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Presentazione
C'è
un tema che ricorre nell'ultima fase del lavoro di Ampelio Zappalorto:
la testa, il capo.
Un luogo iconografico in cui convergono diversi itinerari simbolici,
un linguaggio in cui si traducono reciprocamente una mitica anatomia
umana ed una spirituale geografia cosmica.
Un luogo simbolico e quindi ambivalente, destinato a raccogliere gli
aspetti contrari del negativo e del positivo, la tensione degli opposti.
Innanzitutto una serie di opere bidimensionali, dipinti e grafiche
in cui campeggia, isolata nello spazio come un pianeta, una testa
vista di scorcio, inclinata in avanti, a mettere in evidenza la calotta
cranica.
I tratti del volto sono estremamente stilizzati e androgini.
Sotto la testa talvolta un'altra semisfera a riprendere la forma del
capo: una ciotola, una coppa. Nella calotta spesso vengono inscritte
delle immagini di un profondo valore archetipico: un sole, un cuore,
un'immagine del globo terrestre con il profilo dei continenti, un
serpente i cui avvolgimenti mimano i meandri del cervello.
Alla testa marcata dal cuore corrisponde una coppa colma di sangue.
A quella caratterizzata dal globo terrestre corrisponde la parte in
ombra del globo stesso, dalla bocca esce la lingua nel gesto di assaggiare.
Al serpente-cervello corrisponde un punto aureo.
In altre opere il motivo è quello del rispecchiamento, nella
relativa ciotola compare rovesciata l'immagine del volto.
In un ultimo gruppo di lavori spariscono alcuni elementi e ne compaiono
altri, di natura differente.
Sotto il volto manca la coppa, la bocca è impedita da una mordacchia
che in un caso consiste in un pezzo di stoffa e nell'altro è
rappresentata da un piccolo globo terrestre.
Infine sono gli occhi ad essere impediti, bendati, e la lingua lambisce
la fiamma di un cero.
Sarebbe interessante decifrare partitamente ogni singola opera, per
riconoscere i rimandi più o meno scoperti a quel testo intricato,
a quel vocabolario insieme contraddittorio ed unitario che ci è
stato consegnato dalle civiltà arcaiche. Qui è invece
necessario limitarsi a sottolineare il fatto che l'insieme delle icone
che Zappalorto utilizza è costruito e funziona primariamente
in riferimento al simbolo del punto, del cerchio e della sfera.
Il cerchio è lo sviluppo del punto centrale, la sua manifestazione,
è insomma un punto esteso e con cui condivide le proprietà
simboliche di perfezione, totalità, assenza di distinzione
e divisione.
La sfera non è altro che il cerchio nell'ambito dei volumi.
Trasferendoci dalle forme geometriche al mondo umano, mette conto
ricordare come l'uomo perfetto, l'androgino originario, fosse concepito
come sfera. Così, passando dalla sfera alla testa e al mondo
troviamo la corrispondenza fra microcosmo e macrocosmo.
Per la sua forma la testa umana è paragonabile appunto all'universo
che, come sostiene per esempio Fiatone nel Timeo, possiede forma sferica.
Come la testa anche la coppa è simbolo cosmico, l'immagine
della volta celeste.
Lo slittamento del senso è però inesauribile, la coppa
richiama il sangue e l'organo cardiaco.
Nella mitologia medioevale il Graal, come le coppe eucaristiche, conteneva
il sangue, il principio della vita e diventava così l'omologo
del cuore. Nella letteratura mistica dell'Islam la coppa, oltre a
rappresentare il cuore era anche microcosmo.
Infatti se il cuore è l'organo centrale dell'individuo, è
agevole ricondursi alla nozione di centro dell'universo.
Così il cuore corrisponde al sole come centro del cielo ed
insieme come origine di tutto ciò che esiste: il cuore e il
sangue condividono gli elementi della luce e del fuoco, il sole diffonde
la luce come il cuore il soffio, lo spirito.
Proprio in virtù della sua natura ambivalente, anche il serpente,
come dice Rene Guénon, è legato all'idea di vita, ha
una valenza cosmica, è linea che si anima, suscettibile di
tutte le rappresentazioni, di tutte le metamorfosi.
Il primo luogo insomma la testa come parte di un sistema di cerchi,
di un'armonia di sfere.
L'uomo come componente organica di una totalità in cui è
immediatamente inclusa.
L'io assapora il mondo e se ne nutre mantenendosi nell'universo come
a casa sua.
Ogni cosa è se stessa, il sole è il sole, l'aria è
l'aria, il cielo è il cielo e, come dice Lévinas "la
terra mi sostiene senza che io mi preoccupi di sapere che cosa sostiene
la terra".
Tuttavia il mondo smette di essere l'ambiente liquido in cui si è
immersi, l'Eden in cui la fame trova immediatamente il suo cibo, per
diventare l'oggettività che blocca ed impedisce, che insidia
e minaccia.
Chiusi gli orifizi con cui poteva comunicare, la testa appare isolata
in uno spazio illimitato.
La bocca ostruita, gli occhi velati, l'io diventa un puro interno
contrapposto ad un esterno che si rifiuta, il nutrimento assume la
distruttività del fuoco, lo splendore dell'elementare lascia
il posto all'oscura tautologia dell'essere.
Questo elemento di connessione, di dissociazione è l'iperbole
messa in opera in un'altro gruppo di lavori che consistono in una
serie di teste modellate in terra cruda, stilizzate in maniera molto
simile a quelle rese con la grafica e la pittura, ma prive delle fessure
oculari ed anche di quella certa eleganza che caratterizzava queste
ultime.
La presenza di una parte del collo da l'impressione che si tratti
di teste mozze, forse una reminiscenza di quello stesso motivo iconografico
presente nella plastica gallica e gallico-romana.
Senz'altro ci si può ricondurre anche a quella pratica della
decapitazione che numerose religioni primitive legavano a credenze
e rituali diversi: trofeo guerriero o reliquia a seconda dei casi,
il capo come sede dello spirito si conservava o si distruggeva.
In queste opere l'artista non ha tuttavia inscritto traccia di qualche
forma rituale, resta solo il segno di una violenza anonima, di un
vuoto insignificante.
Se il capo rappresenta il principio attivo, il principio dell'autorità
e dello spirituale, esse testimoniano l'inanità la sparizione.
La parola capo (caput, capitis) significa capo, testa, punta, cima,
estremità, ma anche principio, fondamento, origine e dunque
allude ad un movimento orientato, allo scopo, all'éschaton
in generale.
L'assenza di cui queste teste di Zappalorto fanno segno sarebbe allora
qualcosa come l'assenza di un télos, di un ordine, di un orientamento.
Tiziano Santi
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Informazioni
La mostra "Il Pasto Estetico" di Ampelio Zappalorto
si è svolta dal 16/12/1995 al 1/1/1996
presso Palazzo Piazzoni Parravicini
Vittorio Veneto
nel corso dell'iniziativa promossa da
Città di Vittorio Veneto - Assessorato alla Cultura
"Differenti Sguardi"
a cura di
Luigi Marcon, Antonio Pazzaia, Vittorino Pianca
Tratto da il catalogo della mostra
foto di David Bers
Testi di Tiziano Santi |
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