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Sostra. Feliscatus-Nietzsche

domenica 13 maggio 2018 - domenica 27 maggio 2018

Sostra. Feliscatus-Nietzsche

sede: 11 Dreams Art Gallery (Tortona).

“Di sicuro l’idea arriverà per il tramite del freddo che sento con le ciabatte infradito.
Fino a tredici, quattordici gradi normalmente le porto senza accorgermi di averle, senza provare l’affilato sentore; anche questo, però, se si vuole, se non è eccessivo, se non è proprio intollerabile, si può imparare a dominarlo, direi anzi che per tenersi svegli e stare bene il freddo è utile e necessario.
Ma qui, oggi, di gradi ce ne sono undici.
Be’, il bianco della neve non lo sopporto, mi gela la mente, ma il freddo, in fin dei conti, anche quando è talmente intenso da costringere gli altri a coprirsi e imbottirsi da cima a fondo, mi è indifferente.
Più o meno.
Sì, d’inverno meglio essere infreddoliti ca ‘nsunnacchiati pu troppu cavuru.
Detto questo, di che parlare?
Di Feliscatus?
Quel Feliscatus che appartiene al passato?
Il gatto domestico che non sono più?
Di Feliscatus-Nietzsche, la prima parte di quel gruppo di lavori, che per seconda parte, dopo una fase intermedia ancora da definire esattamente nel significato e nella collocazione, ha avuto “La casa di Nietzsche”, fatti l’anno scorso?
O di pensare a farne altri per poterne scrivere dopo?
Ricordi d’infanzia: io che pianto nel palmo della mano di un mio amico una freccia tratta da un’asta di ombrello – a busa du paracqua –, alcuni tondini d’acciaio del quale, sganciati dalla raggiera e separati dai segmenti-sostegni collegati al legno centrale, erano serviti, legandoli con un filo di ferro, a costruire l’arco teso da una corda fatta con il prolungamento di quel filo che ne teneva insieme, avvolgendole, le aste componenti.
E’ di questo che potrei parlare?
Io che, sbagliando mira, trapasso da parte a parte il palmo della mano destra di un mio compagno di giochi, in queste condizioni vedo che solleva la mano, stranamente non insanguinata, con le cinque dita tese e distanziate da spavento e dolore, dita che poco prima stavano cercando di sistemare il bersaglio, così come toccava a me farlo quando era lui ad impugnare l’arco, in un cumulo di sabbia da costruzione?
rendendomi perciò conto di non essere né un abile pellerossa su un cavallo al galoppo, né Ulisse, né Robin Hood, né un arciere romano, né quel tiratore provetto che immaginavo di impersonare?
che stavo sfidando me stesso cercando di far centro mentre il bersaglio veniva mosso?
Del fuoco che bruciò la casa-panetteria della madre lasciando la sua famiglia in difficoltà di non poco conto?
Quel mio amico coraggioso che riusciva a mettere tutto il braccio nelle tane dei granchi per catturarli, senza aver paura dei morsi delle loro chele, da adulto divenne vigile del fuoco.
Quando mi raccontava che il giorno della cerimonia ufficiale d’ingresso nel corpo dei pompieri era saltato sul telone dall’altezza di dieci metri – non ricordo se dieci piani o dieci metri, tanti comunque, dell’una o dell’altra unità di misura, e visti da sopra sembrano sempre di più che visti da sotto; come dire che più si è lontani dalla terra maggiormente si è portati a credere di esserne distanti più di quanto in realtà non si sia –, mi veniva in mente che da bambino mi feci male saltando da un muro di tufi alto due metri.
Beh, non c’era il telone.
Di che parlare? Di me e una mia amica che in una tarda mattinata di molti anni dopo veniamo gentilmente pregati di lasciare un albergo di Arezzo perché le lenzuola durante la notte per amore si erano tinte di rosso?
Io che alle otto di mattina esco da un albergo di Arezzo, mentre la mia amica conosciuta a Roma dorme ancora, per telefonare a un’altra donna incontrata l’anno prima?
Beccheggia col pollice verso una delle pagine indietro, quella ch’è vuota.
Una busta bianca, curva perché curvo è il certificato di autenticità che contiene – ché il cartoncino mantiene la curvatura come la carta non fa; quando si dice lo spessore! –, in realtà contiene la curvatura del tempo – che spessore ha il tempo? – e tutto ciò che avrei potuto fare e non ho fatto, che sarei potuto essere – o diventare – e non sono stato o non sono diventato; un po’ la raddrizzo posandovi gli occhiali da sempiterno miope che per scrivere ha bisogno di toglierli – non necessariamente, ma se li tolgo scrivo meglio, senza che gli occhi mi si incrocino – comunque non ho bisogno di indossare quelli da presbite di persona anziana.
Anziano, così devo definirmi alla stazione di Tortona per avere la riduzione sul biglietto per Milano che agli over sessanta spetta.
E questa è una faccenda che non mi dà pace.
Detta così è esagerata.
Però ci penso, questo sì.
Poso nuovamente gli occhiali.
Mi accorgo che i ricordi ora sono privi di inflessioni dialettali; essi non vengono dal luogo di provenienza, no, ma dall’intensità manichea con la quale venivano percepiti quelli che oggi hanno l’apparenza di ricordi, i fatti, il piacere, la sofferenza, i dubbi: odio-amore, repellenza- passione, mal di denti o non mal di denti, meglio: denti alla cui esistenza necessaria non si pensa quando male non fanno.
Oggi anche il mal di denti ha un altro colore; ora – io non ancora – il dolore soffre di vertigini.
Gaspare non ancora, ma il dolore sì.
Egli (il dolore) è affetto da spiegazzate, flessibili, acquatiche, longitudinali (comincio dal fondo) vertigini.
Io, più bambino che adolescente, quando mia madre mi diceva: “ho dolore alle ossa”, io, io mettevo in moto i cuscinetti a sfera, e, nel rumore di questi sull’asfalto, cercavo di capire quale fosse la senzazione del dolore alle ossa.
Di che parlare? Di mobili da colorare perché non sono intonati al mobile accanto? o ai pavimenti? o ai muri?
Di una donna e della sua richiesta di rifare il fondo di un disegno, si badi bene anche tra tratto e tratto, perché aveva cambiato il colore dei muri? Di appliques, suppellettili, lampadari che, come cani con le tendine di peli davanti agli occhi, riducono, dimezzano, offuscano, annientano”.
[segue]

Dettagli

Inizio:
domenica 13 maggio 2018
Fine:
domenica 27 maggio 2018
Categoria Evento:
Tag Evento:
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Sito web:
http://www.sicula.com/

Luogo

11DREAMS ART GALLERY
Via Rinarolo, 11/c
Tortona, AL 15057 Italia
+ Google Maps
Telefono:
333 6033006