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L'Umanoide Tutto Computer - Mattia Moreni

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  L'Umanoide tutto computer
di Claudio Spadoni

Mattia Moreni - Particolare Una prerogativa della critica, si sa, è di prendersi molto sul serio.
Anche per non essere da meno degli artisti. Soprattutto se deve dare spessore a quella leggerezza del pensiero, e di riflesso anche all’arte, di cui si parla ormai da tempo, chiamando in causa i sempre più vasti domini dei mass media.
Potrebbe dunque sembrare disdicevole tagliar corto scrivendo semplicemente – come ha fatto un critico americano non sprovveduto – che oggi “l’arte viene comprata e venduta perché è sexy”, omettendo tuttavia di spiegare se sia prodotta per lo stesso motivo, e che rapporto abbia questo con la leggerezza.
Che i mass media siano modelli nei quali l’arte e la critica si rispecchiano, o coi quali debbono comunque fare i conti ormai senza alternative (anche se nel dare e avere è proprio l’arte ad essere in debito) non è di irrilevante significato.
Mattia Moreni - Particolare E non sembri un paradosso se, per liberarsi da ogni pesante ingombro, l’arte d’oggi punta ad una “radiosa assenza di significato” – come ha scritto un attento osservatore.
E’ ormai la sua rassicurante carta di credito, di cui si chiama a garante l’eredità delle neoavanguardie degli anni ’60-’70.
Poco importa se i nuovi eredi, votati ad un multiforme ‘ipermanierismo’ (non molto diversamente da certi devoti della pittura ‘anacronista’) vivono euforicamente la dissipazione di quella “poderosa struttura di pensiero (…..) tesa ad un grande progetto”.
Parola del teorico dell’Arte Povera.
Il quale, salito ormai alla carica di plenipotenziario dell’internazionale artistica, trascura il non marginale dettaglio che quella vicenda ha seguito, come ogni altra, un destino consumistico di perfetta integrazione nell’odiato ‘sistema’.
Con buona pace degli iniziali pronunciamenti guerriglieri che si addicevano perfettamente al ’68. Tutto già implicitamente preannunciato e servito ‘ready-made’ da Duchamp sulla ‘ruota’ del ‘13. Quando si dice la cabala!
E le amenità offerte a piene mani dalla critica che continua a definirsi militante?
Veri capolavori, spesso, di inconsapevole ironia.
La ‘giovane critica’, poi, agguerritissima come pretende la sua qualifica e come richiede la situazione, con una concorrenza che si è fatta massiccia, ne sforna a getto continuo.
Bisogna comprenderla: si è scelta i migliori maestri nel genere, senza dire che trova nell’alluvionale produzione artistica, soprattutto dei coetanei, materia di ispirazione in sovrabbondanza, ed eterogenea, in apparenza, come non mai.
Mattia Moreni - Particolare Forse non ha torto il Perniola quando scrive che “i problemi dell’estetica sono oggi essenzialmente questioni di transito tra produzioni, tra generi, tra culture diverse.”
Questioni di passaggi, magari, da una condizione a un’altra, che non possono essere ricondotti semplicemente ad una faccenda di linguaggi diversi, tutti ugualmente risucchiati in una spirale di contaminazioni, di riciclaggi, di ‘replicazioni’.
Tra i poli, considerati estremi, in realtà spesso coincidenti, di una concettualità riveduta e corretta, ecco, resa più mondana, e di un infantilismo non si sa quanto ostentato.
Ci si dovrebbe chiedere cosa nasconda questa “radiosa assenza di significato”, questa pelle screziata, cangiante, imbellettata a piacere.
Che sia in atto una mutazione antropologica di cui l’arte tradisce, magari inconsapevolmente, e confusamente, i sintomi, Mattia Moreni lo va sostenendo da tempo.
Ma Moreni, pittore di calibro internazionale da ormai quarant’anni, è un personaggio scomodo, un ‘apocalittico’ che non si è mai sognato di integrarsi.
Sempre fuori dalle convenzioni, dalle righe tracciate dai ‘tastemakers’, ossia i fabbricatori e manipolatori del gusto che tengono le redini dell’arte.
Riesce perfino a suscitare ancora lo sdegno di persone dabbene, anche se sono ormai lontanissimi i tempi in cui ‘épater le bourgeois’ non era poi un’impresa tanto difficile, e poteva essere considerato anche molto snob.
Altra storia; Moreni appartiene alla generazione salita alla ribalta nel secondo dopoguerra, e per molti aspetti condivide lo spirito individualista, diciamo pure anarcoide, che ha contraddistinto alcuni tra i suoi più forti e tragici protagonisti.
Mattia Moreni - Particolare Solo che lui, solitario navigatore d’altura, non si è perduto tra i marosi di drammi esistenziali insostenibili.
E tanto meno si è adagiato sui raggiungimenti, subito riconosciuti senza riserve, della stagione abitualmente classificata come ‘informale’.
Com’è accaduto invece a non pochi, che hanno operato un graduale viraggio dalla metafora esistenziale della materia e del gesto, ad una cifra stilistica di consumata sapienza formale.
Belli a vedersi, così ingentiliti, raffinati, impeccabili.
Anche troppo.
Non era questa la metamorfosi soffice, accattivante, che potesse appagare un cultore di ossessioni come Moreni.
Il pensiero del mutamento, la sua narrazione, si potevano gia cogliere fin quasi dalle opere antecedenti la gestualità prorompente dei maturi anni ’50, così poco italiana e meno che mai padana: semmai, direi proprio da nordico allucinato per overdose di tensione, di vitalismo apocalittico, se così si può chiamare.
Ed è stato poi un crescendo di ambiguità, dai ‘cartelli’ alle ‘baracche’ alle ‘angurie’.
Un’epopea del tragico che mutava di accenti, di strutture narrative, in cicli di opere dove lo stesso mutamento dei modi pittorici si poteva intendere come metafora dell’ambiguità.
Mattia Moreni - Particolare Un’allarmante messa in scena di una trasformazione, forse irreversibile, di ciò che si definiva ‘naturale’, di cose ben note, familiari, l’immagine delle quali svaporava in possibilità ancora sconosciute.
Un’agonia strisciante, raffreddata in processo chimico per via tecnologica, prefigurata come passaggio ad un altro stato della materia.
Non si trattava più di impennate furiose, di deflagrazioni (una terminologia ricorrente nella letteratura critica moreniana), ma di trasmutazione lenta e insidiosa.
Un dramma biologico non più urlato e meno che mai addolcito in una contemplazione intimistica.
Figuriamoci.
Non è parola, questa, che possa rientrare nemmeno di straforo nel vocabolario del nostro.

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Video: L'Atelier di Mattia Moreni
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L’interfaccia utente e la caratterizzazione grafica sono state realizzate in sintonia con il catalogo delle opere della mostra omonima.
I capitoli di cui è formato il dvd sono:
presentazione, intervista / video, sequenze, catalogo opere (colori su tela, pastelli ad olio), testo critico,
internet, copyrights.

Il DVD è stato realizzato con sistema di Authoring Scenarist Edk e Adobe Encore DVD.
La Post-produzione video è stata realizzata con sistema DPS Velocity mentre la post-produzione audio con il software SoundForge.

 
 
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