di Ennio Bianco.

Il dibattito sull’arte contemporanea ha raggiunto un crocevia critico. Le tecnologie emergenti – dall’Intelligenza Artificiale Generativa ai confini del Quantum Computing – non rappresentano più semplici strumenti, ma catalizzatori di una profonda crisi epistemologica che interroga l’identità dell’autore, la natura dell’opera e il concetto stesso di creatività.
Per orientarsi in questo scenario di rapida e radicale trasformazione, l’analisi di Pier Luigi Capucci si rivela non solo opportuna, ma essenziale.
Pier Luigi Capucci è ricercatore e saggista, la cui attività si concentra sull’interazione tra forme artistiche, discipline scientifiche e tecnologie. Ha insegnato in Italia e all’estero, ha all’attivo oltre 400 pubblicazioni e ha curato mostre ed eventi in campo internazionale. È membro del Comitato Scientifico della sezione italiana di AICA (Association Internationale des Critiques d’Art, Parigi) ed è consulente della Commissione Europea sulle relazioni tra scienze, tecnologie e humanities. Non da ultimo, dirige “Noema”, magazine online e network di progetti su cultura, scienze, tecnologie e società, che festeggia quest’anno 25 anni di attività, e dirige il progetto di ricerca “art*science – Art & Climate Change” sull’arte e i cambiamenti climatici.
Questa sintetica biografia non rende pienamente giustizia alla sua dimensione culturale. Basterebbe seguire i suoi post su Facebook, sempre ricchi di spunti e attenti alle scoperte scientifico-tecnologiche con potenziali ricadute sul mondo dell’arte, per comprendere la sua importanza come guida e stimolo all’accrescimento culturale.



Per anni ho seguito con interesse le sue riflessioni, fino a quando non siamo riusciti a conoscerci di persona. Ci siamo incrociati in un contesto emblematico, allo sportello degli accrediti per la stampa di Ars Electronica di Linz. Ricordo che era in compagnia di Derrick de Kerckhove, straordinario intellettuale belga-canadese, erede riconosciuto di Marshall McLuhan, e abbiamo immortalato il momento prima di tuffarci nell’oceano di proposte del festival.
È proprio da qui che nasce l’idea per questa intervista: dai molti dubbi che affollano il dibattito sulla AI Art, in particolare sugli ultimi sviluppi che prevedono l’utilizzo degli Agenti in grado di acquisire autonomia, e da argomenti altrettanto urgenti come le implicazioni del Quantum Computing. Generoso come sempre, Pier Luigi Capucci ha accettato di rispondere a una decina di domande.
Il dialogo che segue si configura come un viaggio culturale di sistema, che ci guiderà oltre il clamore mediatico per comprendere come l’arte stia diventando il banco di prova per le grandi domande della nostra epoca, ridefinendo il rapporto tra uomo e macchina.

L’intervista
[Ennio Bianco]: Con l’avanzamento dei modelli generativi di Intelligenza Artificiale (come DALL-E 3 o Midjourney) e la loro crescente capacità di produrre immagini esteticamente valide e complesse, ci troviamo di fronte a una crisi del concetto tradizionale di “Autore” e persino di “Opera d’Arte”. In che modo la tua visione dell’AI Art ci aiuta a ridefinire questi concetti fondamentali? La tecnologia è un mero strumento o sta diventando un vero e proprio co-creatore che richiede una nuova griglia di lettura critica?
[Pier Luigi Capucci]: Credo che si debbano premettere alcune cose generali riguardo al concetto di “arte”. In primo luogo l’AI Art non riguarda solo le immagini, ci sono opere in cui l’AI non genera direttamente delle immagini ma determina processi di varia natura che costituiscono un’opera che può essere visiva, sonora, o multimediale. In secondo luogo spesso si parla un po’ troppo frettolosamente di “arte”, come se l’oggetto artistico risiedesse esclusivamente nell’“opera”. L’estetica del ’900 ha mostrato invece come una parte rilevante del costrutto artistico non risieda nell’“oggetto artistico” in sé, nell’opera, ma nel suo funzionamento culturale e sociale: l’arte è un atto espressivo e comunicativo, è sempre destinata a venire interpretata. In altri termini vale la tautologia “arte è ciò che una società, che una cultura, decide che sia arte”, e tale riconoscimento può anche essere postumo. Senza questa precisazione una parte rilevante dell’arte del ’900 sarebbe priva di senso. Dunque, per quanto interessanti, validi e innovativi possano essere i costrutti culturali, è necessario usare con cautela il termine “arte”.
Ciò detto, certamente l’AI generativa contribuisce a rivedere, e arricchire, i concetti tradizionali di “autore” e di “opera d’arte”. Tuttavia, questo avviene al culmine di un processo storico e culturale, iniziato nel secolo corso, che ha visto movimenti come, tra gli altri, l’Op Art, l’Arte cinetica, l’Arte programmata, l’Arte generativa, l’Arte interattiva muoversi nella direzione di mettere in discussione la paternità autoriale (per esempio coinvolgendo il fruitore nell’atto creativo, rendendolo partecipante attivo e talvolta persino coautore nel processo artistico) e l’idea di opera d’arte come costrutto chiuso e inderivabile (per esempio privilegiandone gli aspetti processuali e di apertura).
La tecnologia è uno strumento sempre più presente, capace di affiancare fino a sostituire l’artista nei processi creativi. Diviene dunque fondamentale mettere a punto nuove modalità critiche ed estetiche. Può esistere una “creatività delle macchine”? È un discorso interessante e complesso, che costringe a rivedere l’idea di “creatività”, e, di conseguenza, di “arte”.

Si sta facendo strada l’Agentic AI, un passo oltre la semplice generazione, dove l’AI opera con un grado di autonomia e potenzialità di “intenzionalità”. Come prevedi possa manifestarsi l’Agentic AI nel campo dell’arte e quali sono le implicazioni etiche e legali quando un sistema autonomo non solo crea, ma prende decisioni sul come e sul perché creare? L’arte prodotta da un “agente” potrebbe essere considerata un’espressione di una nuova forma di volontà artistica?
In campo artistico, con le cautele di cui ho detto, si rafforzerebbe l’indipendenza del dispositivo nel processo creativo; peraltro, come ho notato, si tratta di un processo in atto da tempo. Resta ovviamente la responsabilità dell’artista, una figura di artista-teorico che non subisce la tecnologia, ma la interroga. In base alle scelte operate – modelli utilizzati, provenienza dei dati di istruzione, processi… – vi sono problematiche, non secondarie, riguardanti la privacy, il monopolio tecno-economico di alcuni attori, l’impatto ambientale. Nella produzione artistica vedo questioni di natura legale: per esempio, almeno per ora, negli Stati Uniti non è possibile proteggere con il copyright opere create con l’AI generativa, anche se poi vincono i concorsi.
La “responsabilizzazione creativa”, chiamiamola così, dei dispositivi nella produzione artistica porterà a visioni poetiche e critiche più ampie e complesse, meno antropocentriche; porterà a ripensare ed estendere il significato di “creatività” e alla realizzazione di opere più complesse. Non c’è ansia per la “morte dell’autore”, ma curiosità per la nascita di una “creatività ibrida” e complessa.

La tua attenzione si è spesso rivolta alla Science Art (o Sci-Art), dove dati scientifici, processi biologici o concetti fisici diventano la materia prima o il soggetto dell’opera. Qual è il ruolo di questa forma d’arte nel dibattito contemporaneo? Funge da semplice ponte divulgativo tra scienza e pubblico, o ha la capacità, come l’arte tradizionale, di generare nuove conoscenze estetiche o persino ipotesi scientifiche?
Un dialogo costruttivo tra le due principali espressioni culturali di qualunque periodo storico è fondamentale. Accade dagli albori dell’umanità, spesso arte e scienza coesistevano nella stessa persona. Arte e scienza possono integrare le conoscenze, collaborare, generando conoscenza e idee. Oggi molte teorie sociali, economiche, culturali e scientifiche, così come fenomeni naturali legati all’ecologia e alla biologia, sono vicini alle processualità artistiche.
L’arte può ampliare la narrazione della scienza coinvolgendo pubblici che per molte ragioni resterebbero esclusi. Può rendere consapevoli delle direzioni della ricerca, approfondire la visione del mondo, mostrare le ricadute sull’ambiente, rivelare le qualità poetiche delle visioni scientifiche. Ma, oltre a una dimensione, diciamo così, divulgativa, l’arte ha anche una vocazione fondamentale critica, libera, può sollevare problematiche sociali ed etiche rilevanti. Può indicare alla scienza ambiti da approfondire, può aiutare a individuare nuove prospettive e visioni, nuovi modi di fare ricerca, può favorire nuove conoscenze. L’arte è insomma una sorta di filosofia della contemporaneità, una risorsa fondamentale per comprendere il presente e guardare al futuro.
Il Quantum Computing promette di rivoluzionare il modo in cui elaboriamo le informazioni, superando i limiti della computazione classica basata sui bit (0 o 1). Come immagini che questa potenza di calcolo non lineare, che lavora su stati di sovrapposizione e entanglement, possa contribuire o persino creare nuove estetiche nell’arte? Potrebbe l’arte quantistica aiutarci a visualizzare concetti che la nostra mente classica fatica a comprendere?
La possibilità di gestire un numero enorme di variabili, di controllare processi e fenomeni complessi aprirà a nuove conoscenze, scoperte e invenzioni, inaugurerà nuovi percorsi, narrazioni e visioni. Come è avvenuto storicamente, si moltiplicheranno le forme e le possibilità espressive, nasceranno nuove dimensioni creative anche oltre la dimensione antropocentrica. Ci sono artisti che già operano in questa dimensione. Accanto a tecnologie sempre più complesse e potenti si rafforzerà il ruolo dell’arte come sguardo “altro” al mondo, quindi cresceranno le sue visioni, ma anche le sue responsabilità.

L’ingresso dell’arte generata dall’AI nel mercato, spesso tramite NFT (Non-Fungible Tokens), ha acceso dibattiti sulle quotazioni e sul valore intrinseco. Quali sono i parametri critici che, secondo te, dovrebbero guidare l’acquisizione di un’opera di AI Art da parte di un museo o di una grande collezione? Qual è il rischio che il clamore tecnologico prevalga sul valore estetico, storico e concettuale?
Dipende molto dalla tipologia e dagli obiettivi di quell’istituzione e di quel museo. In genere, finora, con l’AI generativa mi pare siano state premiate, come spesso accade, soprattutto gli aspetti di novità e di attualità, sostenuti da motivazioni in parte collezionistiche, in parte mediatiche e in parte culturali. Nell’individuazione delle opere e nelle acquisizioni sono stati privilegiati gli elementi più contigui al mondo dell’arte e più adatti al mercato. Tuttavia, come ho notato all’inizio, il “valore estetico” di un’opera (e dunque, di conserva, quello mercantile) è frutto anche di un processo esterno all’oggetto artistico in sé, reale o virtuale che sia, che si declina nel tempo. Dunque, anche se in prospettiva un giudizio storico-culturale non è facile da esprimere, è necessario uno sguardo lungo, competente e meditato.

Dal tuo osservatorio di quel terreno di confine dove si incrociano arte, scienza e filosofia, ritieni che l’attuale panorama accademico e critico italiano sia sufficientemente attrezzato per affrontare l’interdisciplinarità richiesta da queste nuove forme d’arte? Quali figure professionali, oltre al critico d’arte tradizionale, dovrebbero entrare in gioco per un’analisi completa e rigorosa dell’AI Art e della Science Art?
L’arte contemporanea è interdisciplinare per definizione, nel corso del tempo si sono avvicendate, spesso sovrapponendosi e completandosi, analisi semiotiche, sociologiche, psicologiche, fenomenologiche, filosofiche, storiche, tecniche, economiche… per ricordare quelle più celebri. Le nuove forme d’arte espandono questa interdisciplinarietà perché richiedono anche conoscenze tecnologiche e scientifiche che sono al di fuori della dimensione umanistica, che normalmente critici e curatori, la cui formazione è generalmente umanistica, non possiedono. Le difficoltà sono spesso evidenti nel modo in cui la critica, e più in generale il mondo dell’arte, si confrontano con queste forme espressive. Non si tratta di qualcosa di nuovo: questa distanza si è aperta negli anni ’60 del ’900. È necessario un approccio transdisciplinare, capace di coniugare aspetti e contesti diversi per far risuonare l’opera in quella che ho chiamato una “lingua plurale”.

Gran parte dell’arte digitale e dell’AI Art esiste in una dimensione immateriale o virtuale. In un’epoca in cui il valore presuppone la tattilità e la fisicità, come l’esperienza sensoriale e corporea del fruitore si ridefinisce di fronte a queste opere? L’immaterialità dell’opera, come nel caso di installazioni basate su flussi di dati (Dalaland di Refik Anadol, Planet di TeamLab, per esempio), rappresenta un limite o una nuova opportunità per il coinvolgimento emotivo e percettivo?
Ci sono opere immateriali che coinvolgono la dimensione fisica dei fruitori, la loro sensorialità e corporeità, pensiamo ad esempio a certe opere di arte interattiva. Direi anzi che, rispetto alle forme d’arte tradizionali, che spesso sono create solo per essere fruite con lo sguardo, sono proprio queste forme che consentono di coinvolgere i sensi e la corporeità. Le problematiche dell’immaterialità dell’opera nei confronti del mondo dell’arte, del collezionismo e del mercato non sono di oggi: videoarti, computer art, arti interattive, net art, media art… ci si sono scontrate per decenni.
Comunque, esistono opere basate sull’AI che sono profondamente materiali, che si coniugano, per esempio, alla biologia, in cui tecnologie e dati non vengono utilizzati per generare immagini o suoni ma per realizzare dispositivi che interagiscono con il corpo, con i sensi, persino con entità non umane. Personalmente trovo queste opere molto interessanti.

Nell’arte tradizionale, l’errore, la deviazione o l’incidente (come il “glitch” nel mondo digitale) sono spesso fonti di innovazione. I modelli di AI sono progettati per ottimizzare e minimizzare gli errori. Qual è, secondo te, il ruolo del “Glitch Creativo” o dell’”Imprecisione Controllata” nell’arte basata su algoritmi? Può l’artista manipolare intenzionalmente l’errore del codice per riscoprire una nuova forma di espressione “umana” all’interno del sistema perfetto dell’AI?
Gli errori che l’AI generativa può introdurre nelle immagini costituiscono a mio avviso gli aspetti più interessanti, certamente più del fotorealismo sempre più sofisticato verso il quale tendono i modelli di AI più avanzati. Trovo più stimolante come una poesia, un brano letterario, un racconto, una riflessione vengono trasdotti, “interpretati” dal modello, come avvengono i “ragionamenti”, come si attivano le connessioni. Per quanto riguarda i risultati, sono intriganti le dimensioni non figurative, gli errori, le imprecisioni e le “allucinazioni”, il disorientamento semantico, l’incoerenza, le approssimazioni formali, gli esiti imprevedibili e sorprendenti che sfidano la descrizione, all’interno di un processo generativo che è intrinsecamente opaco – le operazioni di un sistema di AI generativa avvengono dentro una black box. Tecnicamente, oltre che lavorando sul prompt e agendo sui settaggi, l’artista può influenzare il processo generativo introducendo o richiamando dei propri elementi, dei costrutti personali in grado di alterare o modificare l’esito finale.
Gli algoritmi di apprendimento automatico si nutrono di enormi database di immagini, testi e dati prodotti dall’uomo (il training set). In che misura l’arte generata dall’AI non è altro che un riflesso, spesso distorto o amplificato, dei bias culturali (di genere, etnici, estetici) presenti nei dati di partenza? Qual è, secondo te, la responsabilità dell’artista (il prompt progettista o ingegnere) nel decostruire o esporre criticamente questi pregiudizi attraverso l’opera d’arte?
In linea generale i bias sono onnipresenti, non solo all’interno delle culture umane, dipendono da variabili biologiche e culturali e sono utili per inquadrare rapidamente i fenomeni con cui ci confrontiamo. Il problema non è riconoscerli ma metterli in discussione e modificarli o respingerli quando sono sbagliati o dannosi. I bias culturali sono il risultato di processi diacronici, nascono, muoiono e cambiano a seconda dei periodi storici. Dunque, è del tutto normale ritrovarli nei dati creati o selezionati da persone, dati sui quali le AI vengono addestrate, e di conseguenza negli esiti che vengono generati. Certamente l’artista, il progettista o l’ingegnere possono intervenire in questo processo, ma qualche forma di bias sarà inevitabilmente presente.
Del resto, non si crea dal nulla. L’umanità usa la scrittura da 7 mila anni, crea figurazioni da almeno 40 mila anni, l’oralità è molto più antica, l’acquisizione della capacità simbolica si perde nella notte di tempi senza memoria. Pensare che immagini, audiovisivi, musica, racconti possano essere creati dal nulla è un’idea romantica e anche un po’ presuntuosa. Nessuno è tabula rasa, anche se non ne siamo consapevoli, siamo sempre influenzati da quel che abbiamo visto, letto, sentito, vissuto. Davanti a un’immagine, a ogni forma d’espressione, è sempre possibile risalire a qualche precedente, a qualche modello o stilema più o meno volontariamente e consapevolmente utilizzato.

Guardando al futuro prossimo, diciamo i prossimi 5-10 anni, se l’AI Art attuale è ancora in gran parte legata alla rappresentazione visiva (immagini, video), quale sarà la prossima frontiera significativa? Potrebbe l’arte spostarsi verso l’interazione diretta con sistemi complessi, la creazione di esperienze sinestetiche o la modellazione di intere ecologie digitali che si evolvono indipendentemente dall’input umano?
Oltre alla produzione di immagini, audiovisivi, testi e musica, in futuro, anche grazie a sistemi di calcolo avanzati, l’AI costituirà il cuore di opere complesse e interdisciplinari, in cui immagini, audiovisivi e testi saranno elementi secondari, funzionali. L’AI può costituire la base di opere autonome, anche al di fuori della dimensione digitale, in grado di relazionarsi in maniera multimodale con l’ambiente e con le persone e di evolvere anche senza l’intervento umano. Oppure, come sta avvenendo nell’ambito della “microperformatività” – concetto artistico e teorico che descrive azioni, processi o eventi che avvengono su scala temporale e spaziale microscopica, spesso al di fuori dell’intervento dell’artista, coinvolgendo entità non umane (come la biologia, la tecnologia, organismi microscopici) – per generare opere che si evolvono nel tempo. Qui l’AI può essere impiegata, per esempio, per interagire con specie viventi con cui siamo in simbiosi, trasducendo le informazioni sulla loro esistenza in un linguaggio che possiamo capire e attivando delle affascinanti possibilità di collaborazione creativa tra umani e non umani. Da “pennello sofisticato” a mediatore ecologico e biologico, l’AI apre spazi teorici per ripensare l’agency creativa oltre l’antropocentrismo.
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