Attenti al Cane Robot! Una nuova specie sulla scena contemporanea

di Ennio Bianco.

La storia dell’arte è costellata di animali: soggetti, simboli, presenze totemistiche. Dal rinoceronte di Dürer al coyote di Joseph Beuys, l’animale è sempre stato lo specchio attraverso cui l’uomo ha interrogato la propria natura. L’avvento della robotica avanzata, in particolare l’ormai iconico cane robot quadrupede (spesso il modello “Spot” di Boston Dynamics, ma non solo), ha introdotto un nuovo archetipo: l’animale artificiale, non più semplice rappresentazione, ma presenza fisica autonoma. Questo non è un oggetto inanimato, ma un’entità programmabile, capace di movimento, percezione e interazione, che sta rapidamente colonizzando lo spazio espositivo e performativo, spingendo gli spettatori a rinegoziare i confini tra vita, tecnologia, controllo e caos.
Questo articolo si propone di analizzare le diverse declinazioni di questa “specie” emergente attraverso le opere di Takayuki Todo, Silke Grabinger e Mike Winkelmann (Beeple), esplorando come la scena contemporanea stia riflettendo sull’uso e il significato profondo dei robot.

Takayuki Todo: la catena etica e lo sguardo omicida

L’approccio dell’artista giapponese Takayuki Todo è essenziale e immediatamente disturbante. L’installazione Dynamics of a dog on a Leash (2025), presentata ad Ars Electronica Linz, mette in scena un’inquietudine primordiale: la paura del non-umano che si ribella. Il cane robot è mostrato in uno “stato di costrizione”, legato a una catena che simboleggia un precario “controllo etico”.

L’installazione non si concentra sulla complessità del movimento, ma sulla sua potenziale funzione letale. L’attenzione è focalizzata sullo “sguardo omicida” del robot, che costringe lo spettatore a mantenere una “distanza di sicurezza”. Takayuki Todo utilizza il robot come una creatura da incubo che possiede già “sufficienti capacità atletiche e una potenza letale”. La domanda centrale posta da Todo non riguarda la funzionalità del robot, ma la sua coscienza percepita: “Apparirà come un ‘altro vivente’ agli umani che fissa?”.

In questo contesto, il robot non è un assistente o un giocattolo tecnologico, ma un Golem contemporaneo, la cui potenza è contenuta da una “singola catena etica”, un monito sulla fragilità del controllo umano sull’intelligenza e la forza artificiale che noi stessi abbiamo generato. È un’arte che riflette le ansie distopiche della società giapponese e globale nei confronti di una tecnologia che è ormai troppo potente per essere ignorata.

Silke Grabinger: riesplorazione dei confini e iperfemminismo

L’artista e performer austriaca Silke Grabinger impiega il cane robot in un dialogo molto più complesso e intertestuale, spesso mettendolo in relazione con altre macchine e con figure storiche della performance art.

In Spotshotbeuys (2023, Francisco Carolinum Linz), Silke Grabinger realizza una riscrittura concettuale della celebre performance di Joseph Beuys, I like America and America likes me (1974), dove l’artista conviveva con un coyote. Se Beuys utilizzava il coyote come simbolo della natura originaria e spirituale dell’America, Grabinger sostituisce questa figura con “Spot”, il cane robot, che incarna il “risultato della cultura attualmente più avanzata”.

La performance sposta il fuoco della discussione: non si tratta più di riavvicinamento alla natura, ma di negoziazione con la tecnologia. Il robot si afferma nella sua “autonomia”, e il ruolo del mediatore tra uomo e macchina è messo in discussione. La durata estesa della performance (120-200 minuti) e la sua trasformazione in video-opera sottolineano la natura quasi rituale di questa interazione. Le domande che ne scaturiscono sono radicali: “da chi proviene il pericolo, chi controlla chi, o chi può/deve essere addomesticato da chi?”. Grabinger trasforma il palcoscenico in un campo di battaglia filosofico dove i ruoli di addomesticatore e addomesticato sono fluidi e incerti.

L’installazione/performance Areyouare (2025, Ars Electronica) espande ulteriormente il concetto, circondando la performer non solo con il cane robot, ma anche con robot aspirapolvere e un robot da cucina. Questa “ibridazione” tra uomo e macchine domestiche, che interagiscono tra loro in modi “imprevedibili”, evoca la performance Up to and including her Limits di Carolee Schneemann. Grabinger esplora i limiti fisici e concettuali del corpo femminile in relazione a un ambiente sempre più automatizzato.

La tensione tra “retroproiezioni, iperfemminismo e ibridazione” suggerisce che il robot quadrupede non è solo un soggetto a sé stante, ma un elemento in un ecosistema tecnologico che sta ridefinendo il corpo, il genere e il ruolo dell’umano, in particolare della donna, all’interno dello spazio domestico e artistico.

Mike Winkelmann (Beeple): satira distopica e la gestione dei rifiuti digitali

L’artista digitale per antonomasia, Mike Winkelmann (alias Beeple), porta il cane robot in un territorio apertamente satirico, spettacolare e grottescamente popolare. La sua installazione Regular Animals (2025) ad Art Basel Miami Beach è stata un fenomeno da “scroll-by” 1, un successo di massa che ha trasformato l’ansia culturale in una farsa teatrale.

Beeple utilizza i robot come “creature prese da un incubo pop-tech”. Mascherati da figure iconiche della celebrità e del potere (Musk, Zuckerberg, Warhol, Picasso, Bezos e lo stesso Beeple), i cani robot sono imprigionati in una teca di plexiglas, un “recinto” che li contiene e li espone. Le maschere iperrealiste (firmate da Landon Meier) sono deliberatamente “disturbanti”, trasformando le macchine in inquietanti ibridi carne-tecnologia.

Il gesto centrale e più provocatorio è la loro funzione escrementizia. Dopo aver registrato l’ambiente circostante con microcamere, i robot si ribaltano per “defecare un’immagine stampata” nello stile del personaggio che indossano (ad esempio, Warhol produce stampe “warholiane”).

Come acutamente osservato da ArtNews, Beeple ha costruito un “modello funzionante del nostro presente algoritmico”: le macchine vedono il mondo (sorveglianza), lo reinterpretano e ne “sputano fuori i risultati come se il significato fosse solo un’altra forma di gestione dei rifiuti”. L’installazione è una feroce critica a come le piattaforme digitali e l’AI generativa filtrino e riproducano la realtà, trasformando la creatività in un processo meccanico e digestivo.

L’uso di teste di celebrità e magnati della tecnologia, in particolare, è una satira sul potere strisciante delle piattaforme e sul culto della personalità che plasma la nostra percezione. È l’apice del cosplay 2 e della celebrità fusi con la sorveglianza. La reazione del pubblico – l’estasi collettiva quando un robot produce un’immagine, definita un “piacere colpevole” – rivela l’attrazione morbosa verso la macchina che imita il gesto creativo.

Nonostante il successo popolare, l’opera ha generato anche un forte dibattito critico. Eppure, il mercato ha decretato il suo trionfo: con ogni edizione venduta a $100.000, Regular Animals è stato il fulcro della nuova sezione digitale Zero10 di Art Basel Miami, dimostrando che, nel bene o nel male, la spettacolarità e l’immediatezza della satira pop-tech dominano l’attuale panorama fieristico.

L’emergere del cane robot come medium non è casuale. Si inserisce in una lunga tradizione di arte che utilizza la tecnologia e l’interattività per interrogare la condizione umana:

Cyber-Arte e Robotica: Dagli anni ’60 con le prime macchine cinetiche, l’arte robotica ha sempre esplorato l’autonomia della macchina. Il cane robot, tuttavia, aggiunge l’elemento della simulazione animale e l’alto grado di perfezione atletica, rendendo la sua presenza inquietantemente quasi-vivente.

Performance e Corpo: Dalla Body Art agli esperimenti di Stelarc, l’arte ha esplorato l’ibridazione tra corpo umano e tecnologia. Grabinger si colloca qui, usando il robot per ridefinire i limiti del corpo, in particolare quello femminile, in un ambiente iper-tecnologico.

Satira e Critica Sociale: Beeple utilizza il robot come un vettore per la sua critica iper-pop e distopica. Il cane robot, costoso e all’avanguardia, diventa la metafora perfetta per la vanità e l’auto-referenzialità dell’élite tecnologica e mediatica.

I tre artisti, pur con approcci diversi (l’ansia etica di Todo, la rilettura concettuale di Grabinger, la satira pop di Beeple), convergono sulla stessa entità: il robot quadrupede è il sintomo del nostro presente tecnologico, un oggetto che materializza l’invisibile – algoritmi, sorveglianza, automazione – rendendolo un’esperienza viscerale e ineludibile.

Il cane robot, dunque, non è un capriccio estetico, ma un potente strumento di indagine filosofica e sociale. Dal monito etico di Todo alla decostruzione performativa di Grabinger, fino alla satira corrosiva di Beeple, l’animale-robot sta costringendo il mondo dell’arte a porsi domande fondamentali sul futuro della coesistenza tra umano e macchina. Non si tratta solo di rappresentare la tecnologia, ma di interagire con essa in uno spazio in cui l’autonomia, il controllo e il significato stesso della creazione artistica sono in gioco.
Il cane robot è la nostra ombra tecnologica, e il suo abbaiare sulla scena artistica è un segnale che non possiamo ignorare.
Ennio Bianco

Riferimenti e contatti
Takayuki Todo official website
Silke Grabinger official website
Mike Winkelmann (Beeple) official website
Immagine in evidenza
© Silke Grabinger, fonte Silke Grabinger official website
Copyright
Tutte le immagini e i video © dei rispettivi Autori

Note

  1. “Scroll-by” non è una locuzione inglese comune, ma si riferisce allo “scrolling”, ovvero l’atto di far scorrere il dito sullo schermo (verticalmente o orizzontalmente) per visualizzare più contenuti, come su social media o siti web, un gesto ormai automatico. Deriva da “to scroll” (srotolare) e in italiano si usa il verbo “scrollare”, che significa scorrere una pagina sullo schermo. 
  2. Il cosplay è l’abitudine di indossare costumi per impersonare personaggi tratti da fumetti, manga, anime, videogiochi o film, interpretandone anche i gesti e i comportamenti. Il termine è una contrazione delle parole inglesi “costume” e “play” (gioco, interpretazione). Chi pratica il cosplay è chiamato “cosplayer”