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Video Arte
Il termine video arte – in inglese video art – indica
un linguaggio artistico basato sulla creazione e riproduzione di immagini
in movimento mediante strumentazioni video. Lo sviluppo di questa
modalità espressiva va di pari passo con l’evoluzione
delle tecnologie di registrazione, elaborazione e diffusione del video
in senso ampio e muove quindi i primi passi nei primi anni Sessanta.
Questa stretta interazione tra arte e scienza ha fin da subito modificato
i parametri di fruizione dell’arte tradizionale e riaperto la
riflessione sull’incontro tra produzione creativa e processo
tecnologico che Walter Benjamin aveva riferito in L’opera d’arte
nell’epoca della sua riproducibilità tecnica del 1936
alla fotografia e all’idea di originalità di opere fotografiche
prodotte in più esemplari. Tra i maggiori pionieri ed esponenti
della videoarte internazionale sono Nam June Paik, Wolf Vostell, Bill
Viola, Gary Hill, Bruce Nauman, Cindy Sherman e tra gli esempi piu
attuali Matthew Barney e Tony Oursler; in Italia pioniere è
stato il gruppo Studio Azzurro, che realizza opere interattive di
video arte, quindi Marco Agostinelli e Fabrizio Plessi. Mentre tra
i giovani a lavorare con le immagini in movimento citiamo Vanessa
Beecroft, Sara Rossi, Stefano Cagol, Marcello Maloberti, Masbedo,
Marcella Vanzo, Elastic Group, Federico Solmi,Ottonella Mocellin.
Il Pensiero di Benjamin
"C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus.
Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi
da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati,
la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo
della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato.
Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli
vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie
su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi,
destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia
una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è
così forte che l’angelo non può più chiuderle.
Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge
le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti
a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa
bufera"
[W. Benjamin “Tesi sul concetto di storia” (1940) Einaudi,
Torino 1997, pp. 35-7]
L'opera d'arte, prima dell'avvento dell'epoca della sua riproducibilità
tecnica, grosso modo fine 800 primi 900, godeva dello statuto di
autenticità ed unicità. Un'opera, ad esempio un quadro,
era un pezzo unico e originale (non prodotto in serie) ed autentico,
ossia irripetibile e destinato ad un godimento estetico esclusivo
nel luogo in cui si trova. Questo hic et nunc dell'opera, questa
sua originalità, unità, autenticità, irripetibilità,
esclusività di godimento estetico viene da Benjamin chiamata
"aura". Diversamente l'opera d'arte nell'epoca della sua
riproducibilità tecnica è sottoposta ad un processo
di "decadenza dell'aura". Tanto è unico un quadro
quanto labile e ripetibile la foto. Ma veniamo al nodo. Infatti
se il godimento dell'aura di un'opera d'arte è tutto sommato
una prerogativa aristocratico-umanistica, ossia un'esperienza estetica
privilegiata di una ristretta cerchia di happy few, l'opera d'arte
riprodotta è invece nata avendo come destinazione le masse:
molteplici, ingorde, mutevoli per definizione. La contraddizione
del testo di Benjamin nasce proprio qui. Poiché egli, nella
Premessa teorica di questo testo e nella conclusione, si propone
di formulare dei concetti nuovi nel campo della teoria dell'arte
accordabili alle «esigenze rivoluzionarie» del materialismo
storico, non si vede come possa tale finalità accordarsi
invece con un processo definito di "decadenza" dell'esperienza
estetica - sempre più priva di "aura"-, con le
esigenze comunque sempre più pressanti delle masse di poter
adire l'estetico. Insomma, se il materialismo storico si pone come
liberazione politica degli oppressi, una estetica marxista dovrebbe
fornire a costoro anche una liberazione estetica, e plaudire alla
morte dell'aura come forma aristocratico-umanistica del godimento
estetico.
Secondo Benjamin, si possono distinguere due tipi di valore dell'opera
d'arte: quello cultuale e quello espositivo. Il primo, anche cronologicamente,
è il valore dell'opera d'arte in quanto questa è al
servizio del culto e deriva dal fatto che l'opera d'arte non è
accessibile a tutti in ogni momento e in ogni luogo.
"La riproduzione artistica comincia con figurazioni che sono
al servizio del culto. Di queste figurazioni si può ammettere
che il fatto che esistano è più importante del fatto
che vengano viste. Il valore cultuale come tale induce a mantenere
l'opera d'arte nascosta: certe statue degli dei sono accessibili
solo al sacerdote nella sua cella. Certe immagini della Madonna
rimangono invisibili tutto l'anno"
Il valore espositivo è, all'opposto, il valore dell'opera
d'arte in quanto questa è accessibile a tutti in ogni momento
e in ogni luogo; è il valore che l'opera assume nella modernità
(l'epoca del trionfo della scienza e della tecnica sulla magia e
dunque sul culto) grazie all'avvento degli strumenti di riproduzione
meccanica:
"Con l'emancipazione di determinati esercizi artistici dall'ambito
del rituale, le occasioni di esposizione aumentano. L'esponibilità
di un ritratto a mezzo busto, che può essere inviato in qualunque
luogo, è maggiore di quella di una statua di un Dio che ha
la sua sede permanente all'interno di un tempio"
“La qualità si ribaltata in quantità: le masse
sempre più vaste dei partecipanti hanno determinato un modo
diverso di partecipazione e di valore”
Al declino dell’aura si costruisce il culto del divo, si
cerca cioè di conservare la magia della crezione in una magia
di marchio che è propria della merce.
- I Mass media sono strumenti formidabili nelle mani del capitalismo
per farne oggetti merce.
- Nell’ epoca fascista « Fiat ars - pereat mundus »,
“dice il fascismo, e, come ammette Marinetti, si aspetta dalla
guerra il soddisfaci mento artistico della percezione sensoriale
modificata dal¬la tecnica. È questo, evidentemente, il
compimento del¬l'arte per l'arte. L'umanità, che in Omero
era uno spet¬tacolo per gli dèi dell'Olimpo, ora lo è
diventata per sé stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto
un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come
un godimento estetico di prim' ordine. Questo è il senso
dell'estetizzazione della politica che il fascismo persegue”
- Nei paesi comunisti: basta vedere l’uso della televisione
nella Cuba di Castro. “II comunismo gli risponde con la politicizzazione
dell'arte”
- La massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera
d’arte
E’ innegabile che l’opera d’arte nel momento
e nel luogo ( hic et nunc) in cui nasce porta in sé un valore
che va al di là del suo essere: è un quid particolare
che si identifica con l’energia spesa per la sua creazione.
È anche vero però che l’opera è un dono
fatto da uomini ad altri uomini. Quanto più essa è
vista, studiata, analizzata, giudicata, tanto maggiore è
il suo valore sociale. Il suo valore intrinseco quindi si accresce
col tempo. Oggi ogni opera d’arte non è fine a se stessa
ma appartiene a una rete di espressioni comunicative che si amplificano
a vicenda. Milioni di persone visitano l’ultima cena, il libro
di Dan Brown (Il codice Da Vinci) ne ha amplificato la conoscenza.
Molti vengono a vederla per sentirne palpitare lo spirito e per
percepire il quid energetico che anche a centinaia di anni il quadro
ancora emana: questo è mettersi in sintonia con l’opera,
sentirla viva come parte di te e chiudendo gli occhi mettersi in
relazione.
Se devi fare un lavoro di critica basta un approccio scientifico
di analisi accurata: in questo caso una foto o la scansione su internet
è forse meglio: questa scelta è solo dettata dall’interesse
personale.
Nel panorama culturale americano recentemente si è assistito
ad un ritorno di interesse per l'opera di Walter Benjamin del 1936
attraverso una sostanziale linea di pensiero reinterpretativo che
aderisce ai principi decostruzionisti che sono alla base delle riflessioni
sul post-moderno. Da ciò è evidente l'analogia che
si è creata quasi meccanicamente con il processo di navigazione
sulla rete informatica composta di frammenti messi in correlazione
tra loro in maniera tendenzialmente casuale, negando, in tal modo,
una metodologia progettuale che ne giustifichi l'esistenza. Non
è un caso che esistano alcuni siti Internet che hanno eletto
Benjamin come padre putativo della moderna tecnologia informatizzata.
Oggi, tale riflessione è tanto più giustificata quanto
più si pensa alle possibilità intrinseche alle nuove
tecnologie, che permettono che chiunque possa intervenire su un
prodotto artistico impedendo l'acquisizione di requisiti che si
rifanno all'unicità. E questa unicità non riguarda
soltanto l'artista, ma anche più propriamente la fruizione
dell'opera, se si pensa alla possibilità esponenziale di
accesso alle informazioni di Internet. E, infatti, oggi si parla
di 'globalizzazione' della cultura, verso quello che uno dei maggiori
teorici della realtà virtuale, Pierre Levy, chiama lo sviluppo
di una intelligenza collettiva; un traguardo che, secondo le sue
linee di pensiero, conduce verso una maggiore democraticizzazione
della cultura e dell'informazione
Dettagli bibliografici per "Videoarte"
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* Data dell'ultima revisione: 30 settembre 2006 13:03 UTC
* Data della citazione: 24 novembre 2006 19:43 UTC
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Dettagli bibliografici per "Walter Benjamin"
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Indice dei video
Pagina 1
Giacomo Manzù, Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Franco
Gentilini, Pietro Annigoni, Marino Marini, Giorgio De Chirico,
Con aura e senz'aura, Floris Ammanati, Vittorio Gassman, Goffredo
Parise, Pasolini, Luca Ronconi, Salvador Dali, Grazia Azzali,
Alik Cavaliere
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