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Vivere e Rivivere
"Cominciavo
a vivere solo quando mi guardavo come un morto."
(J.J. Rousseau)
L'essere è e non può essere; il non essere non è
e non può essere.
Così la Dea, la protagonista del poema di Parmenide, nel descrivere
la sfericità dell'essere immutabile ed assolutamente immobile,
ingenerato ed incoruttibile, unico e sempre uguale a se stesso.
L'essere non ha passato, perché in tal caso non sarebbe più
e non ha neppure futuro, perché non sarebbe ancora.
Nessuno ha espresso più icasticamente del filosofo di Elea
il presupposto vitalistico del pensiero occidentale, la cui determinazione
fondamentale è appunto l'equivalenza di essere e presenza.
Il divenire, il differire, l'apparire e lo scomparire sarebbero solo
apparenze, "illusioni" e con loro sarebbe accidentale anche la morte.
La cancellazione delle opposizioni e l'ostracismo che la metafisica
ha decretato per tutto ciò che intaccherebbe la presenza, non
sono però l'ultima parola, è la presenza stessa piuttosto
a rivelarsi finalmente un trompe l'oeil.
L'Uno non si concepisce senza i Molti, l'identità senza la
differenza è vuota, la morte non è il semplice fuori
della vita.
E' perché la vita è al suo interno abitata dalla morte,
una morte differita, che sono possibili un mondo ed un linguaggio.
E' proprio la morte, come afferma Derrida, ad inaugurare l'economia
di presenza ed assenza e con ciò i segni e le parole, quella
struttura di ripetizione, rinvio e supplenza che è la Scrittura.
Per Heidegger solo l'anticipazione della morte può dischiuderci
la serietà dell'esistenza e la verità della coscienza.
Noi però non possiamo guardare in faccia la morte, non esperiamo
mai la nostra morte. Io sono me stesso solo in quanto mi rapporto
all'altro, in quanto mi costituisco come ripetizione ed allegoria
funebre della morte dell'altro. "Anche nel nostro più
stretto e vivente essere in noi presso di noi, siamo sempre popolati
dai morti, dall'esperienza della morte altrui che ci ha costituiti
come coscienze viventi, dalle lettere opache di una tradizione che
non ci appartiene e che potremmo mai riportare integralmente in vita,
da cripte scavate nella 'nostra' coscienza che fanno del più
spontaneo vivere una mimesi del morto".
Se vivere e comprendere per noi sono inscindibili, allora il vivere
è sempre autenticamente un sopra-vivere, un rivivere, il rapportarsi
ad una dimensione altra da quella meramente presente, e ciò
in base a quella legge che Proust elesse a chiave di volta della sua
Recherche a quell'inflessibile legge che vuole che solo ciò
che è assente sia immaginabile.
Ritrovare, riafferrare quelle realtà da cui viviamo lontano,
quelle realtà che rischieremo di morire senza avere conosciuto
e cioè semplicemente la nostra stessa vita, è possibile
solo in quei territori della memoria che sono l'arte, la letteratura.
"La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla
luce, la sola vita quindi realmente vissuta, è la letteratura;
vita che, in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini
altrettanto che nell'artista."
(Tiziano Santi) L'evento
"Vorrei
un dì riviver la mia vita"
… Saprei quel dì giocare la partita, non perderei nel gioco
o nel rimpianto ma riderei là dove un giorno ho pianto.
Quante cose cambierei e solo te che ho veramente amato, non so perché
non l'ho mai confessato saprei quel dì parlarti del mio amor…
La rassegna multimediale "Vorrei un dì riviver la mia vita"
si è svolta domenica 2 ottobre 1994, con inizio alle ore 11.00,
dentro "Le Motte" a S.Martino di Lupari (PD). All'inaugurazione,
presenziata dal Sindaco e da Tiziano Santi, hanno partecipato oltre
500 persone.
La manifestazione si è svolta interamente all'aperto nella
suggestiva area preistorica de "Le Motte".
Il percorso ha consentito ai visitatori di immergersi in uno spazio
ai confini del tempo, in bilico tra la vita e la morte, nella contrapposizione
tra positivo e negativo.
La prima opera "Il corteo funebre", un telo di oltre 20
metri sollevato da terra di circa 10 mt.
Attorno ad esso i suoni delle campane.
La seconda installazione "Il tavolo", lungo 15 metri, di
colore nero, su cui l'artista ha sparso le foto catturate sulle tombe
del cimitero del suo paese, invitandoli, in questo modo, a partecipare
ad un banchetto a base di frutta (bianca e nera), vino (nero) e pane
(bianco).
Da sotto il tavolo si elevava la voce e i canti di Jijo Luigi Girardin,
padre scomparso di Oscar, registrata decine di anni fa su bobine.
La terza parte espositiva era rappresentata da tre opere di Giradin
(rimembranze) accompagnate dal canto dei merli sempre registrato da
suo padre.
Chiudeva la rassegna il video realizzato da dgPIXEL su idea dell'artista.
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Frame dal Video 
Frame dal Video 
"Il Corteo Funebre" 
"Il Corteo Funebre" 
"Il Tavolo" 
"Il Tavolo" - particolari 
"Il Tavolo" - particolari 
I visitatori 
I visitatori 

Curiosità e stupore 
Davanti al video
Informazioni
Per ogni ulteriore informazione sulle opere, sulle installazioni
e sugli eventi realizzati da Oscar Girardin, potete contattare
gli eredi dell'Artista:
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