sede: AD Dal Pozzo Galleria d’Arte (Padova).
cura: Roberto Nardi.
Davide Pegoraro, nato a Padova e laureato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2023 e premiato con il Prisma Art Prize nel 2025, presenta un ciclo di opere rappresentative delle fasi attuali di una ricerca che ha nella visione della natura, nella percezione degli spazi naturali, privi di fatto della presenza umana, alcune delle sue caratteristiche essenziali.
L’esposizione, a cura di Roberto Nardi, presenta una quindicina di lavori su tela. Lavori di diverso formato chiamati a dare testimonianza del confronto–incontro dell’artista con l’ambiente naturale. Ne scaturisce una sequenza di dipinti che all’apparenza sembrano accomunati da una sorta di dimensione “vegetale”, da una cifra naturalistica che pare avere nelle sue corde una continuità espressiva, seppure in forma nuove, con maestri del passato d’area francese. Pegoraro, però, è un artista che non abbocca alla sirena della rappresentazione realistica e neanche all’idea di una natura verginale, arcaica, ideale. Gli spazi vuoti, gli alberi, gli arbusti, l’acqua, le sparute presenze di insetti – questi, sì, segni di un inizio o di una rinascita del mondo – chiedono un attimo di attenzione e risultano così essere espressioni di un’origine e nel contempo di un divenire, non certo di un presente.
LA RICERCA DI UN ALTROVE, OLTRE L’ORIZZONTE
Pegoraro, attraverso una tecnica che cura il particolare – il segno minuto di un possibile ramo? Di un raggio di luce? – e dà ordine al possibile caos delle grandi campiture di colore, a volte con toni acidi altri con verdi e bruni che paiono nordici, sfugge dai vincoli della rappresentazione, dei riferimenti della natura riprodotta, tradotta dal pensiero visivo. È una libertà di “ascoltare” e di “vedere” un altro da sé.
«Un quadro, a mio parere, è come una direzione misteriosa al di fuori di me», spiega Davide Pegoraro. «Sa dove spingersi, e non mi rimane che provare ad inseguire». L’artista muove il suo agire artistico seguendo una linea di riferimento, un orizzonte più o meno marcato, che dà una ripartizione spaziale al dipinto, ma crea uno «scontro di realtà opposte, inseparabili, tangenti ma divise, legate ma lontane», aggiunge l’artista. «Un orizzonte che spinge lontano il nostro sguardo, come un bisogno di guardare oltre; di ricercare un’altrove».
È stato così naturale, in un momento in cui guardare oltre è reso difficile dalla contingenza del vivere mondiale, titolare la mostra, all’insegna di una speranza, di un interrogarsi, con quel “Domani, forse…” che chiude una lettera di Claude Monet del 1925.
Immagine in evidenza
Solo, sole, isole, acrilico e olio su tela, 130x160cm 2025. (part.)