Quando conobbi Luciano ebbi l’impressione di essere di fronte contemporaneamente ad una concezione della pittura che, per strane coincidenze, si avvicinasse in egual modo al passato e al presente, il suo modo di parlare dell’arte e degli artisti manifestava il suo grande bagaglio artistico culturale, ma il fervore e la vivacità dei suoi occhi delineavano il desiderio di “andare un po’ più in la”.
In una particolare logica non figurativa l’astratto e la materia di Luciano Crepaldi si fondono insieme dando vita ad una luce che, come un prisma, riflette l’intera gamma dello spettro dei colori. Le sue tavole e le sue tele sono tavolozze di un artista ormai esperto che ha fatto della donna non solo il suo soggetto principale ma la sua vocazione, la presenza di quest’ultima la si può scorgere anche dove la figura sembra non esserci.
Gestualità e tecnica viaggiano di pari passo con il collage e i temi ricorrenti come i pesci, i cavalli o più semplicemente la presenza del colore rosso e dell’azzurro diventano linee guida per interpretare i suo lavori dove non manca mai uno sguardo al contemporaneo e alla voglia di sapere cosa sta succedendo intorno a noi per poterci preparare a cosa di li a poco succederà.
Le icone del Maestro sono modelle, ma anche donne comuni, madri e figlie, donne sono pure le Città che, con una sorta di personificazione, diventano centro dell’opera danno vita ad un movimento e ad un sentimento che solo una donna è capace di scatenare. Una poesia amorosa che solamente tramite il colore e la sua stesura è in grado di arrivare a colpire l’osservatore come, ad esempio, è capace di fare una vecchia foto riguardata dopo anni, ognuna di queste icone racconta una storia, c’è la donna più sensuale e diretta, c’è la più timida che sembra non volersi far notare, c’è quella della quale si comprende molto più di quanto lei pensi e quella che davanti a se sembra voler porre un muro impenetrabile, c’è quella ingenua che ha molto da imparare, ma che, come tutte le altre sembra aver qualcosa da insegnare a noi.
Le figure che si scorgono non sono simboli apotropaici, non sono qualcosa di “altro” e fuori dal nostro mondo e dalla nostra comprensione, sono invece quanto di più comprensibile possa esserci, non sono eteree, sono vive, parte del mondo e della natura, sembrano sbocciare come fiori e tra essi si nascondono, fiori che hanno il gambo fatto di colore steso sulla tela senza pennello, fiori che sembrano fuochi d’artificio, donne-fiore che ci lasciano immaginare il loro profumo ma che sono presenti e vive come la materia di cui è ricoperta la tela intera: acrilico, olio, bitume, sabbia, carta, terra, stoffa e polistirolo.
Le icone di Crepaldi non sono Madonne con la foglia d’oro, ma la loro valenza e la loro intensità si avvicina a quanto di più sacro ci sia nel mondo profano.
Arianna Ruggerone
Arianna Ruggerone
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