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L'Umanoide tutto
computer
<< sala 1
Osservando le cose con gli occhi di uno scienziato, visionario per
necessità narrativa, Moreni muoveva il registro di un’alchimia
pittorica lucidamente calcolata, magistralmente trasposta in un’estrema,
ammiccante, disincantata autorappresentazione.
Ma s’intende bene, rivolta ancora e comunque ad una narrazione
complessa.
Il tema dell’Eros, con l’immagine del sesso femminile
ginecologicamente esplorato come “membrana trasmittente messaggi
che non conosciamo” – annotava Moreni vent’anni
fa – divenne poi la figura dominante, il passaggio obbligato
della grande epopea della decadenza.
Non può sfuggire il riproporsi dell’ ‘urlo’,
che un tempo era stato ‘del sole’, nella debordante ‘Atrofica’
del ’79.
Un urlo diverso, si capisce, che attraversava ogni fibra di una pittura
di implacabile acribia, stupefacente e sconcertante ad un tempo.
Ma anche per questo un urlo amplificato, che stravolgeva il tema stesso
dell’Eros così come abitualmente inteso, per farne la
figura esemplare di un mutamento in atto, l’icona dissacrata
di una ‘naturalità’ ad uno stadio terminale.
Una ‘metafora ossessiva’, si è detto in altra occasione.
La vulva messa in scena per un’ultima, memorabile rappresentazione,
era insieme volutamente patetica e allarmante. ‘L’origine
del mondo’ di monsieur Courbet, che sembrava lì, a due
passi, era ormai lontanissima; ancora così ‘nature’,
senza gli additivi e il maquillage e le luci al neon e tutti gli artifici
moreniani.
La ‘regressione della specie’, diventato il ‘leit-motiv’
di una lunga stagione operativa sfociata nei recenti ritratti computerizzati,
aveva dunque trovato già nei sessi – le ‘marilù’,
alla Moreni – (e a ben vedere, ancora prima, nelle angurie,
sessuate e non) la sua eloquente anticipazione.
Ma è ancora un passaggio anche specificamente pittorico a renderla
più esplicita, a conferma anche di quei titoli-scritture che
dipinge – letteralmente – sulle tele ripetendoli come
uno slogan, rendendoli più sapidi con un lessico tutto suo,
suggerendo riferimenti ironici o beffardi.
Magari con un finale “perché?”. Non si tratta,
è chiaro, di una ‘spiega’ dell’opera, ma
di un equivalente narrativo che ‘funziona’ anche, starei
per dire, come prosa pittorica. “L’aggressione della
regressione della ‘specie belle arti’ regredisce le sue
larve con ferocia sul Dada consumistico e sul tutto consumato in mutazione”.
Quasi un manifesto di quel “mestiere dell’attenzione”
che Moreni esercita dal suo appartato laboratorio (per un ‘mister
chimica’ è più calzante del normale atelier, oltretutto
molto demodé), ma con antenne sensibilissime anche ai segnali
più lontani.
E dai tubi, sfiatatoi, rubinetti, conduttori fluidi, alle scatole
intubate, alle pattumiere di una modernità infantile (un primitivismo
alla Disneyland) alle geometrie indisciplinate, e insomma a tutto
un campionario di oggetti-figure come sorpresi in lubriche congiunzioni,
o in patetiche, paradossali metamorfosi, non poteva mancare una caustica
evocazione di sacri nomi dell’arte, pietre miliari della conclamata
modernità.
Con tanto di dediche. ‘Art about Art’, come si direbbe
in questi casi? Nemmeno per sogno.
Con Moreni è tutt’altra faccenda: tutti insieme, a sfilare
in una carnevalesca parata della regressione: in “retromarcia”
inconsapevole.
Si sarebbero molto divertiti quegli ‘Incohérents de l’académie
du dérisoire’ che oltre cent’anni fa, tra una festa
da ballo e un’altra, avevano anticipato l’infantilismo
nichilista dada, l’apologia del banale, le sculture viventi,
i monocromi, e non so quali altri raggiungimenti dell’arte del
‘900.
Peccato che loro per primi non prendessero sul serio le proprie amenità.
Né se stessi, non sospettando di quali magnifiche sorti e progressive
– li avesse sostenuti il talento (e la critica) – avrebbero
potuto diventare i profeti.
Al festival della regressione non poteva mancare il suo gran regista,
che non ha esitato a calarsi anche nel ruolo di primo interprete.
Per certi aspetti, una celebrazione del ‘mito personale’,
squadernato in una moltitudine di autoritratti che non teme confronti.
Da far impallidire il povero De Chirico col suo corrucciato, aulico
narcisismo.
Ma per Moreni si tratta di un Narciso ‘artificato’, che
ha impastato l’ossessione vangoghiana di una ‘mondezza’
consumistica portata in fibrillazione dai congegni elettronici che
ormai ne fanno parte.
Un’oscena fusione di organico e tecnologico.
Un Narciso che impudicamente recita, magari ‘desnudo’
come la goyesca ‘Maja’, una commedia dell’arte giunta
alle battute conclusive, dove la pittura esibisce la propria parodia.
Ma con la consapevolezza che il “dipingere pattumierato”
è una condizione, per così dire, epocale, da “fine
dell’umanesimo”, ossia della cultura che si diceva umanistica.
Uno spettacolo – nel senso, appunto, dell’attuale spettacolarizzazione
di tutto – il Mattia Moreni, figlio di un ufficiale di cavalleria,
calato nei panni di un umanoide in trasformazione, o di ‘laida
danzatrice di flamenco Punk, andalusa asburgo’, di ‘protostorico
della modernità che non ha avuto ancora luogo’, di ‘bambolo’,
di ‘ultimo idiota con computer’, di ‘scarabocchio
con computer’, di ‘ultimo viscerale’, e via a seguire
con questa fragorosa, strampalata passerella di figure grottesche.
Uno spettacolo da febbre del sabato sera di un’umanità
elettrizzata dai rituali collettivi, dai variopinti miti di massa.
E poiché le Belle Arti, come scrive Moreni, sono “lo
specchio lampeggiatore” il segnale da interpretare di una condizione
generale, anche la sua pittura si cala nella parte di un infantilismo
da “asilo nido, asili patologici”.
Quale paradosso, si sarebbe tentati di dire, per un pittore di razza
come lui.
E un altro paradosso potrebbe apparire il fatto stesso che continui
a dipingere, pur dichiarando senza mezzi termini che “oggi l’avanguardia
è l’elettronica”.
Solo che l’arte attuale, anche quella più intrigata dall’elettronica,
in realtà ne va a rimorchio, balbettando un linguaggio di cui
ignora quasi tutto che non sia ‘déjà vu’.
Accarezza il mito del nuovo, ma è ancora quello coltivato dalle
prime avanguardie e invecchiato con tale rapidità da produrre
un’archeologia del ‘moderno’ che ora si riveste
di panni alla moda. Un
‘prèt à porter’ di gusto decisamente rétro.
Lo sconquasso Dada è diventato via via dadaumpa, o un dadapop
dadapunk dadarock dadafunk dadahip-hop, un aciddada e magari un afrodada:
una spruzzata di tribalismo – please – nella salsa americana.
Ballabili ‘pour tout le monde’, o cose che fanno ‘tendenza’.
O in altri casi, un dada per vetrinisti di successo, da alta ‘boutique’.
Meglio, per Moreni, raccontare questo spettacolo di un mutamento genetico
anche dell’arte, facendo la sua parte di pittore disincantato,
offrendo degli ‘identikit artificati’ dipinti “con
il pulito la freddezza l’eleganza dell’età elettronica”.
A costo di far storcere il naso sia a chi della pittura non vuol più
sentir parlare, sia ai pochi, ormai, che fanno voti per la sua sopravvivenza,
magari in qualche riserva.
Ma Moreni dipinge la premonizione che l’arte, avviata ad un
futuro elettronico e digitale, non sarà comunque più
la stessa.
Così come l’uomo, di cui enfatizza l’aspetto ibrido,
indefinibile mutante, ormai una cosa sola col computer. Il grottesco
nasconde come può la pena, il dramma della mutazione.
Se un tempo la pittura di Moreni era paurosamente apocalittica, ora,
dopo tutti i possibili salassi alla ‘visceralità’,
nell’ ‘umanoide tutto computer’ offre il suo volto
più asettico, ‘artificato’, appunto, come un prodotto
di laboratorio biogenetico.
Se si vuole, si può intendere anche questa come una diversa
apocalisse, strisciante, raffreddata perché passi quasi inavvertita.
Un’apocalisse genetica anestetizzata, svuotata d’ogni
residuo tragico, che oggi Moreni trasfigura nella parodia dell’uomo
elettronico, per molti aspetti erede ‘futuribile’ dei
vari idoli, mostri, caricature, automi, assemblati quali proiezioni
dell’immaginario tecnologico di inizio secolo. Ma
qui il passaggio da una visione per così dire meccanomorfa
alla premonizione di un divenire nel segno dell’elettronica,
è decisivo.
Le figure umane computerizzate sono come trasmesse in video, su comando
digitale.
Quasi fossero sequenze, per ora, di una realtà virtuale dai
risvolti farseschi, ma le cui probabilità di prendere corpo
in un futuro prossimo, o comunque di dilatare mostruosamente i propri
effetti e i propri confini, risultano imprevedibili.
L’istrione Moreni – nel senso letterale di maestro dell’istrionica,
l’arte della recitazione teatrale – pigia il tasto del
grottesco, come si diceva, ma quasi a farne intravedere la progressiva
standardizzazione. L’ossessione, comunque, è la stessa
che lo ha mosso da sempre; solo, mutata di accenti.
Anche per via di un pensiero lungamente esercitato dalla sua postazione
di osservatore attentissimo del gran teatro dell’arte e della
cultura ufficiali.
Per poter fare anche il verso, magari, all’inappuntabile seriosità
come alla “radiosa assenza di significato” che mascherano
un inconsapevole ‘cupio dissolvi’.
Insinuando ‘perché?’, sciorinando iperboli visive,
agitando paradossi, passando al suo alambicco le parole, o rivoltandole
nel suo ‘barocchetto grassottello’, Moreni si diverte
anche a bacchettare la critica bacchettona.
E ancora oggi sembra molto più giovane di tanti giovani artisti,
vecchi già sul nascere.
Senza saperlo.
(Claudio Spadoni) il dvd di moreni
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