di Teresa Lanna.

«Nonostante le difficoltà, alla fine l’immagine la vedo come un mezzo di comunicazione che so usare meglio delle parole».
Preferisce esprimersi attraverso le sue opere Daniele Antoniazzi, lasciando che siano queste, e non il loro autore, a “dialogare” con chi le osserva, con la consapevolezza che ciascuno può recepire qualcosa di diverso, a seconda della propria sensibilità e del proprio vissuto, ma anche di ciò che “arriva” al momento, in base allo stato d’animo e alle diverse componenti che partecipano alla fruizione di un’opera d’arte nel suo insieme.
Daniele Antoniazzi è nato a Conegliano nel 1999 e, attualmente, vive e lavora tra Godega di Sant’Urbano e Venezia.
Ha frequentato il Liceo Artistico “B. Munari” di Vittorio Veneto; nel 2021, si è diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia e, nel 2025, si è diplomato al Biennio in Pittura nella medesima sede. Nel 2023, è finalista della IV edizione di “Artefici del nostro tempo” e il suo lavoro fa parte della mostra collettiva presso il Forte Marghera (Mestre). Nel 2024, è il primo classificato della XIII edizione del Prisma Art Prize (Roma), vince il Premio Galleria del “Premio Combat Prize” (Livorno) ed è finalista presso la V edizione del “Rea Art Fair” (Milano). Sempre nel 2024, partecipa alla mostra collettiva presso Libreria Minerva, organizzata da Progetto Giovani Padova, con il progetto “Step by Step” XIX (Padova), alla mostra collettiva “Extra Ordinario Workshop”, presso il Padiglione Vega Antares (Venezia) e alla mostra collettiva “Mood” presso la Plain Gallery (Milano). Nel 2025, è finalista della VIII edizione del “We Art Open”, partecipando alla mostra finale presso Spuma Art Space, indetta da No Title Gallery (Venezia); nello stesso anno, partecipa alla mostra collettiva per il “Prisma Art Prize” presso la Contemporary Cluster (Roma).

L’intervista
[Teresa Lanna]: Lei, nel 2021, si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Venezia; cosa ha guidato la scelta del suo percorso professionale, oltre alla passione, e quali sono gli artisti che hanno ispirato il suo lavoro?
[Daniele Antoniazzi]: Penso sia semplicemente la voglia di raccontare con le immagini. Nonostante le difficoltà, alla fine l’immagine la vedo come un mezzo di comunicazione che so usare meglio delle parole.
Di artisti ne osservo molti, ma le figure chiave nella mia ricerca sono state Gerhard Richter, Velazquez e due autori giapponesi: il regista Takeshi Kitano e il fumettista Taiyo Matsumoto. Di recente, invece, un artista che mi ha incuriosito è stato il sudcoreano Do Ho Suh.
Ci descriva una sua giornata di lavoro ordinaria: oltre agli attrezzi del mestiere, quali elementi, soggetti o condizioni ambientali sono per lei imprescindibili, al fine di creare l’atmosfera ideale?
Non ne ho di particolari. Dipende molto da quello che sto facendo e come va la giornata. Mi sono abituato ad adattarmi alla situazione, lavorare con rumori di sottofondo, distrazioni.
Le sue opere sono dominate da figure solitarie e animali. Quanto conta per un artista lavorare in solitudine e qual è, se esiste, l’animale cui si sente particolarmente legato?
Penso dipenda da persona a persona. C’è chi è più propenso a lavorare individualmente; per altri, invece, è più stimolante il gruppo. Io sono una persona che sta nel suo, quindi la parte solitaria del mio lavoro non la vedo come un obbligo. Al tempo stesso, credo, però, che il confronto con altri sia importante.
Per quanto riguarda l’animale cui sono particolarmente legato, sicuramente il cane.

In che modo l’ambiente artistico e culturale veneziano, con la sua storia e la sua particolare atmosfera, ha influenzato la sua visione artistica e lo sviluppo del suo stile pittorico, in particolare nella creazione di questi paesaggi vividi?
A Venezia c’è stata una grande tradizione della pittura, soprattutto con Bellini e poi Tiziano, pittori a cui guardo sempre e che sicuramente sono stati utili nella visione del paesaggio e del colore. Ancora oggi è presente un ambiente piuttosto vivo per questa disciplina; non nego che questa sia stata una grande risorsa ed opportunità, soprattutto nello sviluppare maggiormente una personale visione.
Il titolo della sua prima mostra personale, presso l’A.MORE Gallery di Milano (dal 22 maggio al 14 giugno 2025, ndr), pone l’accento su “Un attimo prima”. Cosa rappresenta, esattamente, per lei, questo momento di sospensione e come si traduce concettualmente e visivamente nelle sue opere?
In un’immagine ci possono essere situazioni simili o scenari diversi che riportano a delle atmosfere condivise. “Un attimo prima” evidenzia la scelta che pongo nei soggetti, la scena in cui si collocano e, soprattutto, le azioni che compiono o non compiono. La sospensione del tempo crea un momento di instabilità, in cui un’immagine può sembrare chiara solo in apparenza.
La relazione tra figura e spazio è centrale nel suo lavoro. Come si sviluppa questo dialogo dinamico attraverso le stratificazioni di colore e la rappresentazione sfumata dei soggetti e degli ambienti?
Soggetto e tecnica vanno di pari passo. Quindi, durante le varie fasi, un’idea dell’immagine può rimanere immutata o cambiare completamente. Un’idea può essere sempre bella, ma il vero problema è riuscire ad adattarsi a ciò che viene prodotto in maniera concreta successivamente.
Nelle sue opere, situazioni apparentemente ordinarie vengono sovvertite da presenze estranee o atteggiamenti desueti. Cosa la spinge a introdurre questi elementi di perturbazione e quale effetto desidera suscitare nello spettatore?
Disagio, ironia. Il soggetto, nell’immagine, diventa un pretesto per comunicare queste sensazioni e creare anche un certo grado di incertezza in chi guarda.

Lei non si limita a tracciare linee tra passato e futuro, ma costruisce “universi paralleli”. Cosa intende con questa definizione e come si manifesta questa alterazione della realtà quotidiana, nelle sue opere?
“Universo parallelo”, per me, è la visione di ciascuno nei confronti di ciò che lo circonda. Tutti abbiamo un punto di vista personale e, quindi, ognuno vede il mondo a modo suo. I miei lavori, dunque, riflettono la mia personale visione.
Le figure, nelle sue opere, assumono un aspetto arcaico. Cosa la attrae di questa estetica e come si relaziona con il paesaggio circostante? C’è un riferimento specifico a periodi storici o mitologici?
Arcaico lo posso ricollegare a semplicità. È meglio essere semplici e cercare di creare qualcosa di interessante, per noi in primis. Non cerco mai qualcosa di specifico; ci sono riferimenti storici e produzioni artistiche che mi interessano di più, ma guardo sempre un po’ di tutto.
In che modo il suo approccio espressionistico, nel processo creativo, si differenzia da altre forme di espressionismo che hanno influenzato la storia dell’arte? C’è un dialogo consapevole con artisti del passato?
Non mi sono mai confrontato con questa cosa, in realtà. Come detto prima, prendo ispirazione un po’ da tutto e, con costanza e tanto lavoro, molte cose si sono evolute nella tecnica, nel modo in cui penso e creo un dipinto, sia in maniera voluta che casuale.
Guardando al suo percorso professionale, quali sono le sue maggiori aspirazioni o i temi che sente di voler esplorare più a fondo nel suo futuro come artista?
Ad oggi, penso a migliorare e cercare sempre cose nuove.
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Daniele Antoniazzi – Il sonnanbulo – 2025- 50x60cm -acrilico e olio su tela