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Contemporaneamente – Arte e design della seconda metà del XX secolo

mercoledì 22 novembre 2017 - lunedì 15 gennaio 2018

Contemporaneamente - Arte e design della seconda metà del XX secolo

sede: Galleria Mizar (Roma).

In esposizione una scelta di opere d’arte e di mobili e oggetti di design italiani degli anni cinquanta, sessanta, settanta e ottanta.
Saranno in mostra opere di Fontana, Burri, Scialoja, Sadun, Pascali, Lo Savio, Kounellis, Uncini, Rotella, Schifano, Paolini, Griffa, Ontani e altri, insieme a mobili e oggetti di Giò Ponti, Ico Parisi, L. Caccia Dominioni, Nanda Vigo, Vittorio Nobili, Claudio Salocchi, Vittorio Introini, Gae Aulenti, Fulvio Bianconi, Dino Martens, Gaetano Pesce,…
La mostra, soprattutto per ragioni di spazio, non intende certo essere esaustiva nella narrazione di periodi talmente geniali e fecondi ma intende rappresentare uno spunto di riflessione da cui possa scaturire lo stimolo e la curiosità per un passato prossimo tanto geniale quanto ancora fertile di sviluppi e suggerimenti.

“Mi spaventa l’odierno gusto della casa, quel gusto che oggi si ispira, nei casi più alti, alle dottrine di Ikea, e nelle situazioni meno abbienti, al catalogo di Mondoconvenienza. Cercando improbabili giustificazioni in uno pseudo post- razionalismo, tanto falso quanto affrettatamente rimasticato o in inammissibili riferimenti a un non meglio identificato e inverosimile minimalismo che in ogni caso nulla sa o volutamente ignora ciò che tale termine è significato nell’ultimo scorcio dell’ -ahimé- ormai trascorso secolo. Si tratta di un principio estetico-formale che in arte muove da De Stijl, arrivando a Reinhardt e oltre, e che si esprime attraverso una semplicità compositiva come percezione e valorizzazione dello spazio e le cui caratteristiche fondamentali si dovrebbero ispirare al binomio essenzialità- qualità cioè a un’eleganza formale, a un ordine compositivo, a un equilibrio che si esplica in purezza di forme e sobrietà decorativa. Purtroppo mai frase fu tanto fraintesa quanto il celebre enunciato di Mies van der Rohe “Less is more”. E purtroppo anche minimal, questo ormai stanco aggettivo sostantivato per uso improprio, si è trasformato in un concetto globale, mescolandosi a mode e suggestioni tipo la superficiale risciacquatura massmediologica di vaghe e sbiadite concezioni Zen, travestendosi e diffondendosi a tal punto da diventare tendenza. Il trionfo dell’abbacinante bianco ospedaliero, il vuoto, le pareti guarnite soltanto da schermi al plasma, forme parodisticamente essenziali che con l’essenziale, l’ergonomico, il funzionale, e l’estetica (!) nulla hanno da spartire, dettano ormai legge dalle pagine delle riviste e soprattutto dalla televisione, anzi, dal tv, e dal web, massimi fattori di omologazione. Mi torna a mente una frase del vertiginoso capolavoro di Musil, quando Ulrich, tornato in patria, avendo acquistato un piccolo edificio in rovina, intende rimetterlo in sesto: L’uomo moderno viene al mondo in una clinica e muore in una clinica: per conseguenza deve anche abitare in una clinica! Questo era l’assioma di un architetto di grido… Per pareggiare una siepe bisogna tagliarla: e quindi abbassarla. Uguali sì, ma in basso, verso il brutto, che ormai regna, anche se in pochi si rendono conto di quanto brutto sia. . . “Il bello deve sparire dal mondo, perché il brutto possa apparire sopportabile” scriveva, con terribile preveggenza, già nel 1929 Ernst Jünger in quel grandioso manuale di sopravvivenza intellettuale ed emozionale che è Il Cuore Avventuroso, un testo fra i più importanti, e misconosciuti, del ventesimo secolo, libro che è anche uno stellare trattato di estetica estrema. Oggi sarebbe comunque troppo facile, e troppo antico, da passatisti, riferirsi a culture ormai scomparse, a testi tanto fondamentali quanto precipitati nel gorgo della dimenticanza – l’unica, vera, grande virtù nazionale – come ad esempio proprio Il gusto della casa di Thornton ma soprattutto La filosofia dell’arredamento, una pietra miliare scritta, nel 1945, da quel grandissimo anglista che fu anche uomo di straordinaria eleganza intellettuale, eccezionale raffinatezza e prodigiosa sensibilità. Ma il mondo cambia – “il celebre anglista” è appunto dell’altro secolo – si evolve: un senso della modernità e del futuro – che ricorda molto da vicino le leopardiane magnifiche sorti e progressive – ci riempie la bocca e la testa, dagli spot pubblicitari fino ai linguaggi dei nuovi politici e dei noveaux philosophes che pontificano in cucine luccicanti di acciai, e imbonitori immobiliari che cercano di stordirci con la cabina-armadio, nuovo mito domestico contemporaneo (dimostrando tra l’altro di aver vissuto in situazioni decisamente precarie, in quanto all’epoca, nelle case per bene, già esisteva, serenamente e silenziosamente, la stanza degli armadi dove, ad ogni passaggio di stagione – allora esistevano – si faceva il cambio del guardaroba). “La casa è l’uomo, tel le logis, tel le ma?tre, ovvero dimmi come abiti e ti dirò chi sei” (La filosofia dell’arredamento, 1945) Quando ci sveglieremo da questa ubriacatura – e sarà sempre troppo tardi – rischiamo di ritrovarci in un deserto strapieno di nulla, come le memorie dei nostri telefonini strapiene di miliardi di scatti quelli sì degni solo di un salvifico oblio. E allora, forse, sarà utile rivedere tante cose che il secolo breve aveva genialmente prodotto: forme e immagini che hanno sfidato il tempo e la damnatio memoriae che tanti guasti, forse irreparabili, sta instillando nei cervelli delle nuove generazioni. Il novecento è stato mostruoso avendo prodotto due guerre mondiali ma è stato anche mostruosamente creativo: dalle strepitose avanguardie storiche dei primi decenni alle correnti artistiche e alle grandi realizzazioni tra le due guerre, al fecondissimo dopoguerra, i clamorosi anni cinquanta e sessanta, fino agli ultimi anni settanta e, in parte, ottanta: dipinti, sculture, mobili, oggetti che ancora a lungo popoleranno la nostra vessata memoria collettiva e che ancora oggi ci possono aiutare a vivere meglio, coscienti, nella Storia. E un bel giorno allora, spenti i maxischermi e riacceso il cervello, potremo pensare di risalire, faticosamente, la china. Questa mostra è una minima cosa. Senza pretese. Per tante ragioni: di tempo, di spazio, di possibilità. Ma una sua, per quanto modesta, ragione d’essere dovrebbe forse averla. Nella sua approssimazione e incompletezza, vorrebbe suonare come un piccolo memento, un discreto richiamo a un passato prossimo tanto geniale quanto ancora fecondo di progetti e di sviluppi. Un misurato invito, una gentile esortazione al pensiero che la bellezza e l’intelligenza siano formidabili armi, forse le uniche, contro il degrado e l’omologazione (verso il basso) che il mondo globalizzato sta portando con sé. Unire ed esporre insieme arte e design – contemporaneamente – non vuole soltanto riferirsi all’ambiente domestico: sarebbe una visione decisamente riduttiva e troppo strumentale, della loro funzione: ma vuole riferirsi invece all’ambiente tutto, in una sorta di ecologia visiva, estetica e funzionale, che riguarda appunto la società nella sua globalità e la nostra vita che in essa si dispiega. Le assenze sono come è logico infinitamente maggiori delle presenze, non siamo un museo o un testo storicamente compiuto, ma siamo orgogliosamente sicuri del fatto che da un’opera di Fontana, di Pascali, di Lo Savio o di Kounellis, da un tavolo di Ponti, da una sedia di Nobili, da un vetro di Bianconi o da una lampada di Magistretti possa scaturire una sorta di luce: lo stimolo, la curiosità di conoscere e di riconoscere”.
P. M. D.

Dettagli

Inizio:
mercoledì 22 novembre 2017
Fine:
lunedì 15 gennaio 2018
Categoria Evento:

Luogo

GALLERIA MIZAR
Via San Sebastianello, 16B
Roma, 00187 Italia
+ Google Maps
Telefono:
345 4084549
Sito web:
www.mizarart.com

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Ufficio Stampa
Caterina Falomo