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Arcaismo moderno
Il
senso storico nasce dal rapporto strettissimo, senza soluzione di
continuità, tra passato, presente e futuro, dove il presente
si snoda in sintonia con se stesso ma anche come derivazione di ciò
che è stato, pronto a farsi condizione "quo ante"
preparatrice del tempo prossimo. È questo il modo di pensare
della cultura occidentale costruita sul valore della storia; l'Oriente,
invece, che concepisce la storia come non-valore perché frantumatrice
del Totale, organizza in modo diverso il modello mentale del tempo
ed elabora il concetto dell'Ourobòros o dell'eterno ritorno.
Le invenzioni artistiche di Verdiano Marzi, sammarinese residente
in Francia, sembrano mediare in qualche modo queste due concezioni
ed ogni suo lavoro appare carico di valori quasi metastorici ed eterni
ma al tempo stesso si connota secondo moduli espressivi moderni, sicché
la visualizzazione dell'evento evoca lontanissime valenze che si "incarnano"
in involucri linguistici contemporanei.
Ragion per cui mi pare giusto definire "arcaismo moderno"
il suo linguaggio e le opere che ne derivano. Si veda, ad esempio,
il complesso di volumi policromi "Studio di monumento" (costruito
in marmo grigio dell'Alta Savoia, marmo rosa del Portogallo, marmo
rosa di Verona, graniti azzurri delle Ande, marmo makauba celeste
del Brasile con aggiunta di cemento armato ed incrostazioni musive
in pasta vitrea nonché di volumi in polistirolo con superfici
di scagliola e sabbia e parti policrome in acrilico): alti 120 centimetri
essi costituiscono un progetto di elementi destinati ad innalzarsi
oltre i tré metri.
Un compendio stupendo di materiali antichissimi e moderni, sintesi
di esistenza storica fra passato e presente, ma anche, come si diceva,
fenomeno di "incar nazione" di evocazioni archetipiche sulla
scena della contemporaneità.
Totem del nostro tempo potremmo chiamarli, ricorrendo all'antropologia
freudiana che vuole il totem come progenitore e nume tutelare imponente
le regole sociali fondamentali (e la cui violazione determina la nascita
del tabù) ma anche richiamandoci all'antropologia sociale del
Durkheim che vede in esso l'identificazione del sacro e del sociale,
simbolo e bandiera del clan sfociante nel religioso.
La valenza arcaica di cui sono pregni apparenta i volumi policromi
alle morfologie dell'architettura megalitica sviluppatasi alla fine
del Neolitico e nell'età cuprolitica (ai men-hir bretoni, per
intenderci; oppure ai cromlech di Stonehenge o agli allineamenti di
Carnac) reinventate però e dunque rivissute con materiali anche
attuali che esplicitano la sensibilità del nostro tempo; mentre
le parti musive in pasta vitrea e gli elementi policromi in acrilico,
frantumando la luce e moltipllcandone i valori quantitativi e qualitativi
in rapporto al mutare dell'intensità della fonte erogatrice,
sottolineano il senso vibrante del transitorio e del rinnovato in
un'ottica circolare che consente poi il ritorno alla condizione previa.
Come dire: un porsi a mezzo tra il Divenire e l'Essere, tra Eraclito
e Parmenide, tra la dimensione vettoriale della storia e quella ciclica
dell'Ourobòros.
Nei bassorilievi policromi concepiti come proposte di moduli architettonici
(supporti lignei, volumi in polistirolo e stucco di scagliola nonché
policromia acrilica) Marzi inserisce quasi sempre una parte centrale
musiva in pasta vitrea con marmi, a volte di Carrara e neri del Belgio.
A quest'ultima egli affida il compito "ambiguo" di tenere
assieme le altre due parti (come fosse una specie di ele mento calamitato
unificante) oppure di separarle marcandone la diversa collocazione
spaziale e finanche la differente sostanzialità.
L'ambiguità consiste nel fatto che l'artista non manifesta
chiaramente il suo pensiero circa la funzione della struttura mediana
e quindi lascia libera e ampia la possibilità ermeneutica del
fruitore il quale, innestando la sua sensibilità e la sua esperienza
(in altre parole il suo vissuto) sull'esperienza dell'autore attraverso
la vita autonoma dell'opera, compartecipa alla "creazione"
continua dell'oggetto di cui si accresce il senso ogni qual volta
su di esso si esercitano azioni nuove di lettura.
Polarità ed ambiguità sono connotati peculiari del linguaggio
di Verdiano Marzi e ne costituiscono l'artisticità di fondo,
se è vero che l'arte è sempre ambigua, intrigante, qualitativamente
sospesa tra il dire e il non dire, offerta alle possibilità
pure e quindi aperta alle potenzialità innumerevoli e mai esaustive
dell'interpretazione.
Un'altra prova egregia di questo assunto la fornisce "Le mur
vivant", proposta di moduli da realizzarsi in dimensione monumentale.
Di nuovo una sincrasi di materiali vari, alcuni carichi di arcaicità,
altri figli della produzione industriale del nostro tempo; dal bronzo
ai marmi, dalla pasta vitrea incisa a quella trasparente, agli stucchi
di scagliola policromi, in un "allestimento scenico" che
fa dell'opera (e della vita che simbolicamente rappresenta) un evento
spettacolare.
Una proposta di environment aperto a molteplici occasioni inventive,
dove il movimento è implicito (moduli con valenza autonoma,
aggregabili e disgregabili rispetto all'insieme) ma anche esplicitato
dai giochi sapienti di una luce che sulle superfici si dona con ogni
possibilità qualitativa: a volte lambendo e scorrendo via,
a volte facendosi catturare dalle materie, a volte sollecitando la
generazione spontanea di quantità luminose omologhe intrise
nelle trasparenze vitree.
Il tutto nel totale coinvolgimento dell'astante che percettivamente
è indotto ad entrare nello spazio e nel tempo scenico, a farsi
personaggio anch'egli dell'avvenimento, a collocarsi accanto agli
elementi plastici con i quali si lega intimamente ed empaticamente.
Sicché non esiste più il "di qua" e il "di
là", determinandosi ancora una dimensione di ambiguità
ricca di possibilità infinite, quasi una sorta di liminalità
in cui nulla accade ma tutto può accadere, in cui si percepisce
la profondità dell'Essere ma anche il senso del Divenire attraverso
il kràtos del poter-essere: la condizione piena dell'arte,
nella quale artista opera e fruitore si catturano in un circolo ermeneutico
di domanda e risposta continuo ed ammiccante e dove storia e non-storia
si fanno unica cosa, nell'accezione tedesca di Ding (che è
di genere neutro).
Armando Ginesi |
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Bassorilevo policromo
(proposta di modulo architettonico) - 1986
Legno, polistirolo, stucco in scagliola, acrilico, pasta vitrea e
marmo 
"Le mur vivant" - 1983-86
Bronzo, marmi, pasta vitrea incisa, pasta vitrea trasparente, scagliola.
Altezza max 22 cm. 
"Bassorilievo policromo" - 1986
Legno, scagliola, acrilico, polistirolo
86x60 
"Armonia in bleu" - 1986
Legno, scagliola, acrilico, polistirolo
86x60 
"Bianco ma non troppo" - 1986
Legno, scagliola, acrilico, polistirolo
50x70
Informazioni

Tratto dal catalogo: "Scultura - Verdiano Marzi. Arte
e Scienza - Progetto Santachiara" realizzato in occasione
della XLII Biennale Internazionale d'Arte di Venezia 1986 -
Padiglione Repubblica di San Marino- Corderie dell'Arsenale.
Testi di Armando Ginesi
foto di Sylvain Belot, Studio TAN |
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