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Material self – Mostra collettiva

giovedì 18 Luglio 2024 - sabato 21 Settembre 2024

Material self - Mostra collettiva

sede: Centrale Fies (Dro, Trento).
cura: Simone Frangi, Barbara Boninsegna.

Centrale Fies presenta Material Self, mostra collettiva di natura performativa con Caroline Achaintre, Chiara Bersani, Benni Bosetto, Rehema Chachage, Julien Creuzet, Sonia Kacem, Sandra Mujinga a cura di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, con la curatela esecutiva di Maria Chemello. Un programma performativo concepito come attivazione di alcune delle opere in mostra avrà luogo durante l’opening di giovedì 18 luglio.

Material Self è il secondo episodio di una serie di mostre collettive dedicate ai concetti formulati da Stacy Alaimo nella sua produzione teorica. Dopo il primo episodio del 2023, incentrato sulla nozione di naked word (parola nuda), la mostra pone quest’anno degli interrogativi sull’idea di material self (sé materiale) con cui Alaimo teorizza, nel volume “Bodily Natures: Science, Environment, and the Material Self” del 2010, l’azione e il significato delle “forze materiali” e della loro interfaccia con i corpi umani. Tra le plurime domande poste da Alaimo, la nostra opera su due cruciali moniti: Cosa significa essere umani in questi tempi, con corpi che sono inestricabilmente interconnessi con il nostro mondo fisico? Come il corpo umano reagisce a forze materiali potenti e pervasive e registra i loro effetti sempre più dannosi? In linea con un pensiero femminista post-antropocentrico la mostra Material Self suggerisce, parafrasando Alaimo, che la “nuova” relazione tra corpi e la natura ha profondamente alterato il nostro senso del sé, creando un’inedita vicinanza del corpo umano all’ambiente e una rinnovata comprensione, di tipo relazionale, dei concetti di “casa”, “rifugio” e “abitare il mondo”.

Nella performance “Babau & Brouny”, Benni Bosetto ritrae un atto d’amore tra figure ibride e mostruose, riprendendo l’immaginario dalle antiche tradizioni folcloristiche pagane e carnevalesche attraverso la mimesi e un processo di tipo animistico eco-femminista. Due figure vagamente antropomorfe rivestite da elementi botanici si muovono nello spazio scambiando gesti di cura e affetto. Babau ripercorre criticamente la mitologica figura fiabesca europea dell’uomo nero, l’orco, il mostro, nucleo immaginario dalle caratteristiche indefinite. Uno strutturale animismo irriflessivo e inconsapevole che diventa strumento per offrire una differente visione della natura, sostenuto da un approccio all’amore di matrice interspecista.

Le opere di Rehema Chachage emergono da una pratica espansa, caratterizzata da una ricerca basata sui processi in cui sono coinvolte sua madre e sua nonna. Insieme, creano un “archivio performativo” che “colleziona” e “organizza” in modo non tradizionale storie, pratiche, rituali e altre tradizioni orali in diversi media. Nell’opera dal titolo Nitakujengea Kinyumba, na Vikuta Vya Kupitia (Una casa per te creerò, dotata di vie d’uscita), Chachage si addentra nella complessità del fenomeno del radicamento, performando sulla scia di narrazioni e ricordi ereditati per via matrilineare. Al cuore della performance sono la natura transitoria del ricordo e le sue implicazioni politiche intrinsecamente fragili.

Pensando attraverso la narrativa speculativa della tradizione afrofuturista, Sandra Mujinga gioca con le tematiche del visibile e dell’invisibile. Sandra Mujinga è un’artista e musicista multidisciplinare, le sue opere negoziano le questioni dell’auto-rappresentazione e della conservazione, dell’apparenza e dell’opacità, attraverso una pratica interdisciplinare in cui spesso inverte le tradizionali politiche identitarie della presenza. Le tre sculture che compongono la sua opera Touch Face sembrano sorvegliare lo spazio. In piedi su due gambe, dalle fattezze umane, ma non completamente, sembrano dei corpi sovradimensionati o dei manichini. La loro fisiologia e il titolo sono ispirati dall’abitudine degli elefanti di toccarsi il viso con la proboscide, un movimento che non serve a uno scopo preciso se non a procurare all’animale una sensazione piacevole. Mujinga immagina alternative al visibile e propone l’invisibilità come strategia di sopravvivenza e strumento concettuale per osservare criticamente – senza essere visti – la nostra realtà politica. I volti delle sculture sono coperti da cappucci allungati, un capo di abbigliamento impiegato dalla polizia per il profiling razziale, ma recentemente diventato anche simbolo di protesta come segno politico per sollevare complesse questioni sociali e razziali, offrendo così una riflessione su come la visibilità possa essere utilizzata come arma.

Sonia Kacem concentra l’attenzione creativa sul concetto di ornamento all’interno dell’opera. Un elemento determinante del suo recente percorso è l’integrazione di articolati gesti calligrafici, che conferiscono alle sue opere un senso di fluidità e movimento. Questo approccio è particolarmente evidente nel formato litografico e nella pittura su ceramica. Le forme accattivanti delle opere nascono dalle diverse esperienze che l’artista ha vissuto a Tunisi, Ginevra, Amsterdam, Bruxelles e Il Cairo. Ogni luogo contribuisce all’evoluzione di un linguaggio gestuale specifico, che attinge da schizzi e scarabocchi realizzati in questi svariati contesti. Muovendosi tra astrazione e ornamento attraverso il mezzo della litografia, queste opere si trasformano in un linguaggio visivo e tattile, invitando gli spettatori a esplorare l’intricato dialogo tra forma e gesto, tradizione e innovazione.

Julien Creuzet riflette invece sulle conseguenze dell’azione dell’uomo sull’ambiente. In un sapiente connubio di immagini e movimento, presenta il video dal titolo Mon corps carcasse (…) : una collisione di suoni spezzettati e manipolati, sovrapposti a immagini d’archivio, oggetti animati in 3D e simboli. Ne emerge un vocabolario penetrante, carico di narrazioni dense che scaturiscono direttamente da una riflessione critica sull’inquinamento del suolo causato dall’uso massiccio del pesticida noto come clordecone. Estremamente tossico e cancerogeno, il clordecone è stato ampiamente utilizzato dal 1972 al 1993 in Martinica e Guadalupa da importanti industrie francesi e americane nella coltivazione di banane, nonostante durante lo stesso periodo il suo impiego fosse severamente vietato nella Francia continentale. Lo scandalo ha causato una catastrofe ambientale che ha contaminato fiumi, piante, animali e terreni, causando gravi problemi di salute alle popolazioni locali. È un lavoro tanto poetico quanto oggettivo, che rivela un legame inscindibile tra l’avvelenamento coloniale, i corpi e i territori.

Caroline Achaintre lavora utilizzando la lana con un approccio estremamente intuitivo e spontaneo, che conduce lo spettatore in una dimensione estetica ancestrale e al tempo stesso modernista. I personaggi creati dall’artista sono creature ibride che si nutrono di molteplici riferimenti iconografici, di ispirazione carnevalesca, pre-moderna e fantascientifica. In W.O.O.O.O.F., una grande maschera con le sembianze di un lupo, l’artista cattura lo sguardo dello spettatore, ponendosi come potente strumento di proiezione dell’individuo che osserva.

Deserters è un’installazione pensata da Chiara Bersani come un dispositivo multimediale e performativo composto da diverse parti in relazione tra loro. Oltre a costituire una nuova sfida per l’autrice, il tappeto, le parti sonore e soprattutto i disegni/oggetti realizzati per questa occasione, sono un modo per tenere fede al principio della prossimità in assenza dei corpi reali che definiscono la scena stessa. La performance messa in scena sul grande tappeto disegnato dall’artista non può esistere senza il tappeto stesso e senza l’ambiente sonoro che la accompagna. A questi elementi si aggiunge una serie di disegni, raffiguranti dei corpi non conformi, incastonati all’interno di superfici tessute appese alle pareti. Il titolo si rifà alle parole di Virginia Woolf nel saggio On Being Ill (1926). L’invito dell’artista è quello ad abbandonare la posizione verticale, propria di una sedicente condizione di salute e conformità, per adottare una diversa prospettiva comune. Deserters mette al centro la questione della vulnerabilità intesa parimenti come dimensione soggettiva, identitaria, e come condizione corporea condivisa.

L’opening di Material Self segna inoltre il lancio della programmazione estiva di Centrale Fies che nel weekend del 19 – 21 luglio apre l’annuale “summit” legato a Live Works – Free School of Performance. La collettiva, dal 22 luglio al 21 settembre sarà fruibile durante le due successive aperture estive e su appuntamento.

Inaugurazione
giovedì 18 luglio dalle ore 18:30
Informazioni
info@centralefies.it

Immagine in evidenza
Sandra Mujinga – Sebastiano Pellion di Persano – courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Dettagli

Inizio:
giovedì 18 Luglio 2024
Fine:
sabato 21 Settembre 2024
Categoria Evento:
Tag Evento:
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Luogo

CENTRALE FIES
Loc. Fies 1
Dro, Trento 38074 Italia
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