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Presentazione
Questo
testo dovrebbe presentarsi come scritto collettivo se volesse realizzare
il programma di lavoro eseguito nelle fasi di progettazione "plurima"
del catalogo - torre - ambiente espositivo.
Non essendo ancora maturi i tempi dell'anonimato scritturale cercato
finora tra citazione e metafora vengono riferite alcune considerazioni
fatte in questo intervallo di ricerca e preparazione.
Cosa possa intendersi oggi per anonimato è dubbio, almeno di
fronte all'ambiguità della nozione di comunicare, se stesso
agli altri e viceversa, e altrettanto di fronte ad una pratica artistica
per le masse.
Il concetto di massa è infatti variabile tra una sua peculiarità
fisica ed una aspirazione sociale di cui il signor Walter potrebbe
a tutt'oggi avere conferma
Insomma vi è sempre il peso del soggetto nella storia e da
questa storia di rapporti e contaminazioni fra individuo e collettività
non si intrawede un'immediata via d'uscita o dialettica di soluzione.
Tutta questa incertezza, che pur ci garantisce una vitalità
quotidiana sul fronte dell'etica sociale, ricorda quanto sia difficile
al giudizio del pubblico e ancora di più a quello degli operatori
culturali rendersi consapevole della costellazione critica in cui
proprio questo frammento del passato s'incontra proprio con questo
presente.
Il nostro presente sarà un'idea grafica che si propone come
comportamento e determinazione di realtà.
Una bella poetica la nostra, ma ancor più una realtà
di oggetti, carte, inchiostri, segni, luci, oscuramenti e poi un visivo
ambientale non riletto formalmente e riportato ad una incidenza di
uomo-forma-paesaggio.
Questi mattoni bagnati e queste pietre di Venezia primo oggetto di
indurimento e incisione nella materia (non conosciamo i primi segnali
o le impronte sul padule) che si veniva moltiplicando su schemi e
misure da allora in poi sempre appartenuti alla massa, al lagunare
padano palustre costruttore.
E il mattone proliferò nella ripetizione del popolo costruendo
diramazioni abitative, lunghi segmenti di lettura viaria, che sono
le accumulazioni grafiche della città e di Vedova.
L'uniforme pluralità del parallelepipedo e la determinazione
dello spazio abitativo sulle variabili di un infinito virtuale: l'uomo,
la materia, il gesto.
La parola in quanto risonanza tra la rottura e la costruzione è
individuazione di apertura.
La luce è grigia e media i contrasti sino a quando non si rivela
per uno spazio scenico.
Forse anche il costruire dell'uomo nella palude è stato un
edificare per la propria scena di sopravvivenza.
Di qui alle considerazioni sulla grafica di Vedova, segnata sul foglio,
l'alluminio, il legno, il vetro, il muro, la pellicola.
Lo stile è quello dei disegni del 35 / 39, con nuovi ispessimenti;
la dinamica del linguaggio quella dell'invadenza e copertura degli
spazi, il passato insomma ripetuto e sempre più riprodotto
in un'unica memoria dei ritmi grafici: questi hanno ormai occupato
tutti i territori della parola, del gesto e del saluto, sin dal momento
in cui si sono dati come progetto del reale.
Sembra di intravvedere un procedimento rovesciato per una ri-progettazione
del reale, rispetto alle letture proposte dall'industria estetica
di massa.
A
questi pensieri Vedova è giunto ricollegando faticosamente
la vicenda dei Plurimi alla stampa delle carte come uno che cerchi
di incastrare la pietra di percussione al legno spezzato di un ramo.
Ne sapremo altrimenti significare l'attualità di un procedimento
formativo e stilistico se non nella sua rifondazione di un passato
/ presente, dimentico della storia umanistica.
Ed è esistita una cultura veneta: quella Venezia dissoluta
e perduta che troviamo nelle tenebrose farfalle notturne stampate
da Giandomenico.
Però dinnanzi a quel senso di trionfo di morte non si negava
per Vedova la memoria antropica e simultanea del gesto fatto-immagine,
in base al quale incominciare a ricostruire uno spazio fitto di incisi.
I segni sono frammenti di oscurità attraverso tutti gli equivalenti
di una scenografia dello spazio collettivo.
Il nero che si ispessisce, si sovrappone e si estende è l'allegoria
moderna di questo difficile ambiente da costruire e gli arcaici ritmi
della memoria sono il simbolo di un ritrovamento che non chiameremo
più artigianato contro l'industria, o progetto estetico per
una ricezione di massa.
Vi è l'utile o inutile esserci dentro la fatturazione del foglio
e del manifesto con una meccanica di eventi che tradisce o abbandona
i lasciti moralistici nutriti individualmente e alimentati dal pubblico
con il massimo cinismo avvezzo all'etica dei consumi.
Il nero sopravanza e toglie i margini al bianco, il bianco dei fogli
cerca di essere spettrale, e più che dipinto.
Eppure quel bianco-luce o nero-tenebra sono la pluralità della
grafica di Vedova, la sua scenografia del quotidiano.
Il suo discorso grafico non si giustifica in una storia di tecnica
e ideologia e pretende di darsi come modo di lavoro e di produzione
artistica: il grado massimo di soggettivazione corrisponderà
all'anonimato, al collettivo del fatto estetico.
Contrario alla maniera neo-dadaista degli anni sessanta ha proposto
alla nostra cultura una possibile metodologia di conoscenza e di prevaricazione
dell'immagine compiuta dal dada berlinese.
Il suo originario espressionismo scenico si è ricondotto a
quella matrice dadaista con tutti i procedimenti ed usi che vi sono
connessi e che egli tentò di immettere nella cultura italiana.
Vedova avverte la storicità del proprio "segnale",
di quell'in più di abnorme dato dal suo lavoro.
Per lui occorre rivendicare "la situazione storica in cui si
vede gettato", in quanto norma di giudizio, e ricollegare le
ragioni dell'internazionalità, anche se non in modo esplicito,
al modo fattuale e costruttivo che fu delle prime avanguardie storiche:
una distinzione già in atto prima della guerra fra uso dei
mezzi meccanici da parte dell'artista (applicazione di percussioni
ritmiche però irregolari non scandite dal tempo macchina; cifra
ripetitiva affidata ad un Continuum automatico, non convenuta, multidirezionale
per una superficie moltiplicata ma irripetibile), e l'arte industrializzata,
nella cui sfera
assente l'immaginazione, possono ugualmente convergere pittura, fotografia
e oggi registrazione da camera.
Per Vedova si tratta di controllare il prodotto, di controllarlo fino
in fondo: le prove litografiche, le acqueforti, ogni sorta di impressione
viene condotta con precisione e puntiglio tecnico, tale che porti
inevitabilmente a quel risultato, a quella compatta serialità.
L'immagine complessiva del foglio darà un massimo di significati,
in un tentativo scabroso di superare l'intensità del messaggio
verso una maggiore informazione estetico - emozionale.
Questo comporta una apertura continua del foglio; un piano sul quale
segna dopo aver negato l'astratta convenzione del teatrino prospettiva,
del quadro cornice
Allora si può liberamente andare in profondità, spezzare,
riemergere indurire anche i tratti, in un trasparente spezzato colorato
compatto di vetro sino a farlo divenire un discorso di grafica-luce.
La stampa, lo spazio plurimo dello studio magazzino attraversato dagli
ancoraggi dei Plurimi, la lastra sospesa, le mutazioni colorate all'Expo
sono superfici ed immagini equivalenti che realizzano il senso della
sua totalità di spazio che è divenuto piani di scrittura
simultanea.
Esso è ora riconoscibile e individuabile solo con la spezzatura
incessante e continua della parola, del nesso grammaticale, del movimento
della mano che incide nell'aria prima di tracciare segmenti sulla
carta e che non deve confondersi con una retorica del fare con l'esercizio
del rappresentarsi.
Forse è proprio all'Expo che è stata ritrovata da Vedova
la massima coincidenza tra la superficie minimale grafica e trasparente
del vetro e la complessità dello spazio visivo e ambientale.
In questa situazione la spezzatura è una proposta metodologica
di urto negazione dell'oggettivo che chiarisce il margine fisico teorico
della realtà oggettuale.
Era pertanto inevitabile che l'esperienza di Vedova portasse a definire
tutto il suo lavoro in termini di una metafisica di lotta, che comporta
retrospettivamente il dibattito ideologico e politico interno alla
cultura italiana dagli anni quaranta agli anni sessanta.
Nel momento in cui "il nero scende nella coscienza europea"
il lavoro sulla lastra richiede consapevolezza, affinché non
si tramuti in una metafisica dei materiali e della forma.
L'incidere diviene una sorta di rituale esorcistico di fronte al peso
rituale della tradizione, toccando in tal modo il rapporto irresolubile
tra i tempi della storia sociale, ovvero il consumo della cultura,
e l'invenzione di nuove determinazioni culturali.
Voilà ce qui me reste a chercher
Zeno Birolli |
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Informazioni
Tratto dal catalogo
"Emilio Vedova - Grafica e Didattica"
Regione Valle d'Aosta
Tour Fromage Teatro Romano
Aosta
1975 |
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