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Presentazione
Possono
i quadri portare in sé l'impronta del luogo dove sono stati
fatti?
Mi sono posto questa domanda dopo esser tornato da un viaggio a Dublino,
in Irlanda: «riverrun past Eve and Abram's, from swerve of shore
to bend of bay...» («fluido fiume, dai tempi di Adamo
ed Eva, da scarto di sponda a curva di baia ...»).
Ho sentito gli irlandesi parlare la loro lingua, - non solo l'inglese,
ma anche, impresso nella melodia della voce, l'antico gaelico che
da il suo ritmo meravigliosamente cupo al loro inglese.
Li ho sentiti parlare per la strada e nei pubs, e mi sono accorto
che potevo leggere e capire «Finnegan's Wake» un po' meglio
di prima.
Come sarebbe stato parlare con James Joyce?
Ma posso andare a Venezia, la Serenissima, piena di suoni umani, -
come quella prima volta che andai a trovare Emilio Vedova, qualche
anno fa', in marzo.
Una foschia sottile stesa sulla laguna, si muoveva quasi andasse alla
deriva, lenta come profumo si diffondeva nei canali più stretti.
Dalla chiesa della Salute dovevamo farci strada attraverso strette
calli dove i nostri passi risuonavano chiari, distinti, come se non
ci appartenessero più - tanto profondo era il silenzio che
ci circondava.
La casa di Vedova è un labirinto come la città che la
circonda.
Semplicemente: la città continua dentro la sua casa - e il
«viaggio» attraverso questa casa, - in realtà un
'amalgama' di case, per arrivare fino allo studio del pittore è
un'avventura...
per corridoi oscuri, su e giù per scale scricchiolanti, attraverso
stanze piene di disegni, poi per un ballatoio lungo un muro esterno
- è come andare per una stampa di Piranesi - entrando ancora
da una finestra nella casa accanto, giù per un'altra scala,
e, infine, eccoci in uno studio molto grande, dai soffitti altissimi.
Lo studio di Mondrian era chiaro come un prisma.
In questo di Vedova troviamo un caos ordinato.
I suoi quadri farebbero grande impressione dovunque; i quadri infatti
sono di per sé «mobili», spostabili da un luogo
all'altro, articolati in ambienti diversi, per trovare la loro strada
nel mondo e per aggiungere qualcosa alla loro biografia.
Ma nello studio dell'artista si vedono al meglio.
Sotto l'alto tetto, in piena luce diretta, ci appaiono stranamente
segreti, malgrado siano molto grandi: intimi, penso, perché
lavorati a diretto contatto: pennellate, colori..., un colpo di pennello
ne sfregia un altro -, tutti questi particolari hanno quasi l'intimità,
l'atmosfera di un disegno.
Questa è stata sempre la qualità della pittura veneziana;
è qualcosa che deve avere a che fare con l'ambiente.
Venezia è come una casa, con corridoi e passaggi, stanze e
lucernai, voci, e musica nella stanza accanto, dietro l'angolo.
In una casa ci si «muove» in modo diverso; e la pittura
di Vedova è strutturata attraverso uno specifico tipo di movimento,
esuberante e, nello stesso tempo, attento.
Qualcuno poi mi disse che la pittura di Vedova era di un espressionismo
vecchio stile.
A tale giudizio io non posso replicare perché è meschino
e, in ultima analisi, si basa solo su una concezione dogmatica di
qualche altro stile.
Mi è impossibile pensare così: per categorie.
Io so che Vedova possiede l'inquietudine del vero artista moderno,
che sa che la sua arte non può essere sempre uguale perché
in continuo dibattito con l'arte che la circonda.
Un quadro, un'opera, deve sfidare ciò che noi crediamo essere
arte, deve opporre una resistenza contro le estetiche accettate.
Questa, dopo tutto, è la causa, il modo, per cui l'arte moderna
è nata, e non c'è nessuna ragione, «specialmente
oggi», di abbandonare questo ruolo controverso e polemico.
Per un certo periodo, negli anni 'Sessanta' e nei primi 'Settanta',
Vedova smise di fare questo tipo di pittura'.
C'è ritornato quando sentì l'esistenza di una sua nuova
necessità di espressione.
Ma non è certo la stessa pittura di allora: ora è molto
più dura, e molto meno fisica.
I colori sono molto più freschi.
Vedova, però, non ha cambiato il suo occhio.
Le sue opere, i suoi quadri, sono «aperti» come quelli
di Tintoretto, come quelli di Piranesi, e sono ancora una grande avventura,
piena di rischio.
Rudi Fuchs
(1984) ...
e gli "oltre"?
dischi intrappolati? che eccedono? ...sbandano, debordanti...
Quella terra-di-nessuno - grigio, illimitato neutro-,
d'improvviso emersa a realtà tanto-quanto,
nel filo del separato l'ambigua conflittualità il precario...
negli "oltre" il senso dell'imprendibile limite,
dello sporgersi oltre...
Dal fare, l'interrogativo del dopo-, le possibili "teorie"
sempre del dopo -, interrogativi sospesi, sincopati, ...trampas -,
...
fermenti latenti di nuovi inneschi, di non facili prese,
di impulsi strasversi |
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"Senza titolo - rosso '85"
1985 - 272x272 - pittura su tela 
"Di umano '85 III"
1985 - 280x280 - pittura su tela
"... da dove ... '83-5"
1983 - 235x235 - pittura su tela 
"Registrazione '83-4"
1983 - 235x235 - pittura su tela 
disco "Non dove '86 III (Op.6)"
1986 - d.280 - pittura su legno (bifrontale)
Informazioni
Tratto dal catalogo "Vedova" - Collana "Attraverso
le avanguardie" n.8 -
Edizione Galleria d'Arte Niccoli - Parma - 1986 |
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