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Femminilità Radicale – Mostra Collettiva

giovedì 20 febbraio 2014 - domenica 7 settembre 2014

La collettiva presenta una selezione di nove opere provenienti dalla Collezione Pinault.
I dipinti e le sculture in mostra sono una significativa testimonianza di come tra gli anni Sessanta/inizio Settanta il corpo femminile, e in particolare il corpo delle artiste, sia stato un potente strumento di critica e sovversione.
Il corpo è qui inteso in molteplici varianti: il corpo reale, protagonista delle opere di Evelyne Axell; il corpo concettuale, caro ai progetti di Lee Lozano che confondono il limite tra Arte e Vita; il corpo frammentato, caratteristico delle sculture al confine tra Arte e arte decorativa di Alina Szapocznicow.
Il corpo è indagato come oggetto trasposto nell’astrazione e raffrontato alla banalità dell’universo maschile (evidente nelle opere di Lee Lozano) e come soggetto critico rispetto alla Storia dell’Arte, secondo il pensiero artistico di Evelyne Axell.
Ma il corpo è anche simbolo di desiderio, ornato dei simboli della seduzione – per la Axell e la Szapocznicow – e il suo esatto contrario: emblema di sofferenza, minacciato dalla malattia e dalla morte come nelle toccanti rappresentazioni di Szapocznicow e Lozano.
Per la prima volta in Europa, un’unica sede espositiva riunisce le principali opere di queste tre artiste.
Il percorso chiarisce la singolarità e la radicalità delle posizioni concettuali di Lozano, Axell e Szapocznicow, le cui scelte anticonvenzionali sono state determinanti per una ingiusta e prematura esclusione dal mondo dell’arte, di cui hanno sempre rifiutato le regole.

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A cura di: Martin Bethenod

Artisti: Evelyne Axell, Lee Lozano, Alina Szapocznicow

Evelyne Axell (Namur, Belgio, 1935 – Gent, 1972). Dopo gli studi d’ arte (in particolare dedicati alla lavorazione della ceramica) e un inizio di carriera come attrice, nel 1963 si dedica alla pittura, diventando in Belgio una figura di spicco della Pop Art. Attraverso molteplici medium artistici (pittura, collage, disegno, performance – è noto l’happening in cui inserisce fra il pubblico della Foncke Galerie di Gand una donna nuda, con indosso solo un casco da cosmonauta) esplora i temi dell’erotismo, della femminilità, del culto dell’automobile, del viaggio nello spazio, in un sottile connubio di seduzione e provocazione. La sua opera viene riscoperta negli anni 2000 e presentata nell’ambito di grandi mostre che rivalutano il ruolo delle artiste degli anni Sessanta e Settanta, sia in collettive negli USA (“Seductive Subversion: Women Pop Artists, 1958-1968” a New York e Filadelfia nel 2010-2011) che in Europa (“Power up, female Pop Art” a Vienna nel 2011). Importanti personali sono state allestite a Bruxelles, Amburgo e Mönchengladbach.

Lee Lozano (Newark, 1930 – Dallas, 1999). Il lavoro di Lee Lozano è inizialmente caratterizzato da uno stile espressionista crudo, dove la rappresentazione di utensili (chiodi, viti, martelli…) si coniuga a evocazioni esplicitamente sessuali. Nella seconda metà degli anni Sessanta, Lozano si orienta verso un’estetica più minimalista atta a esplorare le proprietà fisiche della luce. Nel 1969 avvia una serie di progetti concettuali straordinariamente radicali e significativi che rimettono in discussione con violenza la società capitalistica patriarcale contemporanea. Per “General Strike Piece” (1969), abbandona ogni relazione con il mondo dell’arte e del suo mercato, rifiutando di esporre o di comunicare con persone appartenenti a questo universo. Nel 1971 la scelta è ancora più radicale: con l’azione intitolata “Decide to Boycott Women”, che durerà oltre vent’anni, l’artista rinuncia a qualsiasi contatto con le donne. Dopo un periodo di eclissi, l’opera di Lee Lozano viene riscoperta alla fine degli anni Novanta: mostre personali, come quella ospitata dal MOMA PS1 di New York nel 2004, e partecipazioni a importanti collettive, come “Transgressive Women” a Austin nel 2003 (a fianco di Yayoi Kusama e Ana Mendieta), o “Wack, Art and the Feminist Revolution” al MOCA di Los Angeles nel 2007, le restituiscono il posto che le spetta nella storia dell’arte della fine del XX secolo.

Alina Szapocznicow (Kalisz, Polonia, 1926 – Praz-Coutant, Francia, 1973). La giovinezza della Szapocznicow è segnata dalla tragica esperienza del Ghetto e dei campi di concentramento nazisti. Alla liberazione di Auschwitz, si stabilisce a Praga, quindi a Parigi, dove studia presso l’Ecole Nationale Superieure des Beaux Arts. La sua carriera di artista inizia negli anni Cinquanta in Polonia, Paese che rappresenta alla Biennale di Venezia del 1962, per poi proseguire nella Capitale francese. Attraverso il disegno, e soprattutto la scultura (dove sperimenta vari materiali fra cui resina poliestere e poliuretani, spesso abbinati a objets trouvées), Alina Szapocznicow fa del suo corpo il suo soggetto privilegiato: corpo fatto a pezzi, corpo sofferente, corpo preda della malattia – che finirà per vincere su tutto. Ma anche corpo che desidera, intriso di una seduzione ambigua e di un onirismo quasi surrealista. Dopo un periodo di oblio, Alina Szapocznicow viene riscoperta negli anni 2000 attraverso una serie di personali, fra cui si segnala la mostra “Alina Szapocznikow: Sculpture Undone, 1955-1972”, allestita al Wiels – Contemporary Art Centre di Bruxelles e al MOMA di New York nel 2012.

Dettagli

Inizio:
giovedì 20 febbraio 2014
Fine:
domenica 7 settembre 2014
Categoria Evento:

Luogo

GUCCI MUSEO
Piazza della Signoria
Firenze, 50122 Italia
+ Google Maps
Telefono:
055 75923302
Sito web:
www.guccimuseo.com