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Luciana Gallo. Think vertical

sede: Galleria Papini (Ancona).
La Galleria Papini presenta Luciana Gallo, con la sua mostra d’arte personale “Think vertical “.
Così scrive nel suo testo critico Gabriele Bevilacqua: “Una formazione poliedrica, danza alla Scala, studi alla Marangoni, poi Accademia di Brera, una passione per la pittura e l’espressività fin da piccola, Luciana Gallo appartiene a quel genere di produzione in cui il soggetto prova ad esprimere un’idea spirituale, esperienziale, attraverso il presupposto della corrispondenza fra idea e immagine. Come può accadere questo? Attraverso una figurazione emotica, ossia che permette non solo di riconoscere le emozioni in gioco ma soprattutto di coglierle nella loro espressione visiva.L’opera smuove la naturale passività del regarder non solo perché emozionante ma perché permette di cogliere di un’esperienza emotica nella sua rappresentazione (immagine). Figurazione e intelligenza visivo-emotiva insegnano allorché il Bene è diventato danza, inno, allorché il Regno di Dio dentro di voi (Lc 17, 20-21) è diventato espressione figurativa, sorpresa. Come afferma Luciana Gallo, l’arte è un inno alle persone buone, che “si svela come una danza dialettica tra il finito e l’infinito”. Non a caso. Sin dalla fase iniziale della sua carriera, lei ha immesso nella pratica artistica la forza mimica, gestuale, legata all’espressione corporea coreografata. Oltre il dato tecnico, il meccanico dell’arte, ritroviamo nella sua proposta stilistica l’esercizio del rigore e della disciplina, proprio della danza.
Con due aspetti salienti. Il primo è l’opera che chiama lo spettatore. Dopo averne suscitato il coinvolgimento emotivo, ora l’opera dalla parete verticale (“Un quadro necessita di una parete a cui contrapporsi” Marlene Dumas)si dispone all’orizzontalità e chiama gli spettatori a intervenire, a partecipare e completare la produzione, intervenendo nella disposizione dei pezzi sul supporto in piano. Il secondo aspetto è il meccanismo del simbolico. Più che simboli Luciana Gallo insegue una coreografia di segni, a ricordarci la natura non intellettualistica del suo progetto. I segni ricorrenti, quasi una cifra stilistica, sono il gregge e il labirinto.
Il progetto, partito dalla Triennale e poi approdato al MAXXI L’Aquila, insiste sul gregge in cammino, una transumanza dentro un labirinto. Diciamo subito che, statico o in movimento, il motivo ci riporta a autori dell’Ottocento e primo Novecento, come, per citarne alcuni, William Turner, Jean-François Millet, Vincent van Gogh, Giulio Aristide Sartorio, Filippo Carcano, Gaetano Previati. Oggi pare di nuovo in auge il motivo zoomorfo del gregge, per esempio in autori come Claude Lalanne e François-Xavier Lalanne. In Luciana il gregge è formato da pezzi di plastica, spesso di un bianco monocromo o colorati in cromie forti. Anche il labirinto, si sa, ha un’antichissima storia iconografica, dal mito di Dedalo e Arianna al duomo di Lucca fino al labirinto contemporaneo di Achille Bonito Oliva. Ripeto, da Nothing to say, 2005 al più recente Labyrinthdel 2024, il gregge è come incartato dentro un labirinto, quasi che questo sia il momento della prova-in attesa di Arianna salvatrice, prefigurazione della Fede. Ora, sappiamo che l’opera della nostra artista è un inno alle persone buone, all’altro riconosciuto come prezioso, degno, gradito, bello. È una ricerca della via-verità, da percorrere nel segno di un laboratorio individuale di trasformazione e rigenerazione collettiva. Da qui l’importanza del labirinto, metafora di pellegrinaggio, di percorso periglioso, anche in una accezione iniziatica. Tuttavia, il labirinto in senso cristiano ha un centro. Non è luogo della perdita, del caos da temere o dell’espediente per confondere le forze occulte della dissoluzione. Già la Scienza sacra (R. Guénon) vede nel labirinto l’esistenza di un Centro, una Grotta, un sito segreto, interno, luogo eletto di morte-rinascita. Rispetto a quest’ultimo, il labirinto rappresenta ora le tenebre esteriori dalle quali bisogna uscire. L’Agnus Dei è la guida mite e combattente che fa uscire l’uomo dallo stato di perpetua erranza (labirinto). Il genio creativo di Luciana Gallo non è un despota combattente che invita a “non iscegliere i vermini nel fimo / ma strozza i serpi di Laocoonte”.
Il suo è un genio disarmato. Non ci sono né vermini né serpi da strozzare. Se muove dalla materia (il pigmento pittorico, il pezzo di plastica in calco, il legno come supporto) è un genio mitografico di cambiamento, rinascita spirituale, novità. E oggi il mondo non ha tanto bisogno di una perpetua erranza né «di ripetitori sonnambuli di quello che c’è già; ha bisogno di nuovi coreografi, di nuovi interpreti delle risorse che l’essere umano si porta dentro, di nuovi poeti sociali» (Papa Francesco)”.
Inaugurazione
sabato 17 maggio ore 18
Immagine in evidenza
(part.)