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Ritratto d'Artista. Ampelio Zappalorto

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  Ritratto d'Artista

Ritratto d'Artista - Zappalorto“Ogni pittore dipinge se stesso“, questa espressione attribuita a Cosimo de’ Medici potrebbe essere rovesciata nella sua simmetrica secondo cui ogni autoritratto è un ritratto.
In effetti, come nota Jean Luc Nancy, la circostanza che mette l’artista in posizione di modello non cambia niente all’impresa del ritratto in quanto tale.
In entrambi i casi fondamentale è la questione del soggetto, del legame che l’io intreccia con l’altro, dal momento che l’unica condizione della possibilità di rapportarsi a se stesso da parte del soggetto è quella di riferirsi a sé come ad un altro.
Nel ciclo di opere Ritratto dell’artista, Ampelio Zappalorto continua a muoversi all’interno di quella problematica che sempre di più sembra essere il suo poema, il luogo da cui prendono vita i suoi lavori: l’identità nella sua irriducibile alterità.
Adesso il tema è l’artista, come ci dice il titolo e ci suggeriscono altri elementi: la presenza di uno degli strumenti classici dell’arte, la tavolozza, il primo piano della mano, simbolo del fare e del mostrare, i ritratti di Hitler e Joseph Beuys, ambedue artisti anche se in modi diversi.
Va da sé che l’artista sta anche per l’uomo tout-court, essendo l’uno il doppio dell’altro, come l’opera d’arte ha una natura cosale e la cosa ha una sua esteticità.
In questa serie di immagini fotografiche di straordinaria intensità, che si lasciano leggere anche come metafore, allegorie, ne va dunque della natura dell’artista e dell’uomo, della potenza e dell’impotenza, della creatività e della passività, dei sessi, dell’esposizione come sfida e come azzardo, dello sguardo e del sublime, del Gesamtkunstwerk e del nulla.
Sono temi fondamentali per la riflessione filosofica che tuttavia l’artista incarna nella semplicità del suo corpo, in pochi gesti ed oggetti, ed ambienta nei luoghi privati della sua abitazione: la cucina, il salotto, il bagno, la terrazza.
Una sorta di “minimalismo esistenziale” che tormenta la linearità della teoria.

(Tiziano Santi)


I° Autoritratto “la mano“
“ La scimmia, per esempio, possiede degli organi prensili, ma non possiede mani” (Martin Heidegger).
Come nota Jacques Derida, Heidegger non sfugge più degli altri, classici o moderni, all’assioma che traccia un confine fra l’umanità che ha un mondo e l’animale che ne è privo, delimitazione che oggi è diventata estremamente problematica, come problematica è diventata la natura stessa dell’uomo. In ogni modo in questa soglia che è la mano si intrecciano due vocazioni, quella di mostrare, di far segno (Zeigen, Zeichen) e quella della prassi, del dare e del prendere. In questa “cosa doppia” che è la mano, dell’artista e dell’uomo, si decide pericolosamente il rapporto fra tecnica e natura, il rapporto tra Mondo e terra. La mano dell’artista è ipertrofica, gonfia, mostruosa rispetto al corpo, eppure impotente.

II° Autoritratto “la tavolozza“
E’ noto che la cultura contemporanea è stata definita anche come la cultura del narcisismo, che non significa tanto amore di sé, in quanto lo spostamento dell’interesse libidico verso la propria immagine viene effettuato al prezzo di uno svuotamento della vita interiore e del proprio sé reale. Ciò che insidia l’arte divenuta ripetizione immediata automatica di se stesso e del reale è ciò che insidia il soggetto che riduce al grado zero la sua alterità. Specularismo, ecolalia che fa il verso all’afasia. Lo specchio-tavolozza come mordacchia che riflette il volto dell’artista.

III° Autoritratto “l’alchimista“
Nel dialogo Ione Platone paragona il poeta al veggente che parla spinto da una forza irrazionale. Il poeta è ispirato, “fuori di sé”, “invasato” e quindi inconsapevole, è poeta per theia moira, per fato divino. Artisticità, come passività, ispirazione come ricettività. Niente di più lontano dalla volontà, dal Wille zur Macht.
L’atto creativo, sebbene sia circondato da atti voluti dall’artista, quali per esempio la scelta delle dimensioni o del materiale o di qualsiasi altro componente dello schema di idee entro cui lavora, sarà sempre inattingibile dalla volontà, presenterà sempre un’eccedenza libera da qualsiasi intenzione progettuale e quindi libera dal soggetto stesso che l’ha prodotta.
L’artista, nello stesso tempo beve e piscia, beve da una bottiglia e piscia nella tazza di un water. E’ un trasformatore, un relais, un luogo di transito. Tra l’input e l’output, qualcosa è accaduto. Metabolismo, alchimia.

IV° Autoritratto “l’inizio“
L’artista è seduto su una sedia, elegantemente vestito, lo sguardo rivolto allo spettatore, quasi con un tono di sfida. La patta dei pantaloni mette in mostra i testicoli, mentre il membro non appare. Sembra la parodia di un celebre quadro di Courbet, l’Origine du monde, in cui il soggetto è l’immagine del sesso femminile, resa in primo piano. L’assenza del fallo in qualche modo femminilizza l’artista, indebolisce l’alone fallocratico di cui si circonda la sua figura. In fondo se la creatività è la facoltà di dare l’origine, la potenzialità dell’inizio, essa è naturalmente femminile, o meglio sintesi di attività e passività, di maschile e femminile.
Creatività ma anche esposizione. L’arte come assenza di protezione, pericolo. C’entra la castrazione…… direbbe uno psicanalista.

V° autoritratto “lo sguardo“
La foto mostra l’artista che, a torso nudo, indossa un paio di jeans, sul cavallo dei quali è dipinto il sesso femminile, la vulva aperta. Un particolare importante: l’immagine esclude la parte superiore del volto, gli occhi. Ancora un riferimento all’Origine du monde, ma anche ad Etant donnés di Duchamp che presentano la stessa esclusione. Più oltre il rimando è alla maschera mostruosa di Medusa, che manifesta l’alterita estrema, l’indicibile, l’impensabile, la morte. Il volto della Gorgone, la vulva coronata dal vello e a forma di mandorla, con le labbra simili a palpebre iperboliche, ricorda l’occhio. E’ l’occhio, lo sguardo dell’artista, dell’arte?
La cosa sembra più complessa. Prima di essere nella casa di campagna di Jacques Lacan, Il quadro di Courbet, quando era in possesso di Kahlil-Bey era coperto da un telo: il sesso femminile doveva essere svelato, come la verità. Unverborgenheit, Aletheia.
Stando a sentire Lacan: “Le phallus est dans le Tableau". Ma allora che cosa vela e cosa è velato ? Il fallo, la vagina? L’artista indossa la vagina e copre il fallo?

VI° Autoritratto “senza titolo“
Ciò che ha accomunato e che in forme diverse accomuna anche oggi l’arte e la politica, l’artista e lo statista è la pretesa di fare della realtà un’opera. Nell’età contemporanea ciò che accomuna manifestazioni per altri aspetti estremamente diverse è la volontà di identificare arte e vita, il progetto dell’arte totale, del Gesamtkunstwerk : la musica wagneriana, il totalitarismo nazista, le avanguardie artistiche, l’estetizzazione pianificata del reale ovvero la società dello spettacolo ( Odo Marquard).
E’ noto che per Hitler l’uomo di stato era nient’altro che un artista e il popolo, tanto per citare le parole di Goebbels, nient’altro che ciò che la pietra è per uno scultore. Agli antipodi Joseph Beuys pensava che un rinnovamento profondo della società capitalistica dovesse passare attraverso una ridefinizione dell’arte come arte sociale, come Scultura sociale.
Nel dittico Senza titolo l’artista, gli occhi spiritati, si finge sia in Hitler che in Beuys.

VII° Autoritratto “la luce“
L’immagine ci propone l’artista di spalle, mentre, fumando una sigaretta che gli pende dalle labbra, protende lo sguardo nel buio. Sul torso nudo si staglia l’impronta della canottiera stampata dalla luce solare, lo sfondo è quasi interamente nero.
Il motivo risale all’iconografia romantica, alla pittura di Caspar David Friederich, im particolare al celebre Munch am Meer o piuttosto al meno famoso Frau am Fenster. In quest’ultimo quadro una donna, vista di spalle, è affacciata ad una finestra da cui si intravedono frammenti di paesaggio marino. Ciò che tutte queste immagini ci propongono è il fatto che non possiamo intercettare lo sguardo dei personaggi, che però possiamo immaginare dimentico di sé, accecato. E’ questo sguardo che diventa il fulcro, il guardare nel vuoto fino al punto cieco della visibilità. L’oggetto della rappresentazione è l’irrappresentabile.
In Autoritratto- La luce la dialettica di luce ed oscurità è più marcata, più drammatica. Più astratta ed insieme più fisica. La luce “incide” il corpo, l’occhio sbatte nell’oscurità.
 

Ampelio Zappalorto - Opera
I° Autoritratto
“ la mano “
Ampelio Zappalorto - Opera
II° Autoritratto
“ la tavolozza “
Ampelio Zappalorto - Opera
III° Autoritratto
“ l’alchimista “
Ampelio Zappalorto - Opera
IV° Autoritratto
“ l’inizio “
Ampelio Zappalorto - Opera
V° autoritratto
“ lo sguardo “
Ampelio Zappalorto - Opera
VI° Autoritratto
“ senza titolo “
Ampelio Zappalorto - Opera
VII° Autoritratto
“ la luce “

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