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Caludio Benzoni. Ante litteram

sede: Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna (Busto Arsizio, Varese).
La mostra – composta da 22 opere collegate da un unico fulcro di concepimento, il segno, inteso non come forma compiuta ma come tensione continua verso il senso – offre una panoramica sulle possibilità di avvertire la realtà pur senza necessariamente rifarsi a essa con rimandi concreti.
Benzoni, infatti, usa il segno come ritmo continuo di nuove traiettorie, come ritmo organico, senza linguaggio, senza rimandi all’immagine o alla scrittura, segno come ripetizione, come invenzione e come conformazione bidimensionale dello spazio.
Ripetizione che è cambiamento, perché sostiene Benzoni «ciò che si ripete non è mai identico, ma è identico il ripetersi di ciò che si ripete».
Le opere esposte si muovono sul confine tra ciò che è visibile e ciò che ancora non ha nome, evocando un linguaggio che precede le parole, un pensiero che si manifesta prima di essere compreso.
Sono visioni di processi che si manifestano nella scomposizione o nella frantumazione della struttura anatomica delle parole, per rigenerarle in nuovi codici di valenza polisemica.
Segni che si ripetono, si somigliano, ma che non sono mai uguali.
Segni di memoria e anticipazioni, segni “Ante litteram” che percorrono lo spazio dell’opera svelando il pensiero in posizione di anticipo rispetto alla forma.
Segni che possiedono lo smarrimento e la determinazione che sono in ogni atto iniziale di una forma visiva definita, tanto da rivelare ciò che invece queste nascondono: l’origine.
E ancora. Opere con parole spezzate, che rinunciano al senso compiuto per farsi ritmo.
Parole che si sgrovigliano, o si ribaltano, seguendo un andamento bustrofedico, per creare un flusso non lineare, ma dinamico, non grammaticale, ma viscerale.
Un modo per sottrarsi alla fretta della comprensione.
Opere realizzate per donare materia all’astrazione che si materializzano in forme trasparenti e inaccessibili – come “sacre” – al punto di negare il loro utilizzo.
Tra le proposte più recenti ci sono opere che urlano contro le devastanti atrocità delle guerre e con- tro l’utilizzo delle armi, a testimoniare il ruolo etico dell’arte nel risvegliare le coscienze.
Nell’insieme una costellazione di tracciati di un alfabeto inesistente, potenzialmente illimitato, per essere visto, non letto.
Uno sorta di spazio “primordiale” dove ogni traccia è un inizio, ogni forma una soglia, perchè l’arte non racconta, ma anticipa.
È proprio di questo che tratta la mostra di Claudio Benzoni, una costante riflessione sull’origine del segno, tenendo presente sostiene che: «L’opera è preesistente all’artista, che semplicemente cerca di renderla visibile, e deve essere guardata dallo spettatore in modo creativo, così diventa parte attiva dell’opera, oltre a essere stimolato nella ricerca di un significato. Comunque è importante guardare, senza la pretesa di conoscere tutto, perché quello che conosciamo è molto limitato».
Claudio Benzoni è stato insegnante al Liceo Artistico di Busto Arsizio poi a Varese, allo stesso tem- po libero professionista, illustratore e graphic designer. Ha collaborato come illustratore con Editrice La Scuola, Emme Edizioni, Mondadori, Rizzoli, Sperling & Kupfer; come graphic designer con Actalis, Alenia Aermacchi, Bayer, Banca Commerciale Italiana, Eni Data, Electrolux, IBM, Mipharm, Nestlé, Novartis, Olivetti Prodest, Omnitel, Società Servizi Bancari, Usag. In seguito supera le tracce di questo esordio per sviluppare un proprio linguaggio di arte visiva, realizzando nuove configurazioni mediante la scomposizione e la frantumazione della struttura anatomica delle parole, per rigenerarle in nuovi codici di valenza polisemica.
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