Presentazione
Il
Museo comprende le sezioni di: Paleontologica, con lo scheletro fossile
di un Archidiskodon Meridionalis Vestinus; Archeologica, costituita
da reperti rinvenuti soprattutto ad Amiternum, Forcona e Peltuinum,
importanti centri italici e romani della conca Aquilana; Arte Sacra,
con opere abruzzesi di pittura, scultura, oreficeria dal XII al XVIII
secolo (si citano tra gli autori presenti, il Maestro del Trittico
di Beffi, il Mastro delle storie di San Giovanni da Capestrano, Nicola
da Guardiagrele, Saturnino Gatti, Francesco da Montereale, Pompeo
Cesura, Paolo Gardone, Mattia Preti, Jusepe de Ribera, Andrea Vaccaro
ed altri); Numismatica, (180 monete tra cui oboli di Alba Fucens,
denari di Corfinium, monetazione imperiale romana, follari Bizantini,
cavalli e gigliati del regno di Napoli, ducati d'oro napoletani del
sec. XVIII); Arte Moderna e Contemporanea, (opere di Renato Guttuso,
Emilio Greco, Remo Brindisi, Basilio e Pietro Cascella, Fausto Pirandello,
Amedeo Cencioni, Federico Spoltore ed altri). In deposito sono custodite
circa 750 opere che gli studiosi possono visionare previa autorizzazione
della Soprintendenza.
Storia
La costruzione del forte dell'Aquila avvenne in quegli anni tumultuosi
all'inizio dell'età moderna che videro l'Italia ridotta ad
oggetto di contesa e campo di scontro delle mire egemoniche di Francia
e Spagna.
Sorta alla meà del sec. XIII, sotto il regno di Federico II
o, più probabilmente, del figlio di lui Corrado IV, L'Aquila
aveva acquistato rapidamente una notevolissima importanza nella vita
politica ed economica del Regno di Napoli. Nel '400, l'età
aurea della storia della città, questa ascesa aveva raggiunto
il suo culmine: alla cospicua prosperità economica, dovuta
soprattutto al commercio della lana e dello zafferano, aveva corrisposto
un'intensissima vita culturale ed artistica.
Inserendosi con abile gioco diplomatico negli interminabili conflitti
di successione del Regno Angioino, la città aveva accresciuto
i propri privilegi e consolidato la propria autonomia difendendola
vittoriosamente anche con la forza delle armi.
In questo periodo L'Aquila era, dopo Napoli, la città più
importante del Regno. Le sue relazioni commerciali si estendevano
fino a Firenze, Genova e Venezia ed alle città della Francia,
delle Fiandre e della Germania. Ma alla fine del sec. XV e all'inizio
del successivo, come era già avvenuto ad altri comuni italiani,
attraversava un periodo di crisi politica ed economica legato in parte
al conflitto di interesse con i centri del contado, sui quali la città
esercitava una pesante oppressione di tipo feudale, ed in parte alla
sfortunata partecipazione alla ribellione dei baroni contro la Monarchia
Aragonese (1485).
Il contraccolpo delle vicende belliche della prima metà del
sec. XVI avvia la città ad una rapida decadenza.
Nel 1503, con l'ingresso in città delle truppe di Pompeo e
Fabrizio Colonna, comincia il periodo della dominazione spagnola che
durerà due secoli. Per qualche tempo, tuttavia, fino a quando
la monarchia spagnola non chiuderà definitivamente la partita
con la Francia per il possesso del Regno di Napoli, L'Aquila potrà
mantenere una parvenza di autonomia. Gli spagnoli hanno lasciato le
redini della città nelle abili mani di un avventuriero, Ludovico
Franco, conte di Montorio, che riesce a stabilizzare la propria signoria
fino al 1520. Un periodo di relativa tranquillità che avrà
presto termine.
La peste del 1526 apre la serie delle catastrofi. L'anno successivo
giungono in Abruzzo le truppe francesi del Lautrec alle quali, fuggiti
gli Spagnoli, la città è costretta a capitolare, e le
indisciplinate "Bande Nere" di Orazio Baglioni che si abbandonano
al saccheggio.
Nel 1528, mentre nell'Italia settentrionale si affrontano le forze
contrapposte di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V,
L'Aquila è di nuovo in possesso degli Spagnoli che la fanno
presidiare da una guarnigione mercenaria comandata da Sciarra Colonna.
Essa esaspera la popolazione con richieste di tributi, spoliazioni
e angherie. Il 31 dicembre 1528 divampa nel contado una sanguinosa
rivolta provocata dalle prepotenze spagnole sui ceti rurali poveri,
ridotti alla fame dalla crisi economica determinata dal continuo passaggio
di truppe. La guarnigione spagnola, decimata dai contadini inferociti,
è costretta a fuggire precipitosamente. Il giorno successivo
i contadini in armi entrano in città. Fuggiti i rappresentanti
del governo spagnolo, sopraggiungono i figli del Conte Ludovico Franco
che assumono il comando della ribellione, dando ad essa un chiaro
colorito politico antispagnolo: vengono innalzate le bandiere di Francia.
Un mese più tardi giunge la durissima repressione spagnola:
il Viceré di Napoli Filiberto d'Orange marcia sulla città
e la costringe alla resa. A durissimo prezzo gli aquilani possono
salvarsi dal minacciato saccheggio: alla città ribelle è
imposta una taglia di 100.000 ducati e una tassa annuale per la costruzione
di un forte. Oltre a dover sopportare queste sanzioni pecuniarie la
città viene privata del proprio contado, dato in feudo ai capitani
dell'esercito spagnolo. La taglia imposta dal Principe d'Orange esaurisce
interamente le risorse economiche degli Aquilani: per reperire la
somma necessaria a farvi fronte essi sono costretti a spogliare le
chiese delle suppellettili liturgiche e degli ornamenti in argento,
comprese le preziose casse che racchiudevano i corpi di S. Bernardino
da Siena e di San Pietro Celestino.
In seguito alla rivolta antispagnola del 1528-29, per ordine di Filiberto
d'Orange, sorse un fortilizio, una "castellina" bastionata
in assi, fascine e terra, nel locale di Tempera, sul luogo più
elevato della città. Per far posto alla costruzione furono
demolite 47 abitazioni di privati cittadini, varie chiese ed un convento.
Morto il Principe d'Orange durante l'assedio di Firenze, nel 1532
diviene Viceré a Napoli don Pedro di Toledo. Questi, nel quadro
di un piano generale di riorganizzazione del sistema difensivo del
Regno, definitivamente assegnato alla Spagna dal Trattato di Cambrai,
ordina la costruzione di un poderoso castello sul luogo del precedente
fortilizio provvisorio. Allo scopo è chiamato all'Aquila un
architetto militare spagnolo tra i più celebri del tempo, Pirro
Aloysio Scrivà.
Nato a Valenza intorno al 1498, venuto in Italia all'età di
circa vent'anni, questi era divenuto amico del duca di Urbino Francesco
Maria I; partecipando in prima persona alle numerose guerre combattute
in Italia in quegli anni, aveva avuto modo di acquisire una ricca
esperienza militare e di familiarizzarsi con la nuova tecnica delle
fortificazioni imposta dall'uso delle armi da fuoco. Lo Scrivà
inizia i lavori del forte aquilano il 30 maggio del 1534 restando
per qualche tempo sul posto quasi in continuazione. Nel 1536 lascia
L'Aquila, dove probabilmente non fa più ritorno, perché
chiamato a Napoli per l'edificazione del Castello di Sant'Elmo. Nella
realizzazione del progetto e nella direzione dei lavori è sostituito
da Gian Girolamo Scrivà, forse un suo parente e, dal 1542,
da Giovanni Giacomo dell'Acaja.
Sulle vicende della costruzione, sui sacrifici sostenuti dalla città
per provvedervi, siamo informati dai documenti degli archivi dell'Aquila
e di Napoli. Essa costò circa 400.000 scudi: questa somma gravò
su tutta la popolazione. Il Viceré di Toledo giunse al punto
di ordinare la requisizione delle campane delle chiese che furono
fuse e trasformate in cannoni.
I lavori continuarono fino al 1567; in quella data la Regia Udienza
di Napoli, accogliendo parzialmente le lagnanze degli aquilani, sospendeva
la costruzione, sollevando la città dal relativo onere finanziario
divenuto insostenibile. In quell'anno la parte strettamente militare
della costruzione, cioé fossato, cortine e bastioni, e l'ala
con porticato a doppia loggia sul lato dell'ingresso dovevano essere
state ultimate.
Lo scopo di una fortificazione così imponente all'Aquila non
era soltanto quella di reprimere "l'audacia degli aquilani",
come si leggeva in una iscrizione oggi perduta, ma rientrava nel piano
generale di difesa del Regno di Napoli posto in atto da don Pedro
di Toledo. Gli spagnoli infatti, oltre a premunirsi dall'insidia interna
delle ribellioni delle popolazioni assoggettate, dovevano fronteggiare
la minaccia, sempre presente fino al 1559, delle incursioni francesi.
Gli eserciti francesi irruppero nell'Italia settentrionale nel 1536,
1542, 1544 e nel 1556 giunsero ad assediare la fortezza di Civitella
del Tronto. Esisteva nel contempo la minaccia di attacchi della flotta
turca sulle coste. Di qui la necessità di costruire fortificazioni
lungo i confini del Regno e i litorali. Particolare importanza strategica
aveva il controllo della "Via degli Abruzzi", attraverso
la quale il nord Italia era collegato a Napoli: proprio per questa
via l'incursione francese del 1527 aveva trovato troppo facile ed
incontrastato passaggio. La collina su cui sorge L'Aquila, in posizione
dominante sulla valle dell'Aterno, si prestava particolarmente a bloccare
la marcia di un eventuale invasore lungo questa via.
A partire dalla seconda metà del sec. XV si verifica un considerevole
cambiamento nella morfologia delle fortificazioni in conseguenza dell'impiego
diffuso e perfezionato delle artiglierie da fuoco a palla metallica.
Nel Medioevo, data la scarsa efficacia delle artiglierie da lancio
(catapulte, baliste), si costruivano muraglie e torri il più
possibile verticali e alte, anche per evitare il pericolo di scalate.
Le sorti dell'assedio spesso erano decise da battaglie campali conseguenti
a sortite degli assediati; oppure, una volta esaurite le scorte alimentari,
erano la fame e le epidemie a costringere alla resa città e
castelli. La poliorcetica moderna si affida invece soprattutto alle
artiglierie e al minamento per aprire brecce nelle muraglie; attraverso
le breccie irrompe la fanteria.
Le armi da fuoco, sporadicamente utilizzate fin dagli inizi del sec.
XIV, ebbero per lungo tempo un impiego limitato. Difetti costruttivi
rendevano le prime canne molto soggette ad esplosioni accidentali
e quindi estremamente pericolose per chi le usava. Un notevole passo
avanti venne compiuto quando si cominciò a fondere in bronzo
le canne dei cannoni. La rudimentalità degli affusti rendeva
estremamente lenti e laboriosi gli spostamenti, per cui le artiglierie
per lungo tempo furono impiegate esclusivamente in postazioni fisse.
Un efficace parco di artiglierie mobili con uso di proiettili metallici
a sostituzione di quelli in pietra fa la sua comparsa in Italia soltanto
con la discesa di Carlo VIII. Fortificazioni ritenute inespugnabili
sono costrette a capitolare in poche ore dal bombardamento delle artiglierie
francesi. Di qui la necessità di adeguare la tecnica delle
fortificazioni all'effetto devastante della nuova arma.
Ciò comporta in primo luogo la rinuncia alla difesa piombante
delle mura, cioé quella esercitata dall'alto degli spalti per
lo più manualmente per gravità. Infatti gli apparati
necessari a tale tipo di difesa, come le merlature in aggetto sostenute
da beccatelli, divengono del tutto inutili e addirittura dannose di
fronte alla potenza del cannone che li distrugge facilmente riducendoli
in micidiali schegge. I merli vengono sostituiti da merloni, cioé
porzioni di cimasa capaci per spessori e forma di resistere al tiro
di cannoni e deviarlo. Le sezioni murarie si ispessiscono, le torri
si livellano alla stessa quota delle cortine, il profilo si abbassa
per schivare i colpi, le muraglie tendono a disporsi a scarpa per
rendere obliqua l'incidenza del tiro nemico e deviarlo verso l'alto.
Con il tramonto della difesa piombante, assume importanza il tiro
di fiancheggiamento studiato per battere l'intero curcuito delle cortine
ed impedire l'irruzione degli assalitori attraverso una eventuale
breccia aperta dall'artiglieria. Le torri si trasformano in baluardi
a pianta pentagonale raccordati alle cortine da spalle a volte squadrate
e a volte rotondeggianti, le quali ultime nascondono un "fianco
ritirato" nel quale sono alloggiati i pezzi "traditori",
destinati al fuoco di fiancheggiamento. Per ridurre i danni causati
dalle esplosioni di mine le muraglie ospitano gallerie di contromina
e sfogatoi verticali per l'evacuazione dei gas di scoppio.
Buona parte di queste innovazioni si trovano applicate dallo Scrivà
nell'edificazione del forte dell'Aquila, uno degli esempi più
cospicui della rinnovata architettura militare italiana. Il forte
ha pianta quadrata con le diagonali orientate ai punti cardinali.
Gli angoli sono muniti di bastioni (o baluardi) a schema lanceolato
che si protendono verso l'esterno con uno spigolo molto accentuato.
Essi sono raccordati alle cortine da un doppio orecchione semicilindrico.
La larghezza delle cortine comprese tra i bastioni è di m.
60. La distanza tra i vertici di due bastioni contigui è di
m. 130.
La struttura esterna in pietra da taglio delle cortine dei bastioni
s'innalza a scarpa in basso, fino alla metà dell'altezza, segnata
da una semplice cornice a forma di toro ("redondone"), e
continua verticalmente fino alla cimasa. Lo spessore delle muraglie
è di m. 10 al piano di fondazione: va decrescendo verso l'alto
fino ad un minimo di m. 5 alla sommità delle cortine. La parte
terminale dei bastioni è stata molto rimaneggiata nel corso
del sec. XVIII. Essa si presenta oggi interrotta per l'affaccio delle
bocche e a scivolo verso l'esterno. Possiamo farci una idea della
sua originaria conformazione attraverso un plastico settecentesco
conservato nei depositi del Museo Nazionale d'Abruzzo.
Invenzione originale dello Scrivà e particolare distintivo
di questo forte rispetto alle altre fortificazioni coeve è
il doppio orecchione di raccordo dei bastioni alle cortine: questo
accorgimento risponde al fine di raddoppiare il numero delle "traditore"
cioé delle cannoniere destinate al fuoco di fiancheggiamento.
Il forte è circondato da un fossato largo in media m. 23. Esso
non era destinato ad essere allagato ma serviva esclusivamente a proteggere
la parte inferiore della costruzione dal tiro delle artiglierie nemiche
e ad impedire agli assalitori di avvicinarsi alle muraglie. Originariamente
una "strada coperta" correva al margine del fossato tutto
intorno al forte.
Nella controscarpa, cioé nel muro di sostegno verso il fossato,
in corrispondenza del vertice di ciascun baluardo, si aprono quattro
pusterle: per esse, attraverso scale elicoidali su pianta quadrata
provviste di feritoie per il tiro degli archibugeri, era possibile
salire alla sommità della "strada coperta".
L'altezza della controscarpa è oggi di m. 14. L'altezza delle
cortine misurata dal fossato è di m. 30.
Si accede al forte sul lato di sud-est per un ponte in pietra a quattro
campate lungo m. 33. I pilastri su cui esso poggia, tranne il più
vicino al forte, hanno pianta quadrata orientata in modo da non offrire
alcun riparo ad assalitori penetrati nel fossato; il tiro esercitato
dalle cannoniere dei bastioni sud ed est può battere infatti
l'intero perimetro di ciascuno di essi. Sui piloni poggiava originariamente
un tavolato di legno, retrattile nella campata verso l'ingresso: esso
poteva scorrere al di sotto della porta i cui stipiti sono tagliati
in prossimità del suolo.
Attraverso il ponte si ragginge il portale in pietra marmorea, opera
dello scultore aquilano Pietro Di Stefano. Esso è costituito
da due arcate sovrapposte fiancheggiate da lesene doriche sorreggenti
la trabeazione. Nella lunetta compresa tra le due arcate sono scolpiti
un teschio ed una croce nodosa. Al di sopra è il ricchissimo
fastigio recante lo stemma di Carlo V con l'aquila bicipite, emblema
del Sacro Romano Impero. Lo stemma è sostenuto da due draghi,
sormontato da un frontone e fiancheggiato da due cornucopie. Sulla
trabeazione è posto un cartiglio contenente l'iscrizione fatta
apporre dal Governatore Gerolamo Xarque, "praefectus arci"
del forte: in essa questi afferma di aver condotto a termine la costruzione
nel 1543; tale affermazione non corrisponde a verità in quanto,
come si é già detto, si continuò ad edificare
almeno fino al 1567.
L'interno della costruzione è occupato da una corte quadrata:
ogni lato di essa misura circa m. 50. Il lato sud-orientale, quello
che corrisponde all'ingresso, presenta un elegante porticato a doppio
ordine su robusti pilastri quadrati. È molto probabile che
esso, nei progetti dello Scrivà, dovesse proseguire con rigorosa
simmetria sui quattro lati. Le costruzioni che prospettano sul cortile
agli altri tre lati furono aggiunte nel corso dei secoli XVII, XVIII
e XIX allo scopo di dare comodi alloggiamenti alle truppe; la sopraelevazione
della facciata principale al di sopra del loggiato risale, nella forma
attuale, al 1855; il cortile si presenta oggi pavimentato e la parte
centrale sistemata a giardino.
Originariamente al centro del cortile era collocato un pozzo monumentale
come si deduce da una iscrizione del 1630 in lingua spagnola, ritrovata
nel 1912 sepolta nel terreno ed oggi collocata sul muro nord-orientale.
In fondo al porticato del pianterreno, a sinistra, si apre l'arcata
di accesso allo scalone d'onore per il quale si sale al loggiato superiore.
Gli ambienti che si aprono su di esso costituivano l'appartamento
del Governatore. Due di essi conservano gli originali soffitti lignei
a cassettoni della seconda metà del sec. XVI; in uno sono raffigurati
episodi della favola di Amore e Psiche, Il Ratto di Ganimede ed altre
scene mitologiche, nell'altro ritratti di imperatori romani.
Punti nevralgici dell'apparato difensivo del forte sono i quattro
bastioni: essi garantiscono il fiancheggiamento dell'intera costruzione
e costituiscono inoltre unità di lotta a sé stanti,
capaci di resistere separatamente anche nel caso di irruzione del
nemico nella corte interna.
Ciascuno di essi ha una piazzola alla sommità, per la manovra
delle artiglierie destinate al fuoco offensivo, e all'interno due
grandi casematte a pianta esagonale coperte a volta, l'una al piano
terreno, l'altra al piano seminterrato. In esse erano ospitati i pezzi
destinati al tiro di fiancheggiamento. Ognuno ha una apertura circolare
alla sommità della volta per lo sfogo veloce dei fumi. Al di
sopra di ciascuna casamatta c'é una intercapedine con pianta
ad anello che risponde al doppio fine di alleggerire le volte e di
moltiplicare il numero delle bocche da fuoco capaci di abbettere il
fossato e le cortine. Ogni baluardo dispone inoltre di una cisterna
che lo rende autosufficiente per quanto riguarda l'approvvigionamento
idrico. Ad essa si poteva attingere da ogni livello della costruzione.
I diversi livelli sono collegati tra loro da scale interne elicoidali
su pianta quadrata.
Le quattro casematte del pianterreno sono accessibili dal cortile.
L'accesso principale al piano seminterrato è costituito da
un ampio scalone cordonato che si apre nel porticato del piano terra,
tra lo scalone d'onore e l'ingresso. Esso era originariamente privo
di pavimentazione e poteva essere percorso anche da animali e da carriaggi.
Le casematte di questo piano sono collegate da ampi corridoi che ricevono
luce ed aria da botole aperte nel cortile. Su di essi si aprono gli
ambienti originariamente adibiti a caserme, disposti lungo le cortine
e la scuderia, cioé il salone oggi intitolato a Umberto Chierici.
Da ciascuna delle casematte del piano seminterrato è possibile
uscire nel fossato attraverso due pusterle o scendere per una rampa
di scale al sottostante piano delle contromine. Esso consta di una
serie di cunicoli che corrono lungo le cortine e il perimetro dei
bastioni. Scopo di essi è la difesa dagli attacchi sotterranei.
Il minamento delle mura attraverso un passaggio sotterraneo è
un sistema di offesa molto comune nella tecnica ossidionale del '500.
A ragione, il Chierici ha potuto affermare che la storia del castello
si esaurisce in quella della sua costruzione.Tuttavia la stessa presenza
minacciosa di una così potente fortificazione valse a tenere
in soggezione la città che andò lentamente declinando:
decadenza politica ed economica, ristagno sociale, inaridimento artistico
e culturale caratterizzarono la condizione della città sotto
la dominazione spagnola di cui il forte fu l'opprimente simbolo.
Esso svolse certamente un importante ruolo nella repressione della
rivolta antispagnola del 1647 - 1648. Si ha notizia di un assedio
del forte nell'anno 1743. Nel corso della guerra di successione polacca,
dopo l'avvento di Carlo III di Borbone sul trono di Napoli, il Castello,
tenuto dagli Austriaci, fu attaccato dalle truppe borboniche. Esse
scavarono delle trincee tra i monasteri di S. Amico e S. Basilio.
L'assedio iniziò il 14 giugno. Il 10 settembre gli Austriaci
si arresero con l'onore delle armi. Nel 1799 le truppe francesi d'invasione
occuparono il forte e ne fecero il caposaldo della loro resistenza
alla guerriglia delle masse contadine sanfediste guidate dall'eroe
popolare Giovanni Salomone. Utilizzato come caserma e come prigione
da Austriaci, Francesi, Borbonici fu sede del Comando del Presidio
Militare dell'Aquila dopo l'Unità.
La piazza del Castello fu trasformata in un grande parco negli anni
dopo il 1930 su iniziativa di Adelchi Serena, allora Podestà
dell'Aquila, e progetto dell'ingegnere Mario Bafile. Lo stesso Serena
aveva concepito il disegno di trasformare il Castello in Museo di
arte e archeologia.
Durante l'occupazione tedesca il monumento ebbe a subire gravi danni
e depredazioni. Finalmente, dopo la fine delle guerra, liberato dal
demanio militare e consegnato alla Soprintendenza ai Monumenti, il
grande complesso monumentale fu risanato e rivitalizzato. La fase
più importante dei lavori di restauro ebbe luogo a partire
dal l966. Nel corso di essi, eliminate le aggiunte posteriori, le
grandi casematte furono restituite alla forma originaria e adattate
ad ospitare manifestazioni culturali. Fu ripristinata la percorribilità
dei sotterranei e dei camminamenti superiori. Il loggiato superiore
fu protetto da vetrate. Il cortile, in parte sistemato a giardino,
fu pavimentato.
Il forte è oggi sede di importanti istituzioni culturali. Nel
bastione nord è stato ricavato nel l953 il complesso dell'Auditorium
che consta di un salone per i concerti e di altri locali di rappresentanza
e di servizi gestiti dalla Società Aquilana dei Concerti «B.
Barattelli». Nel bastione ovest è stata ricavata una
sala per conferenze. La sala Chierici, le casematte est e sud del
piano seminterrato e il corridoio che le collega sono stati adattati
per ospitare mostre temporanee.
Tra il 1949 e il 1950 si è costituito nel forte il primo nucleo
del Museo Nazionale d'Abruzzo. La casamatta superiore del bastione
est ospita la Sezione Paleontologica del Museo con lo scheletro fossile
di un Archidiskodon Meridionalis Vestinus rinvenuto presso Scoppito
nel 1954. La Sezione Archeologica è ubicata nella casamatta
superiore del bastione sud. Il loggiato superiore, i locali che costituivano
l'appartamento del Governatore e il piano soprastante ospitano la
Sezione di Arte Sacra. Nella medesima ala della costruzione, nel sottotetto,
è stata allestita la Sezione di Arte Moderna e Contemporanea.
L'intercapedine superiore del bastione est ospita la Sezione Alto
Medioevale. È ospitata nel forte anche una stazione per il
rilevamento dei movimenti sismici dell'Istituto Nazionale di Geofisica.
Vi hanno sede inoltre gli uffici e i laboratori della Soprintendenza
per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici per l'Abruzzo.
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Informazioni
Museo Nazionale d'Abruzzo
Abruzzo L'Aquila AQ
67100 Forte Spagnolo
Orario estivo: 9.00-20.00
Orario invernale: 9.00-20.00
Chiusura Giorni di apertura straordinari: Lunedì
Telefono Prenotazione visite - Cellulare Fax
08626331 0862633200 0862413096
Biglietto Biglietto ridotto
Euro 4,00 Euro 2,00
Ridotto ragazzi fra 18 e 24 anni e insegnanti.
http://muvi.org/sistema/museonazionaledabruzzo
http://muvi.org/museonazionaledabruzzo |
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