.
Essi sono: Jean Allemand, Beppe Bonetti, Sara Campesan, Hans Jorg
Glattfelder, Eduardo Jonquieres, Koichi Kozuru, Attilio Marcolli,
Marcelle Morandini, Philippe Morisson, Gaetano Pinna, Renato Spagnoli,
Roberto Vecchione, Shizuko Yoshikawa, Guido Zanoletti.
(Giuliano Menato) |
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Jean Allemand "Tension" - 1981 
Beppe Bonetti "Variazioni modulari" - 1982 
Sara Campesan "Rotazioni su corone circolari di una forma
base" - '82 
Hans J. Glattfelder "Matefora non euclidea" - 1982

Eduardo Jonquieres "pittura" - 1980 
Koichi Kozuru "Superposition PB" - 1982 
Attilio Marcolli "Interazione della forma: struttura trasformazionale
opaca, bianconero n.1" - 1981 
Marcello Morandini "Dokumenta urbana Kassel" - 1982

Philippe Morisson "Senza titolo" 
Gaetano Pinna "SA - B4/14" 
Renato Spagnoli "Senza titolo" 
Guido Zanoletti - 1982
Informazioni

Tratto dal catalogo "2a Biennale d'Arte Contemporanea"
27 marzo - 1 maggio 1983
Saloni del Castello Inferiore
Città di Marostica - Assessorato alla Cultura.
testi di Giuliano Menato, Giorgio Segato, Mario Stefani.
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