ARTE.GO  
Indice Musei
news > eventi > artisti > mostre virtuali > multimedia > iniziative > archivio > partecipa > servizi > info
> mostre virtuali > musei > Museo Nazionale d'Abruzzo
Museo Nazionale d'Abruzzo



sostieni Arte.Go
Vinilica - Dischi Usati

iniziative Arte.Go


partecipa Arte.Go


 
Presentazione

Museo Nazionale d'AbruzzoIl Museo comprende le sezioni di: Paleontologica, con lo scheletro fossile di un Archidiskodon Meridionalis Vestinus; Archeologica, costituita da reperti rinvenuti soprattutto ad Amiternum, Forcona e Peltuinum, importanti centri italici e romani della conca Aquilana; Arte Sacra, con opere abruzzesi di pittura, scultura, oreficeria dal XII al XVIII secolo (si citano tra gli autori presenti, il Maestro del Trittico di Beffi, il Mastro delle storie di San Giovanni da Capestrano, Nicola da Guardiagrele, Saturnino Gatti, Francesco da Montereale, Pompeo Cesura, Paolo Gardone, Mattia Preti, Jusepe de Ribera, Andrea Vaccaro ed altri); Numismatica, (180 monete tra cui oboli di Alba Fucens, denari di Corfinium, monetazione imperiale romana, follari Bizantini, cavalli e gigliati del regno di Napoli, ducati d'oro napoletani del sec. XVIII); Arte Moderna e Contemporanea, (opere di Renato Guttuso, Emilio Greco, Remo Brindisi, Basilio e Pietro Cascella, Fausto Pirandello, Amedeo Cencioni, Federico Spoltore ed altri). In deposito sono custodite circa 750 opere che gli studiosi possono visionare previa autorizzazione della Soprintendenza.

Storia

La costruzione del forte dell'Aquila avvenne in quegli anni tumultuosi all'inizio dell'età moderna che videro l'Italia ridotta ad oggetto di contesa e campo di scontro delle mire egemoniche di Francia e Spagna.
Sorta alla meà del sec. XIII, sotto il regno di Federico II o, più probabilmente, del figlio di lui Corrado IV, L'Aquila aveva acquistato rapidamente una notevolissima importanza nella vita politica ed economica del Regno di Napoli. Nel '400, l'età aurea della storia della città, questa ascesa aveva raggiunto il suo culmine: alla cospicua prosperità economica, dovuta soprattutto al commercio della lana e dello zafferano, aveva corrisposto un'intensissima vita culturale ed artistica.
Inserendosi con abile gioco diplomatico negli interminabili conflitti di successione del Regno Angioino, la città aveva accresciuto i propri privilegi e consolidato la propria autonomia difendendola vittoriosamente anche con la forza delle armi.
In questo periodo L'Aquila era, dopo Napoli, la città più importante del Regno. Le sue relazioni commerciali si estendevano fino a Firenze, Genova e Venezia ed alle città della Francia, delle Fiandre e della Germania. Ma alla fine del sec. XV e all'inizio del successivo, come era già avvenuto ad altri comuni italiani, attraversava un periodo di crisi politica ed economica legato in parte al conflitto di interesse con i centri del contado, sui quali la città esercitava una pesante oppressione di tipo feudale, ed in parte alla sfortunata partecipazione alla ribellione dei baroni contro la Monarchia Aragonese (1485).
Il contraccolpo delle vicende belliche della prima metà del sec. XVI avvia la città ad una rapida decadenza.
Nel 1503, con l'ingresso in città delle truppe di Pompeo e Fabrizio Colonna, comincia il periodo della dominazione spagnola che durerà due secoli. Per qualche tempo, tuttavia, fino a quando la monarchia spagnola non chiuderà definitivamente la partita con la Francia per il possesso del Regno di Napoli, L'Aquila potrà mantenere una parvenza di autonomia. Gli spagnoli hanno lasciato le redini della città nelle abili mani di un avventuriero, Ludovico Franco, conte di Montorio, che riesce a stabilizzare la propria signoria fino al 1520. Un periodo di relativa tranquillità che avrà presto termine.
La peste del 1526 apre la serie delle catastrofi. L'anno successivo giungono in Abruzzo le truppe francesi del Lautrec alle quali, fuggiti gli Spagnoli, la città è costretta a capitolare, e le indisciplinate "Bande Nere" di Orazio Baglioni che si abbandonano al saccheggio.
Nel 1528, mentre nell'Italia settentrionale si affrontano le forze contrapposte di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V, L'Aquila è di nuovo in possesso degli Spagnoli che la fanno presidiare da una guarnigione mercenaria comandata da Sciarra Colonna. Essa esaspera la popolazione con richieste di tributi, spoliazioni e angherie. Il 31 dicembre 1528 divampa nel contado una sanguinosa rivolta provocata dalle prepotenze spagnole sui ceti rurali poveri, ridotti alla fame dalla crisi economica determinata dal continuo passaggio di truppe. La guarnigione spagnola, decimata dai contadini inferociti, è costretta a fuggire precipitosamente. Il giorno successivo i contadini in armi entrano in città. Fuggiti i rappresentanti del governo spagnolo, sopraggiungono i figli del Conte Ludovico Franco che assumono il comando della ribellione, dando ad essa un chiaro colorito politico antispagnolo: vengono innalzate le bandiere di Francia. Un mese più tardi giunge la durissima repressione spagnola: il Viceré di Napoli Filiberto d'Orange marcia sulla città e la costringe alla resa. A durissimo prezzo gli aquilani possono salvarsi dal minacciato saccheggio: alla città ribelle è imposta una taglia di 100.000 ducati e una tassa annuale per la costruzione di un forte. Oltre a dover sopportare queste sanzioni pecuniarie la città viene privata del proprio contado, dato in feudo ai capitani dell'esercito spagnolo. La taglia imposta dal Principe d'Orange esaurisce interamente le risorse economiche degli Aquilani: per reperire la somma necessaria a farvi fronte essi sono costretti a spogliare le chiese delle suppellettili liturgiche e degli ornamenti in argento, comprese le preziose casse che racchiudevano i corpi di S. Bernardino da Siena e di San Pietro Celestino.
In seguito alla rivolta antispagnola del 1528-29, per ordine di Filiberto d'Orange, sorse un fortilizio, una "castellina" bastionata in assi, fascine e terra, nel locale di Tempera, sul luogo più elevato della città. Per far posto alla costruzione furono demolite 47 abitazioni di privati cittadini, varie chiese ed un convento.
Morto il Principe d'Orange durante l'assedio di Firenze, nel 1532 diviene Viceré a Napoli don Pedro di Toledo. Questi, nel quadro di un piano generale di riorganizzazione del sistema difensivo del Regno, definitivamente assegnato alla Spagna dal Trattato di Cambrai, ordina la costruzione di un poderoso castello sul luogo del precedente fortilizio provvisorio. Allo scopo è chiamato all'Aquila un architetto militare spagnolo tra i più celebri del tempo, Pirro Aloysio Scrivà.
Nato a Valenza intorno al 1498, venuto in Italia all'età di circa vent'anni, questi era divenuto amico del duca di Urbino Francesco Maria I; partecipando in prima persona alle numerose guerre combattute in Italia in quegli anni, aveva avuto modo di acquisire una ricca esperienza militare e di familiarizzarsi con la nuova tecnica delle fortificazioni imposta dall'uso delle armi da fuoco. Lo Scrivà inizia i lavori del forte aquilano il 30 maggio del 1534 restando per qualche tempo sul posto quasi in continuazione. Nel 1536 lascia L'Aquila, dove probabilmente non fa più ritorno, perché chiamato a Napoli per l'edificazione del Castello di Sant'Elmo. Nella realizzazione del progetto e nella direzione dei lavori è sostituito da Gian Girolamo Scrivà, forse un suo parente e, dal 1542, da Giovanni Giacomo dell'Acaja.
Sulle vicende della costruzione, sui sacrifici sostenuti dalla città per provvedervi, siamo informati dai documenti degli archivi dell'Aquila e di Napoli. Essa costò circa 400.000 scudi: questa somma gravò su tutta la popolazione. Il Viceré di Toledo giunse al punto di ordinare la requisizione delle campane delle chiese che furono fuse e trasformate in cannoni.
I lavori continuarono fino al 1567; in quella data la Regia Udienza di Napoli, accogliendo parzialmente le lagnanze degli aquilani, sospendeva la costruzione, sollevando la città dal relativo onere finanziario divenuto insostenibile. In quell'anno la parte strettamente militare della costruzione, cioé fossato, cortine e bastioni, e l'ala con porticato a doppia loggia sul lato dell'ingresso dovevano essere state ultimate.
Lo scopo di una fortificazione così imponente all'Aquila non era soltanto quella di reprimere "l'audacia degli aquilani", come si leggeva in una iscrizione oggi perduta, ma rientrava nel piano generale di difesa del Regno di Napoli posto in atto da don Pedro di Toledo. Gli spagnoli infatti, oltre a premunirsi dall'insidia interna delle ribellioni delle popolazioni assoggettate, dovevano fronteggiare la minaccia, sempre presente fino al 1559, delle incursioni francesi. Gli eserciti francesi irruppero nell'Italia settentrionale nel 1536, 1542, 1544 e nel 1556 giunsero ad assediare la fortezza di Civitella del Tronto. Esisteva nel contempo la minaccia di attacchi della flotta turca sulle coste. Di qui la necessità di costruire fortificazioni lungo i confini del Regno e i litorali. Particolare importanza strategica aveva il controllo della "Via degli Abruzzi", attraverso la quale il nord Italia era collegato a Napoli: proprio per questa via l'incursione francese del 1527 aveva trovato troppo facile ed incontrastato passaggio. La collina su cui sorge L'Aquila, in posizione dominante sulla valle dell'Aterno, si prestava particolarmente a bloccare la marcia di un eventuale invasore lungo questa via.
A partire dalla seconda metà del sec. XV si verifica un considerevole cambiamento nella morfologia delle fortificazioni in conseguenza dell'impiego diffuso e perfezionato delle artiglierie da fuoco a palla metallica.
Nel Medioevo, data la scarsa efficacia delle artiglierie da lancio (catapulte, baliste), si costruivano muraglie e torri il più possibile verticali e alte, anche per evitare il pericolo di scalate. Le sorti dell'assedio spesso erano decise da battaglie campali conseguenti a sortite degli assediati; oppure, una volta esaurite le scorte alimentari, erano la fame e le epidemie a costringere alla resa città e castelli. La poliorcetica moderna si affida invece soprattutto alle artiglierie e al minamento per aprire brecce nelle muraglie; attraverso le breccie irrompe la fanteria.
Le armi da fuoco, sporadicamente utilizzate fin dagli inizi del sec. XIV, ebbero per lungo tempo un impiego limitato. Difetti costruttivi rendevano le prime canne molto soggette ad esplosioni accidentali e quindi estremamente pericolose per chi le usava. Un notevole passo avanti venne compiuto quando si cominciò a fondere in bronzo le canne dei cannoni. La rudimentalità degli affusti rendeva estremamente lenti e laboriosi gli spostamenti, per cui le artiglierie per lungo tempo furono impiegate esclusivamente in postazioni fisse. Un efficace parco di artiglierie mobili con uso di proiettili metallici a sostituzione di quelli in pietra fa la sua comparsa in Italia soltanto con la discesa di Carlo VIII. Fortificazioni ritenute inespugnabili sono costrette a capitolare in poche ore dal bombardamento delle artiglierie francesi. Di qui la necessità di adeguare la tecnica delle fortificazioni all'effetto devastante della nuova arma.
Ciò comporta in primo luogo la rinuncia alla difesa piombante delle mura, cioé quella esercitata dall'alto degli spalti per lo più manualmente per gravità. Infatti gli apparati necessari a tale tipo di difesa, come le merlature in aggetto sostenute da beccatelli, divengono del tutto inutili e addirittura dannose di fronte alla potenza del cannone che li distrugge facilmente riducendoli in micidiali schegge. I merli vengono sostituiti da merloni, cioé porzioni di cimasa capaci per spessori e forma di resistere al tiro di cannoni e deviarlo. Le sezioni murarie si ispessiscono, le torri si livellano alla stessa quota delle cortine, il profilo si abbassa per schivare i colpi, le muraglie tendono a disporsi a scarpa per rendere obliqua l'incidenza del tiro nemico e deviarlo verso l'alto. Con il tramonto della difesa piombante, assume importanza il tiro di fiancheggiamento studiato per battere l'intero curcuito delle cortine ed impedire l'irruzione degli assalitori attraverso una eventuale breccia aperta dall'artiglieria. Le torri si trasformano in baluardi a pianta pentagonale raccordati alle cortine da spalle a volte squadrate e a volte rotondeggianti, le quali ultime nascondono un "fianco ritirato" nel quale sono alloggiati i pezzi "traditori", destinati al fuoco di fiancheggiamento. Per ridurre i danni causati dalle esplosioni di mine le muraglie ospitano gallerie di contromina e sfogatoi verticali per l'evacuazione dei gas di scoppio.
Buona parte di queste innovazioni si trovano applicate dallo Scrivà nell'edificazione del forte dell'Aquila, uno degli esempi più cospicui della rinnovata architettura militare italiana. Il forte ha pianta quadrata con le diagonali orientate ai punti cardinali. Gli angoli sono muniti di bastioni (o baluardi) a schema lanceolato che si protendono verso l'esterno con uno spigolo molto accentuato. Essi sono raccordati alle cortine da un doppio orecchione semicilindrico. La larghezza delle cortine comprese tra i bastioni è di m. 60. La distanza tra i vertici di due bastioni contigui è di m. 130.
La struttura esterna in pietra da taglio delle cortine dei bastioni s'innalza a scarpa in basso, fino alla metà dell'altezza, segnata da una semplice cornice a forma di toro ("redondone"), e continua verticalmente fino alla cimasa. Lo spessore delle muraglie è di m. 10 al piano di fondazione: va decrescendo verso l'alto fino ad un minimo di m. 5 alla sommità delle cortine. La parte terminale dei bastioni è stata molto rimaneggiata nel corso del sec. XVIII. Essa si presenta oggi interrotta per l'affaccio delle bocche e a scivolo verso l'esterno. Possiamo farci una idea della sua originaria conformazione attraverso un plastico settecentesco conservato nei depositi del Museo Nazionale d'Abruzzo.
Invenzione originale dello Scrivà e particolare distintivo di questo forte rispetto alle altre fortificazioni coeve è il doppio orecchione di raccordo dei bastioni alle cortine: questo accorgimento risponde al fine di raddoppiare il numero delle "traditore" cioé delle cannoniere destinate al fuoco di fiancheggiamento.
Il forte è circondato da un fossato largo in media m. 23. Esso non era destinato ad essere allagato ma serviva esclusivamente a proteggere la parte inferiore della costruzione dal tiro delle artiglierie nemiche e ad impedire agli assalitori di avvicinarsi alle muraglie. Originariamente una "strada coperta" correva al margine del fossato tutto intorno al forte.
Nella controscarpa, cioé nel muro di sostegno verso il fossato, in corrispondenza del vertice di ciascun baluardo, si aprono quattro pusterle: per esse, attraverso scale elicoidali su pianta quadrata provviste di feritoie per il tiro degli archibugeri, era possibile salire alla sommità della "strada coperta".
L'altezza della controscarpa è oggi di m. 14. L'altezza delle cortine misurata dal fossato è di m. 30.
Si accede al forte sul lato di sud-est per un ponte in pietra a quattro campate lungo m. 33. I pilastri su cui esso poggia, tranne il più vicino al forte, hanno pianta quadrata orientata in modo da non offrire alcun riparo ad assalitori penetrati nel fossato; il tiro esercitato dalle cannoniere dei bastioni sud ed est può battere infatti l'intero perimetro di ciascuno di essi. Sui piloni poggiava originariamente un tavolato di legno, retrattile nella campata verso l'ingresso: esso poteva scorrere al di sotto della porta i cui stipiti sono tagliati in prossimità del suolo.
Attraverso il ponte si ragginge il portale in pietra marmorea, opera dello scultore aquilano Pietro Di Stefano. Esso è costituito da due arcate sovrapposte fiancheggiate da lesene doriche sorreggenti la trabeazione. Nella lunetta compresa tra le due arcate sono scolpiti un teschio ed una croce nodosa. Al di sopra è il ricchissimo fastigio recante lo stemma di Carlo V con l'aquila bicipite, emblema del Sacro Romano Impero. Lo stemma è sostenuto da due draghi, sormontato da un frontone e fiancheggiato da due cornucopie. Sulla trabeazione è posto un cartiglio contenente l'iscrizione fatta apporre dal Governatore Gerolamo Xarque, "praefectus arci" del forte: in essa questi afferma di aver condotto a termine la costruzione nel 1543; tale affermazione non corrisponde a verità in quanto, come si é già detto, si continuò ad edificare almeno fino al 1567.
L'interno della costruzione è occupato da una corte quadrata: ogni lato di essa misura circa m. 50. Il lato sud-orientale, quello che corrisponde all'ingresso, presenta un elegante porticato a doppio ordine su robusti pilastri quadrati. È molto probabile che esso, nei progetti dello Scrivà, dovesse proseguire con rigorosa simmetria sui quattro lati. Le costruzioni che prospettano sul cortile agli altri tre lati furono aggiunte nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX allo scopo di dare comodi alloggiamenti alle truppe; la sopraelevazione della facciata principale al di sopra del loggiato risale, nella forma attuale, al 1855; il cortile si presenta oggi pavimentato e la parte centrale sistemata a giardino.
Originariamente al centro del cortile era collocato un pozzo monumentale come si deduce da una iscrizione del 1630 in lingua spagnola, ritrovata nel 1912 sepolta nel terreno ed oggi collocata sul muro nord-orientale.
In fondo al porticato del pianterreno, a sinistra, si apre l'arcata di accesso allo scalone d'onore per il quale si sale al loggiato superiore. Gli ambienti che si aprono su di esso costituivano l'appartamento del Governatore. Due di essi conservano gli originali soffitti lignei a cassettoni della seconda metà del sec. XVI; in uno sono raffigurati episodi della favola di Amore e Psiche, Il Ratto di Ganimede ed altre scene mitologiche, nell'altro ritratti di imperatori romani.
Punti nevralgici dell'apparato difensivo del forte sono i quattro bastioni: essi garantiscono il fiancheggiamento dell'intera costruzione e costituiscono inoltre unità di lotta a sé stanti, capaci di resistere separatamente anche nel caso di irruzione del nemico nella corte interna.
Ciascuno di essi ha una piazzola alla sommità, per la manovra delle artiglierie destinate al fuoco offensivo, e all'interno due grandi casematte a pianta esagonale coperte a volta, l'una al piano terreno, l'altra al piano seminterrato. In esse erano ospitati i pezzi destinati al tiro di fiancheggiamento. Ognuno ha una apertura circolare alla sommità della volta per lo sfogo veloce dei fumi. Al di sopra di ciascuna casamatta c'é una intercapedine con pianta ad anello che risponde al doppio fine di alleggerire le volte e di moltiplicare il numero delle bocche da fuoco capaci di abbettere il fossato e le cortine. Ogni baluardo dispone inoltre di una cisterna che lo rende autosufficiente per quanto riguarda l'approvvigionamento idrico. Ad essa si poteva attingere da ogni livello della costruzione. I diversi livelli sono collegati tra loro da scale interne elicoidali su pianta quadrata.
Le quattro casematte del pianterreno sono accessibili dal cortile. L'accesso principale al piano seminterrato è costituito da un ampio scalone cordonato che si apre nel porticato del piano terra, tra lo scalone d'onore e l'ingresso. Esso era originariamente privo di pavimentazione e poteva essere percorso anche da animali e da carriaggi. Le casematte di questo piano sono collegate da ampi corridoi che ricevono luce ed aria da botole aperte nel cortile. Su di essi si aprono gli ambienti originariamente adibiti a caserme, disposti lungo le cortine e la scuderia, cioé il salone oggi intitolato a Umberto Chierici. Da ciascuna delle casematte del piano seminterrato è possibile uscire nel fossato attraverso due pusterle o scendere per una rampa di scale al sottostante piano delle contromine. Esso consta di una serie di cunicoli che corrono lungo le cortine e il perimetro dei bastioni. Scopo di essi è la difesa dagli attacchi sotterranei.
Il minamento delle mura attraverso un passaggio sotterraneo è un sistema di offesa molto comune nella tecnica ossidionale del '500.
A ragione, il Chierici ha potuto affermare che la storia del castello si esaurisce in quella della sua costruzione.Tuttavia la stessa presenza minacciosa di una così potente fortificazione valse a tenere in soggezione la città che andò lentamente declinando: decadenza politica ed economica, ristagno sociale, inaridimento artistico e culturale caratterizzarono la condizione della città sotto la dominazione spagnola di cui il forte fu l'opprimente simbolo.
Esso svolse certamente un importante ruolo nella repressione della rivolta antispagnola del 1647 - 1648. Si ha notizia di un assedio del forte nell'anno 1743. Nel corso della guerra di successione polacca, dopo l'avvento di Carlo III di Borbone sul trono di Napoli, il Castello, tenuto dagli Austriaci, fu attaccato dalle truppe borboniche. Esse scavarono delle trincee tra i monasteri di S. Amico e S. Basilio. L'assedio iniziò il 14 giugno. Il 10 settembre gli Austriaci si arresero con l'onore delle armi. Nel 1799 le truppe francesi d'invasione occuparono il forte e ne fecero il caposaldo della loro resistenza alla guerriglia delle masse contadine sanfediste guidate dall'eroe popolare Giovanni Salomone. Utilizzato come caserma e come prigione da Austriaci, Francesi, Borbonici fu sede del Comando del Presidio Militare dell'Aquila dopo l'Unità.
La piazza del Castello fu trasformata in un grande parco negli anni dopo il 1930 su iniziativa di Adelchi Serena, allora Podestà dell'Aquila, e progetto dell'ingegnere Mario Bafile. Lo stesso Serena aveva concepito il disegno di trasformare il Castello in Museo di arte e archeologia.
Durante l'occupazione tedesca il monumento ebbe a subire gravi danni e depredazioni. Finalmente, dopo la fine delle guerra, liberato dal demanio militare e consegnato alla Soprintendenza ai Monumenti, il grande complesso monumentale fu risanato e rivitalizzato. La fase più importante dei lavori di restauro ebbe luogo a partire dal l966. Nel corso di essi, eliminate le aggiunte posteriori, le grandi casematte furono restituite alla forma originaria e adattate ad ospitare manifestazioni culturali. Fu ripristinata la percorribilità dei sotterranei e dei camminamenti superiori. Il loggiato superiore fu protetto da vetrate. Il cortile, in parte sistemato a giardino, fu pavimentato.
Il forte è oggi sede di importanti istituzioni culturali. Nel bastione nord è stato ricavato nel l953 il complesso dell'Auditorium che consta di un salone per i concerti e di altri locali di rappresentanza e di servizi gestiti dalla Società Aquilana dei Concerti «B. Barattelli». Nel bastione ovest è stata ricavata una sala per conferenze. La sala Chierici, le casematte est e sud del piano seminterrato e il corridoio che le collega sono stati adattati per ospitare mostre temporanee.
Tra il 1949 e il 1950 si è costituito nel forte il primo nucleo del Museo Nazionale d'Abruzzo. La casamatta superiore del bastione est ospita la Sezione Paleontologica del Museo con lo scheletro fossile di un Archidiskodon Meridionalis Vestinus rinvenuto presso Scoppito nel 1954. La Sezione Archeologica è ubicata nella casamatta superiore del bastione sud. Il loggiato superiore, i locali che costituivano l'appartamento del Governatore e il piano soprastante ospitano la Sezione di Arte Sacra. Nella medesima ala della costruzione, nel sottotetto, è stata allestita la Sezione di Arte Moderna e Contemporanea. L'intercapedine superiore del bastione est ospita la Sezione Alto Medioevale. È ospitata nel forte anche una stazione per il rilevamento dei movimenti sismici dell'Istituto Nazionale di Geofisica. Vi hanno sede inoltre gli uffici e i laboratori della Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici per l'Abruzzo.
 

Galleria Immagini
Museo Nazionale d'Abruzzo
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Forte dell'Aquila
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 1
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 2
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 3
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 4
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 5
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 6
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 7
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 8
 
Museo Nazionale d'Abruzzo - Opera 9
 


Informazioni

Museo Nazionale d'Abruzzo
Abruzzo L'Aquila AQ
67100 Forte Spagnolo

Orario estivo: 9.00-20.00
Orario invernale: 9.00-20.00
Chiusura Giorni di apertura straordinari: Lunedì

Telefono Prenotazione visite - Cellulare Fax
08626331 0862633200 0862413096

Biglietto Biglietto ridotto
Euro 4,00 Euro 2,00
Ridotto ragazzi fra 18 e 24 anni e insegnanti.

http://muvi.org/sistema/museonazionaledabruzzo
http://muvi.org/museonazionaledabruzzo

links © dgpixel multimedia communication