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Alessandro La Motta. Il Mito, il Viaggio, la Passione

venerdì 4 luglio 2014 - domenica 24 agosto 2014

Viaggio e mito costituiscono il leitmotiv delle opere di Alessandro La Motta, dove la ricerca del sublime è evocata da un passato lontano, ricco di storia e di leggenda.
“Il sublime non porta gli ascoltatori alla persuasione ma all’esaltazione: perché lo scarto imprevedibile che provoca prevale sempre su tutto ciò che convince o che piace” Traendo spunto dalle intense parole del cosiddetto Pseudo Longino, si può operare una sostituzione concettuale di “ascoltatore” con “osservatore”, che, accompagnato dall’artista in un cammino a ritroso nel tempo, riesce a scorgere le radici della civiltà mediterranea, fertile humus di tradizioni, da cui discende l’uomo moderno, costantemente attanagliato dall’eterno dualismo tra apollineo e dionisiaco, tra ragione e istinto.
E proprio le forme armoniose, tracciate da una matita, da un pennello o da un bulino, dialogano con l’ebbrezza e lo spirito del pittore, che traduce la sua vitalità in una ricca produzione di creazioni su carta, rame e vetro.
Ad essere protagonisti indiscussi della composizione sono gli sguardi, i volti, le espressioni di figure archetipe, che incarnano visioni poetiche e tragiche dell’esistenza, prossime alla filosofia di Friedrich Nietzsche: “Nell’arte dionisiaca e nel suo simbolismo tragico la stessa natura ci parla con la sua voce vera e aperta: “Siate come sono io! Nell’incessante mutamento delle apparenze, la madre primigenia, eternamente creatrice, che eternamente costringe all’esistenza, che eternamente si appaga di questo mutamento dell’apparenza””.
Ieri come oggi, il classico e il classicismo ritorna imperante in un caleidoscopico ventaglio di immagini, che legano il contemporaneo alla statuaria antica greca e romana.
Tra i segni, il colore, le ‘crettature’, sembrano scorgersi gli echi di preziosi reperti, esposti nei musei e nei siti archeologici più importanti d’Europa.
L’artista li ha contemplati e tradotti con un linguaggio attuale, che diventa omaggio a un’origine che fortemente ci influenza e ci connota.
I Bronzi di Riace del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, il Doriforo del Museo Archeologico di Napoli, il Torso Belvedere del Museo Romano Pio – Clementino, Venere Cnidia del Museo Nazionale Romano, Apollo del Belvedere dei Musei Vaticani, l’Arringatore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, l’Efebo del Museo Whitaker di Mozia, la Venere Landolina del Museo Paolo Orsi di Siracusa, la Venere di Morgantina del Museo Archeologico di Aidone sono alcuni esempi delle innumerevoli opere che diventano importante e imprescindibile fonte d’ispirazione.
Francesco Bonami sostiene che: “L’arte è il sangue nelle vene della storia del mondo.
Non esistono società senza arte e se ci fossero morirebbero dissanguate.
[…] Da che esiste, l’arte non è stata infatti usata solo per descrivere gli aspetti esteriori e più piacevoli dell’esistenza, ma anche e soprattutto per raccontare l’intera realtà, nel bene e nel male.
È servita alla religione, alla politica, all’amore, alla psicanalisi, al potere, alla violenza per dar forma a idee, follie, sogni e realtà che senza di essa non avrebbero mai potuto trovare espressione.
[…] Se l’Italia è diventata il paese delle meraviglie del quale oggi ci vantiamo, con la più alta percentuale di capolavori del mondo, lo deve a coloro che, in ogni epoca, hanno voluto farsi interpreti del proprio tempo”.
Alessandro La Motta è uno di questi, è “interprete del proprio tempo” e con la sua abilità creativa diventa quasi ponte spirituale tra ciò che è e ciò che fu.
Con rinnovato entusiasmo diventa cantore, aedo dell’epoca odierna e racconta allo spettatore storie di popoli che fanno parte della nostra cultura e memoria.
L’approccio, pertanto, alle sue opere deve essere libero da preconcetti e non deve essere letto come un revival archeologico, mero esercizio privo di significati.
Scrive ancora Bonami: “Chi odia l’arte contemporanea rimpiangendo le opere del passato rifiuta di accettare il fatto che i capolavori che tanto ama hanno rappresentato anch’essi il presente per la propria epoca.
Rimpiangere il passato vuol dire negare l’oggi e rinunciare al futuro.
Significa rinunciare a godere, anche nelle sue forme più strane e magari brutte, l’energia che sospinge, e sempre ha sospinto, ogni società.
Vuol dire rinunciare al carburante, gratuito, del progresso e della civiltà.
[…] L’arte contemporanea siamo allora noi, così come ci vediamo oggi nello specchio del presente.
A volte ci vediamo belli, a volte orribili: così succede anche con l’arte.
Ma trascurare la contemporaneità, non guardarsi ogni tanto allo specchio, vuol dire rischiare di fare un buco nell’ozono della nostra anima”.
In realtà, le opere qui raccolte, sembrano quasi costituire la “confessione” dell’artista, per parafrasare una felice espressione di Umberto Saba, e diventano fondamentali per capirne il percorso, che sperimenta tecniche moderne, come le bruciature e l’ossidazione, per conferire ai soggetti una patina di vetustà, estremamente avanguardistica.
Secondo il critico Philippe Daverio: “L’opera d’arte può generare stimoli stilistici, può suscitare voglie interpretative, può segnare la strada evolutiva delle tecniche della percezione e della restituzione di questa percezione, può limitarsi all’evoluzione delle pratiche materiali della sua realizzazione, oppure può riassumere tutte le contraddizioni o tutte le combinazioni di questi vari percorsi per diventare il più attraente campo d’indagine per chi abbia interesse nei suoi simili, gli altri uomini, o addirittura la specie che governa il nostro permanere sulla terra”.
Ecco che il ‘manufatto’ di Alessandro diventa, quindi, ammissione di sperimentazione, volontà di creazione, passione per quei valori, per quella “nobile semplicità” e “quieta grandezza” tanto apprezzate dall’archeologo Johann Joachim Winckelmann nei capolavori greci.
Lo studio scrupoloso delle proporzioni non diventa solo excursus di riflessioni stilistiche che si sono evolute nel corso del tempo ma esprime una maturità raggiunta che cerca un connubio con ambienti e situazioni, dov’è possibile un confronto con l’antico nelle sue molteplici declinazioni.
Atene e Roma, l’Italia e il Mediterraneo, così, assumono le caratteristiche di tòpoi dell’anima, sfondi immaginari e immaginifici, dal potente lirismo, da cui scaturiscono idee sempre nuove e una virtù che travalica i confini della mente e del corpo per raggiungere la solenne eternità della sfera artistica.

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Dettagli

Inizio:
venerdì 4 luglio 2014
Fine:
domenica 24 agosto 2014
Categoria Evento:

Luogo

DOMUS DEL CHIRURGO
piazza Ferrari
Rimini , 47921 Italia
+ Google Maps
Sito web:
http://www.museicomunalirimini.it/