| |
Presentazione
L'immagine
appare di limpido impianto: ne si coglie in pochi secondi l'armonia
strutturale, la precisione geometrica dei segni, la sottile trasparenza
dei colori.
Eppure c'è qualcosa in essa che subdolamente "si muove".
Giovanni Penzo ci propone una pittura prensile, che non si lascia
mai afferrare pienamente: anzi tende a sfuggire, a sottrarsi cioè
ad una mera percezione formale.
E' come un invito: l'invito a cogliere quel che c'è sotto,
ad intravvedere un messaggio subliminale che, nei ririessi psichici,
spinge con suasiva prepotenza. In altre parole: dobbiamo, noi spettatori,
entrare dentro l'opera, farla propria a costo (può capitare)
di travisarla.
Solo in questo modo l'evocazione che l'artista richiede si realizzerà;
e l'immagine, da "astratta" che era, si caricherà
di impreviste meravigliose allusioni.
Giovanni Penzo, padovano di origine, è vissuto a lungo tra
Milano e Parigi; ora si è trasferito a Treviso.
E' un ingegnere esperto di informatica.
Ciò spiega forse la sua tensione all'organizzazione, alla congruenza
dei rapporti matematici, alla serrata concatenazione dei segni.
Lo slittamento verso la semiotica e quindi anche verso la psicologia
della forma è la molla che fa scattare la nostra capacità
percettiva.
Il simbolo primario è sempre in agguato.
Basta un uncino, una forma a gancio o a pinzetta, un accostamento
fra un triangolo ed una sfera, una curva parabolica, un semplice incastro,
un chiasme, una linea che si insinua, una punta che scatta: ed ecco
che tutto, appunto, entra in un moto virtuale.
Forme e colori si tramutano in segnali, in messaggi, dando via al
gran giucco della fantasia.
L'artista lavora in bilico tra consapevolezza e pura intuizione.
Nel momento in cui l'immagine sta per realizzarsi parte il focus dell'
invenzione semantica.
Ad esempio un quadro ha un andamento sinuoso, quasi subacqueo: è
qualcosa che richiama i "Molluschi".
Un altro, più complesso, si basa su un quadrante con una lancetta
che sembra vibrare, mentre tutto attorno la forma allude ad un design
ad angoli smussati: il titolo diventa, spontaneamente, "Radiosveglia"
(e rievoca qualcosa di simile allo stile 1940).
Più immediato può essere, per un altro dipinto, il riferimento
al "Bacio", proprio per quel delicato sfiorarsi di due forme
diverse che si
attraggono ...
Ma è poi sempre così? La simbologia può riservare,
in ciascuno di noi, meravigliose sorprese, che vanno al di là
delle stesse intenzioni dell'artista.
Qui sta la magia della pittura: il suo porsi come rituale alchemico,
come "rivelazione".
Naturalmente tutto ciò, ed altro ancora, Penzo lo raggiunge
in virtù di una rara capacità di strutturare, sempre
in modo diverso e captivo, l'immagine.
Non solo: ma il suo modo di trattare il colore, ora a tempera ed ora
ad acquerello, con trasparenze e sfocature sapientemente alternate,
accresce il senso di stupore che ci assale nel riconoscere 1' "invisibile".
Siamo al di là dello stesso impromptu kandinskijano, oltre
le formule dell'astrazione storica. Penzo ci conduce per mano in una
fuga utopica dove la nostra vista, ridiventata netta e lungimirante,
scopre i nessi profondi della vita.
(Paolo Rizzi) |
|

"Fuga"
tempera su carta
85x55, 1996 
"Parquet"
tempera su carta
54x36, 1996 
"Magia"
tempera su carta
54x35, 1996
NOTE

Tratto dal catalogo "Giovanni Penzo"
testo di Paolo Rizzi
edito da Galleria d'Arte Santo Stefano - Venezia
in occasione della omonima mostra.
(3 - 28 maggio 1997) - © dei rispettivi autori
|
|
|