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Fotogenesi. Il linguaggio fotografico oltre realtà e rappresentazione – Mostra collettiva

sabato 23 Aprile 2022 - giovedì 30 Giugno 2022

Fotogenesi. Il linguaggio fotografico oltre realtà e rappresentazione - Mostra collettiva

sede: Habitat Ottantatre (Verona).
cura: Annalisa Ferraro.

Protagonista dell’esposizione è il percorso che dalla fotografia concettuale degli anni ’70 conduce fino ai nostri giorni, raccontando da un lato l’impegno militante dei fotografi di quei tempi, finalizzato a svincolare ogni immagine dall’obbligo di immortalare una presunta verità, dall’altro mostrando gli esiti della libertà acquisita, in termini di ricerche e sperimentazioni contemporanee, di cui godono quegli stessi artisti, oggi, e quelli che ne hanno ereditato le conquiste.

Se è vero, infatti, che la fotografia presuppone un hic et nunc, uno stato di presenza rispetto al soggetto da rappresentare e la scelta di un luogo e di un tempo di azione ben definiti, è altrettanto vero che la realtà che essa va ad immortalare è tutt’altro che oggettiva, tutt’altro che necessariamente visibile, tutt’altro che universalmente riconoscibile. Basata su un’idea più che dipendente dalla forma e dalla tecnica, talvolta sperimentazione delle sue stesse potenzialità espressive e narrative, volta a cogliere le manifestazioni del mondo non per come appaiono ma per come sono percepite, a rivelare l’unicità di una visione una volta penetrata nello sguardo di chi l’attendeva, la fotografia concettuale rompe ogni regola di rappresentazione, abbandona gli scopi documentaristici e lascia che il suo linguaggio si leghi sempre più alle inclinazioni, alle motivazioni, alla sensibilità dell’artista.

Nei lavori dei fotografi si manifestano le memorie individuali, quelle associazioni spontanee del proprio vissuto a un evento visivo incontrato, le tracce di un’esperienza rara o quotidiana a cui si è attribuito un valore. Nell’immagine o nella sequenza di immagini, l’artista rende visibile e chiaro non tanto l’accaduto, il fenomeno a cui ha assistito o il soggetto che ha attirato la sua attenzione, piuttosto quello spazio di relazione che si è creato tra sé e le molteplici realtà possibili, in cui è stato in grado di muoversi, osservare e infine scegliere quella più consona al suo sentire, eternandone, da quel momento in poi, l’unicità.
Lo spettatore, ad una prima osservazione, probabilmente spiazzato e disorientato, risulta, invece, in un secondo momento, accolto e propenso alla condivisione. La fotografia concettuale, infatti, offre alla vista immagini aperte, senza confini né direzioni forzate, in cui ogni lettura, ogni processo di interiorizzazione e immedesimazione, ogni interpretazione trova il suo spazio e la sua ragione di esistere.

Negli spazi di Habitat Ottantatre, Pietro Privitera, Silvio Wolf e Sirio Tommasoli, rappresentanti delle ricerche degli anni anni ’70, al tempo stesso inarrestabili sperimentatori d’oggi, dialogano con le opere di Alessandro Valeri, Chiara Arturo, Filippo Tommasoli, J&Peg e Marco Rossetti, che hanno saputo ereditare la libertà espressiva conquistata dalle generazioni precedenti e in quella trovare la spinta per superare ancora limiti e confini.

Le visioni tratte da una quotidianità collettiva si trasformano nelle opere di Pietro Privitera in immagini surreali e metafisiche, che raccontano da una prospettiva nuova e inedita la vita della società, delle architetture, degli oggetti, delle figure che la abitano, attraverso un processo di osservazione e metamorfosi che dagli anni ’80 arriva fino ad oggi. Il miracolo dell’idea che non solo si concretizza ma addirittura si manifesta istantaneamente grazie all’invenzione della polaroid, prima, e della combinazione smartphone e Instagram, poi, affascina Privitera, che trova in questa linea di produzione una continuità di formato, di pensiero e di ricerca. Cogliere il modo in cui il mondo si manifesta, attraverso luce, materia e tempo, è stato, sin dagli anni dei suoi esordi, l’obiettivo racchiuso nelle opere di Silvio Wolf, insieme alla volontà e alla necessità di rivelare il ruolo dello sguardo, e quindi dell’inquadratura, di scegliere di mostrare una delle tante verità possibili, simultaneamente presenti ma non contemporaneamente immortalabili. La predilezione per i luoghi- soglia, che permettano lo sconfinamento in altre realtà, lascia sempre aperto lo spazio fotografico dell’artista, attraversabile sì, da un punto di vista fisico e mentale, ma sapendo di avere dinanzi a sé molteplici incognite e una serie infinita di variabili. Le opere di Wolf nascono da luoghi precisi e circostanze definite ma conducono sempre ad alterità imprevedibili. Sulla centralità dello sguardo si è costruita anche la ricerca di Sirio Tommasoli, che nelle sue serie fotografiche è riuscito a cogliere le impercettibili vibrazioni e le energie appena suggerite da scenari assolutamente ordinari, attribuendo valore a quelle abituali eppure inaspettate trasformazioni, come se la verità di ogni fenomeno potesse svelarsi solo a chi è in grado di osservarne le infinite manifestazioni. Le sue serie restano in bilico tra testimonianza razionale e racconto immaginifico, il risultato è una narrazione straniante, che sfida lo spettatore a sperimentare nuove regole interpretative, tra sintassi, semiotica e pragmatica

Non molto lontano da queste ricerche si collocano i lavori di Chiara Arturo, che ha trovato nella sua sfera personale e nella potente insularità che da questa ne deriva, non solo l’incipit ma anche la rotta da seguire per le sue sperimentazioni. Attraverso l’elemento acqua, talvolta familiare altre volte straniero, nelle infinite tonalità che questo può assumere, attraverso ognuno degli scogli incontrati, ognuna delle coste affiancate e degli orizzonti goduti, Arturo è in grado di raccontare qualsiasi storia, immaginaria, reale, felice o drammatica che sia. Si muove su terre di confine anche Filippo Tommasoli, alla ricerca di quella linea di separazione tra reale e irreale, tra verità e suggestione, scattando in quel preciso spazio temporale in cui ciò che si palesa potrebbe essere tangibile, concreto, o solo un riflesso impalpabile. Attento e paziente osservatore, al tempo stesso, instancabile esploratore, sa cogliere il susseguirsi di infiniti momenti apparentemente uguali a se stessi, ma invece inevitabilmente differenti.

Dettagli significanti, quelli che Alessandro Valeri, con i suoi scatti, raccoglie durante le ricognizioni, per il loro sapersi esprimere in modo potente ed evocare molto più di quanto una qualsiasi visione di insieme avrebbe potuto, e per la loro capacità, intrinseca e assegnata dall’artista, di poter produrre influenze e conseguenze nell’avvenire. Sempre a stretto contatto con la realtà, che sia essa in forma di natura o in forma di artificio umano, i lavori di Valeri raccontano molto più di una verità apparente o del semplice stato delle cose, con tutto quello che ha la forza di lasciare fuori dall’inquadratura, porta dentro le sue immagini interminabili interpretazioni e una lunga serie di quesiti.

Con un modus operandi diverso lavora J&Peg, che fa precedere ad ogni scatto la direzione di un’attività performativa e la creazione di un set. Apparentemente calato nella realtà concreta delle cose, il duo si concentra invece nel cogliere l’intangibile, al centro della ricerca, infatti, si pone, da un lato, la complessità dell’essere umano, indagato in tutte le sue sfaccettature e nella sempre più frequente intercambiabilità della pelle mostrata, e dall’altro, l’energia degli oggetti che riempiono la vita dell’uomo, acquisendo valori e significati. Immersi in scenari onirici, i soggetti di J&Peg si fanno inafferrabili, rendendo visibili solo sentimenti e stati d’animo.

Spiazzanti, infine, le opere di Marco Rossetti, che sfidano gli spettatori a rimettere insieme i pezzi o a fare ordine tra tasselli scomposti di un’immagine, alla ricerca di scenari inquadrabili in qualcosa di conosciuto ed interpretabile. Rossetti ragiona sul linguaggio fotografico e sulle sue potenzialità distaccandosi dal concetto di autorialità dell’immagine, lavorando e manipolando piuttosto testimonianze scelte tra le migliaia disponibili, scovate in raccolte pubbliche e private, o in memorie di vita personale. Al centro della sua ricerca si pone la percezione: rendendo miope la visione della realtà, come poi effettivamente è per ogni essere umano, Rossetti libera le possibilità cognitive e interpretative di chi guarda, e da un tratto tutte le letture sono ammesse e ogni significato è accolto in quel vorticoso processo di trasformazione e ricostruzione.

Immagine in evidenza
Silvio Wolf, Tre Cabine, 1978, trittico, stampa diretta su carta auto-positiva Kodak, vintage print in cornice, sotto vetro, cm 40×84 totale (part.)

Dettagli

Inizio:
sabato 23 Aprile 2022
Fine:
giovedì 30 Giugno 2022
Categoria Evento:
Tag Evento:
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Luogo

HABITAT OTTANTATRE
via Mantovana 83/e
Verona, 38137 Italia
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