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Giuseppe Ajmone: Opere 1944-2002

giovedì 18 settembre 2014 - mercoledì 10 dicembre 2014

Quando, fra un paio di secoli, gli storici rifletteranno sulla distruzione della natura avvenuta nel Novecento (no, no, non stiamo per proporre l’ennesima geremiade apocalittica sull’argomento, ma è un dato di fatto che il secolo breve ha fatto strage di uomini e ambienti, e forse dei secondi più ancora dei primi); quando, dunque, si stilerà un regesto di quella catastrofe, un pittore come Ajmone apparirà tra gli interpreti più sensibili non, genericamente, della natura, di quella natura.
Ajmone, si intende, non ha dipinto distruzioni, ma ne ha registrato le premesse e preannunciato le conseguenze.
Il tema principale (e, per così dire, principe) della sua pittura è stato la fisicità che, derivando dal greco füsis, è un altro nome della natura.
Della fisicità di persone, luoghi, acque, flore, ha descritto la bellezza e il fascino, ma anche la debolezza, la fragilità, la precarietà, insomma tutto ciò che la rende tanto soggetto di seduzione quanto oggetto di dissoluzione…

Elena Pontiggia

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Giuseppe Ajmone è nato a Carpignano Sesia in provincia di Novara il 17 febbraio 1923.
Allievo all’Accademia di Brera dove ha frequentato i corsi di Achille Funi e Carlo Carrà, è stato nel dopoguerra fra i protagonisti del movimento di Corrente aderendo nel ’46 con Morlotti e Cassinari al manifesto del realismo Oltre Guernica, in cui, sulla base della lezione di Picasso, si propugnava un indirizzo postcubista in pittura.
Nel ’49, però, Ajmone se ne distaccava per avvicinarsi alla pittura di Bonnard e di Cézanne.
I suoi fiori e le sue nature morte acquistano così una nuova delicatezza cromatica vibrante di leggere dissonanze.
Il tema del paesaggio appare con continuità nella sua pittura intorno alla fine degli anni Cinquanta.
C’è sempre nei suoi paesaggi una sottile tensione emotiva che non affiora mai alla superficie e che dà al fondamentale lirismo delle sue composizioni un tono lievemente drammatico.
Ajmone spoglia la realtà di ogni fattore accidentale “per far coincidere gli elementi di emozione con gli elementi di struttura”, come ha scritto Vittorio Fagone.
Da qui nei suoi paesaggi quel nitore che, secondo Carluccio, è un’esigenza spirituale di certezza delle cose prima che un’esigenza formale del suo linguaggio.
L’artista piemontese si è dedicato con eccellenti risultati anche alla grafica realizzando numerose acqueforti e serie litografiche.
Per molti anni, a partire dal 1951, ha collaborato con la Triennale di Milano come membro del Centro studi.
E’ morto a Romagnano Sesia (Novara) l’8 aprile 2005.

Dettagli

Inizio:
giovedì 18 settembre 2014
Fine:
mercoledì 10 dicembre 2014
Categoria Evento:

Luogo

GALLERIA MARINI
Via Andrea Appiani, 12
Milano, 20121 Italia
+ Google Maps
Telefono:
02 36751871
Sito web:
www.galleriamarini.it