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Perpetuum mobile

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Vinilica - Dischi Usati

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Hyper Art

Presentazione
a cura di Tiziano Santi

Perpetuum Mobile"Bisogna qui ammettere un gioco in cui chi perde guadagna e in cui si guadagna e si perde ad ogni colpo."
J. Derrida

Se esiste qualcosa come "una sensibilità contemporanea", allora è necessario sottoscrivere l'affermazione di Breton secondo la quale ne è Duchamp il grande iniziatore.
Sulla soglia dell'arte contemporanea dunque sta Duchamp o, più precisamente, campeggiano il ready-made e il ready-made reciproco. Da una parte si promuove un oggetto di serie, un oggetto già fatto e finito altrove, alla dignità di opera d'arte, dall'altra e reciprocamente si propone di spostare un oggetto d'arte nella sfera della funzionalità, usando per esempio un Rembrandt come un asse da stiro. Un viaggio circolare, come lo definisce Arturo Schwarz, un chiasme se vogliamo riferirci ad un particolare tropo.
Questo gesto mette in mora l'ovvietà di categorie come arte e non- arte, ma implicitamente mette in dubbio l'estraneità assoluta delle altre coppie di opposti tradizionali. Questo disimpegno è radicale al punto che "il concetto di Giudizio dovrebbe scomparire perché c'è qualcosa che va oltre al Sì, No. o indifferente".
Complexio oppositorum, indifferenza fra i differenti, double science, come direbbe Derrida. indecidibilità all'interno di un'affermazione che nel contempo prescrive e vieta. Una logica altra, doppia, quella della divisione infinita che si rifiuta sia alla linearità che alla circolarità semplici e si ordinerebbe nella figura del chiasmo, che non è un'incognita ma appunto un double hind, un doppio legame, l'intreccio del tessuto, del testo. Non ci sono più aperture o chiusure irrevocabili ne delle assolute separazioni.
Nel centro della riflessione contemporanea il movimento incessante, il moto perpetuo dell'oltrepassamento della metafisica, superamento necessario ed insieme impossibile, perché la metafisica oltrepassata ritorna sotto altre forme e mantiene il suo dominio. Sempre mobili ed incerti i confini fra l'arte e il suo altro, fra filosofia e dogmatismo e comunque sempre "l'impossibilità essenziale di arrestarsi a una tesi, a una conclusione posta nella forma scientifica o filosofica, nella forma teoretica in generale".

Nel 1785, l'Accademia di Parigi delibero solennemente di non prendere più in nessuna considerazione proposte che sotto qualche forma si proponessero di realizzare il moto perpetuo. Così, dopo ripetuti insuccessi, il tentativo di costruire una macchina capace di fornire più lavoro di quanto ne assorba, andò ad allinearsi ai problemi della pietra filosofale, della trisezione dell'angolo e della quadratura del circolo.
A partire dal secolo successivo questo progetto "delirante" ricomparve nella letteratura e nell'arte con l'immaginazione di macchine bizzarre, impossibili, inutili, in quei meccanismi che Michel Carrouge ha individuato in Poe, in Kafka, in Jarry, in Roussel in Duchamp, per citare alcuni nomi e che ha definito, prelevando l'espressione proprio da Duchamp, "macchine celibi".
Questi sistemi ibridi di elementi meccanici e sessuali, questi dispositivi fantasmatici non sono altro che variazioni su di un perpetuum mobile, sul mito di un consumo che si trasformerebbe in energia, ribaltando il principio di realtà nel principio del piacere.
In essi si rivelerebbe la tragedia del nostro tempo, il nodo gordiano delle relazioni fra meccanicismo, terrore, erotismo, religione o ateismo.
In queste macchine desideranti c'è però qualche cosa di più.
Si pongono come una sorta di paradigma dell'oggetto estetico contemporaneo, la loro struttura ne evidenzia i caratteri fondamentali.
Se infatti la fisica buffa della macchina celibe confuta il secondo principio della termodinamica, l'opera d'arte contemporanea si propone istituzionalmente come rovesciamento del principio di realtà. Come il motore della macchina celibe è un sistema antagonistico che non giunge mai ad una sintesi statica, l'opera d'arte contemporanea si identifica in uno spazio differenziale, in cui gli elementi sono in uno stato di equilibrio conflittuale, di perpetua tensione.
"Ruota di bicicletta" (1913), il primo ready-made, aiutato se voglia- mo, è costituito da uno sgabello da cucina a base quadrata, che sostiene la forma circolare di una ruota di bicicletta. Senza andare a scomodare il Geviert heideggeriano di Terra, Ciclo, Mortali e Divini, l'essenza di mandala o l'opus alchemica, è sufficiente notare la duplicità irriducibile di questo oggetto, del suo essere ironicamente una quadratura del circolo, l'unità di un'opposizione. Duchamp lo guarda come guarda danzare le fiamme nel camino.
Il movimento della ruota è il movimento del fuoco.
Nulla resta in uno stato di fissità, tutto scorre senza posa e senza eccezione, come aveva proclamato Eraclito. Il divenire è un continuo conflitto di contrari che si avvicendano, una perenne lotta dell'uno contro l'altro. La guerra è madre di tutte le cose ma proprio per via di contrasto si genera sempre l'armonia, l'armonia dell'arco e della lira. Proprio il fuoco esprime in modo paradigmatico le caratteristiche del divenire, del contrasto e dell'armonia, il fuoco perennemente mobile, "bisogno e sazietà" del Dio che ha bisogno delle cose e le fa nascere, e poi sazietà delle cose che le fa morire, le distrugge.
"Ruota di bicicletta" è evidentemente una macchina celibe, un perpetuum mobile che annuncia "La mariée mise a nupar ses célibataires, meme", in cui il sistema dei contrari, l'elemento maschile e quello femminile sono gli Scapoli e la Sposa. Il Grande Vetro è un dispositivo erotico in cui la parte superiore, il regno della sposa, e la parte inferiore, il luogo degli scapoli, si contrappongono. Nel loro continuo movimento però cercano un dialogo il cui fine è l'appagamento del desiderio. Un desiderio destinato a rimanere insoddisfatto perché la sposa non è mai messa a nudo, è sempre sul punto di esserlo, senza fine. Il fuoco qui è quello del desiderio che inaugura un percorso condannato a non giungere mai alla sua destinazione, portando con sé il destino della propria insaziabilità. Il desiderio si nutre del proprio differimento, inscrivendo in sé una mancanza e viceversa quanto più c'è desiderio, tanto più c'è differimento.

L'opera ha in sé un dualismo, è antagonistica proprio al suo interno. Non è un luogo in cui il conflitto appaia solo in un secondo momento, essa si istituisce mediante il conflitto stesso e ne mostra i tratti fondamentali, Heidegger delinea questo movimento come lotta fra illuminazione e nascondimento, come contrapporsi di Welt e Erde, Mondo e Terra.
"La lotta non è un tratto (Riss) che spalanchi un baratro, ma è l'intimità di un convenirsi reciproco dei lottanti. Un tal tratto at-trae i contendenti verso l'origine della loro unità, in base al comune fonda- mento. Esso è un disegno fondamentale (Gundriss). Esso è il profilo (Auf-riss) che disegna i tratti fondamentali dell'illuminazione dell'ente. Questo tratto non permette che gli opposti si dilacerino separandosi, ma inserisce la contrapposizione di misura e limite in un unico contorn(Umriss).
Il Mondo disegna il profilo di una forma, di un linguaggio, la Terra svela il suo limite, il suo perimetro. Il Mondo costituisce l'orizzonte del senso, la Terra indica l'infondatezza su cui si erge ogni discorso. Nel conflitto fra Welt Erde si dispone l'inchiudibile dialettica fra figura e sfondo, fra apertura e chiusura, fra presenza ed assenza. L'opera è tale in quanto identità non identica, unità lacerata, mai placata che conquista la sua intimità solo se si fa luce dell'oscuro, se è uno schiudersi di ciò che continua a star chiuso.
"Il fondo, lo sprofondamento, appartiene all'arte: questo fondo è talora assenza di fondamento e puro vuoto senza importanza, talora, il punto a partire dal quale può darsi un fondamento; ma è anche sempre nello stesso tempo l'uno e l'altro, l'intrecciarsi del Sì e del No, il flusso e il riflusso dell'ambiguità essenziale".
In questo flusso e riflusso della dissimulazione l'opera si sottrae al tempo e alla storia, distrugge l'origine ed è perciò già da sempre ricominciamento, è la perpetuità di ciò che non tollera ne inizio, ne fine, ciò che non produce ne distrugge, ciò che non è mai arrivato ne partito, l'eterno ondeggiamento del ritorno.
Parlare di un'origine dell'opera d'arte è quindi usare un'espressione impropria, non cogliere il suo carattere di evento. Essa invece, come dice Blanchot, è sempre originale, ad ogni istante è cominciamento, è nuova "adesso" e rinnova questo "adesso", è sempre anteriore ad ogni inizio e sempre già finita. Questo perché è essenzialmente conflittuale non solo al suo interno, ma innesca un conflitto insanabile anche nel mondo in cui sorge. Quanto più sta solitaria in se stessa, tanto più rifiuta la realtà in cui si colloca. E' lo Stoss, l'urto privo di violenza, come lo chiama Heidegger, lo Schock cui si riferisce Benjamin, il perturbante che ci trasforma ciò che era familiare e fidato in qualcosa di estraneo e pericoloso.
Con il contesto di cui fa parte l'opera gioca il ruolo che la Terra al suo interno intratteneva con il Mondo; si pone come un rifiuto ostinato. Con la verità del giorno essa attua un rapporto di rovesciamento, la riprende in sé per nasconderla e dissimularla. Non esibisce nessuna evidenza, essendo dalla parte dell'ombra.
Questa la sua solitudine essenziale, il celibato di cui si è sempre nutrita ma che diventa tanto più essenziale e tanto più necessario in questo tempo della sparizione degli dei, nel tempo della povertà, come lo definiva Hoelderlin. Ancora Blanchot non si lascia sfuggire il senso di questa epocalità notando che "più il mondo si afferma come l'avvenire e la piena luce della verità in cui tutto avrà valore, in cui tutto avrà senso, in cui tutto si compirà sotto il dominio dell'uomo e per il suo uso, più sembra che l'arte debba discendere verso il punto in cui niente ha ancora senso, più è importante che essa mantenga il movimento, l'insicurezza, e l'infelicità di ciò che sfugge ad ogni presa e ad ogni fine. L'artista e il poeta hanno come ricevuto il compito di richiamarci ostinatamente all'errore, di volgerci verso questo spazio in cui tutto ciò che ci proponiamo, tutto ciò che abbiamo acquisito, tutto ciò che siamo, tutto ciò che si apre nella terra e nel cielo, ritorna all'insignificante, dove ciò che si propone a noi è il non serio e il non vero, come se forse scaturisse di là la sorgente di ogni autenticità".
Anche l'arte, dunque, invece di intessere i suoi fili nel tessuto della metafisica si adopera nel tentativo di decostruirla, di disfarne la trama, parallelamente a quel pensiero che proprio nell'aporetica trova le sue radici, nell'esperienza di un'alterità inassimilabile, nel travaglio spaesante del non identico.

Tiziano Santi
 

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Video
 
Perpetuum Mobile
Achille Bonito Oliva intervistato da Roberto Brumat.
 

Galleria Immagini
 
Twin Gabriel
(e.) Twin Gabriel
"Anlieger", 1992
Costantino Ciervo + Ottmar Kiefer
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Sylvie Fleury
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"Tableau losangique II", 1993
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"Circolo vizioso", 1993-94
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"Conrad", 1994
 
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Informazioni

Tratto da:

Perpetuum Mobile
Comune di S. Martino di Lupari,
Museo civico Umbro Apollonio, Provincia di Padova - Assessorato alla Cultura
"X Biennale d'Arte Contemporanea"
"Perpetuum Mobile"
San Martino di Lupari (PD), 1994

Juliet Editrice, Trieste

testi di Chiara Bertola, Miriam Bers, Boris Brollo, Valeio Dehò, Giorgio Marcon, Luigi Meneghelli, Tiziano Santi

opere di Costantino Ciervo, Ottimar Kiefer, Wim Delvoye, Sylvie Fleury, Twin Gabriel, Francesco Garbelli, Igort, Thorsten Kirchhoff, Jan Knapp, Via e Pina Levandowsky, Amedeo Martegani, Antonella Mazzoni, Marco Mazzucconi, Kico Mion, Ampelio Zappalorto

a cura di Tiziano Santi
coordinamento di Roberto Vidali

Chiesa Storica di S. Martino di Lupari
29 ottobre - 27 novembre 1994
 
 
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