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Susan Hiller. Social facts

venerdì 30 marzo 2018 - domenica 24 giugno 2018

Susan Hiller. Social facts

sede: OGR – Officine Grandi Riparazioni (Torino).
cura: Barbara Casavecchia.

Susan Hiller è una delle artiste più acclamate della sua generazione. Nell’arco di una carriera quasi cinquantennale, il suo approccio multidisciplinare l’ha portata a realizzare pionieristiche installazioni video, opere sonore, “ricerche di gruppo”, performance, sculture, fotografie e progetti interattivi online, oltre a operare come saggista e curatrice.
Social Facts, cioè “Fatti sociali”, è l’espressione con la quale Hiller descrive l’oggetto del proprio lavoro, ovvero gli artefatti culturali che influenzano le dinamiche collettive e i sistemi di valori delle nostre società.

Hiller spesso si concentra sui margini del mainstream, su fenomeni e oggetti considerati risibili, di scarsa rilevanza o comunque difficili da inquadrare “scientificamente” – e per questo rivelatori del subconscio individuale e dell’inconscio collettivo.
Nelle proprie opere ha utilizzato cartoline illustrate, sogni, telepatia, scritture automatiche, lingue scomparse, avvistamenti di oggetti volanti non identificati.
Pur esplorando i confini tra ordinario e straordinario, credibile e incredibile, naturale e soprannaturale, paranormale e normale, Hiller non li traccia mai in modo definitivo.
L’artista osserva come i mass media influenzino la nostra percezione del mondo e scava in quel gigantesco serbatoio globale di racconti, storie e confessioni che è Internet.
Il compito di affrontare dubbi e contraddizioni è lasciato al pubblico, invitato a orientarsi in base alle proprie convinzioni – una condizione sempre più frequente, ora che le notizie sono “fake” e i fatti “alternativi”, mentre le comunicazioni viaggiano attraverso le “bolle” individuali o collettive dei social media.

Hiller sostiene: “So che la nostra cultura nega molte cose.
Il nostro “sistema operativo” di esseri umani probabilmente ci impedisce di conoscere gran parte di ciò che è reale, e ogni linguaggio pone dei limiti.
Ma talvolta alcuni sperimentano delle scoperte.
Il mio approccio nei confronti di tutto ciò è politico.
E risiede nella convinzione che è solo nei momenti di liminalità che può accadere qualcosa di nuovo.
Che si tratti di un’idea, un’azione politica, un’invenzione – tutto nasce sempre dove funzioniamo in modo creativo.
Questo è ovviamente molto importante nella pratica artistica, ma anche socialmente e politicamente”.
(Artforum, aprile 2017)

La mostra si apre con una spettacolare video proiezione: Illuminazioni (2018, 30 minuti) – un titolo italiano per un’opera realizzata per l’occasione.
A darle voce sono le testimonianze di una serie di esperienze misteriose e inspiegabili, in forma d’incontri ravvicinati con fenomeni luminosi, accompagnate, sul grande schermo, da un flusso di immagini astratte nelle sfumature dell’azzurro turchese, un colore – cioè una lunghezza d’onda con la quale viaggia la luce – ai margini dello spettro del visibile.
Nella colonna sonora, le voci umane si fondono con una serie di suoni, con i quali le strumentazioni scientifiche traducono le radiazioni luminose cosmiche in viaggio nel corso dello spazio e del tempo, a partire dal Big Bang.
A tratti si avverte anche una trasmissione in codice Morse, registrata durante un esperimento di sogno lucido, il cui soggetto ripete: “Sto sognando, sto sognando”.
Ad accogliere il pubblico c’è anche la serie After Duchamp (2016–17), composta da 50 ritratti fotografici che catturano le coloratissime “aure” individuali dei soggetti.
In mostra anche sei ritratti monumentali dello stesso ciclo (Homage to Marcel Duchamp: Aura (Green Girl); (Purple Man); (Blue Boy), 2011; Homage to Marcel Duchamp: Aura (Red Man); (Green Man); (Blue Woman), 2017).
Le immagini, che Hiller ha trovato online e modificato digitalmente, sono ispirate al “Ritratto del Dottor Dumouchel” (1910) di Marcel Duchamp, nel quale il giovane studente di radiologia appare circondato da un’aura iridescente.
Altro riferimento cruciale è quello a Walther Benjamin e al suo celebre saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936), che teorizza la “perdita dell’aura” delle opere d’arte da quando, tramite la fotografia, è diventato possibile riprodurle serialmente.
A proposito di questa serie, Hiller sostiene: “riassume enigmaticamente come ci vediamo nell’era digitale.
Sapete, siamo pixel, siamo luce”.
Al centro del Binario 1, sono videoproiettate al suolo le animazioni digitali di From Here to Eternity (2008).
Riproducono tre schemi di labirinti, basati sulle pavimentazioni di tre cattedrali gotiche, e ispirati ai mandala, così come ai dedali virtuali dei videogames contemporanei.
A percorrerne i tracciati, alla ricerca di una via d’uscita, è un punto colorato che si muove lentamente, invitando lo sguardo a una pausa, per seguirne le evoluzioni ipnotiche.
Alle due estremità della grande navata, immersa nel buio, sono collocate due installazioni monumentali.
Psi Girls (1999), videoinstallazione su 5 schermi, è una delle opere più iconiche di Hiller.
Vi scorrono le immagini, virate in colori saturi, di cinque film (di Brian De Palma, Andrei Tarkovsky, Mark L. Lester, Danny DeVito, Andrew Fleming).
La ragazza dotata di poteri psichici speciali, che esplodono nel corso dell’adolescenza – di pari passo con l’emergere della sessualità – è un personaggio classico del cinema di genere hollywoodiano, così come delle serie TV più recenti.
Ad accompagnarne le azioni, qui, c’è un coro Gospel, in un crescendo di suspense e applausi al Girl Power.
Channels (2013), la più grande opera audiovisiva realizzata sinora dall’artista, è un assemblaggio di 106 televisori analogici di formato diverso.
Ne emergono i racconti (in varie lingue, tra cui l’italiano) di esperienze di “pre-morte”, associati ai tracciati elettronici di un oscilloscopio, che disegnano le vibrazioni di ogni voce.
Le singole testimonianze si alternano a un fitto brusio di voci.
Channels affronta il tema dell’ignoto e dell’inevitabile obsolescenza di tutto ciò che è umano, dalla vita individuale alla tecnologia, la cultura e le credenze.

Sottolinea la curatrice, Barbara Casavecchia: “Ogni registrazione / trasmissione che ci raggiunge attraverso i tanti schermi con i quali condividiamo la nostra quotidianità, oggi porta con sé molto pathos e molti dubbi riguardo al fatto che quella traccia sonora appartenga ancora a un essere vivente e che sia “vera”. Hiller è magistrale nel collocare gli spettatori in uno stato costante di tensione tra ragione e sentimento”.

Prima della sua decisione di lavorare come artista, Susan Hiller ha studiato cinema, archeologia, linguistica e antropologia. Dopo essersi trasferita in Gran Bretagna a fine anni Sessanta, ha iniziato a operare nel campo dell’Arte Concettuale e partecipato attivamente al movimento femminista. Hiller ha tenuto mostre personali nei più importanti musei internazionali. Tra le più rilevanti, le antologiche mid career all’ICA di Londra (1986), alla Tate Liverpool (1996) e al Moderna Museet di Stoccolma (2007); le retrospettive al Baltic, Gateshead; Museu Serralves, Porto (2004), alla Kunsthalle Basel (2005) e alla Tate Britain di Londra (2011). Tra le più recenti, le esposizioni alla Synagogue de Delme e al CCA Wattis Institute for Contemporary Arts di San Francisco (2014); al Pérez Art Museum, Miami e al Sursock Museum, Beirut (2016); alla Lisson Gallery, New York (2017). Ha partecipato alle Biennali di Berlino (2008), Mosca (2011) e Sydney (2002); a Manifesta 11 (2016); a Documenta 13 (2012) e 14 (2017), ad Atene e Kassel. In Italia, Hiller ha esposto al Castello di Rivoli (2006, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev) e alla Fondazione Antonio Ratti di Como (2011), dove è stata Visiting Professor. Hiller ha curato il volume “The Myth of Primitivism” (Routledge, 1991) e la collettiva itinerante “Dream Machines” (Hayward Gallery, Londra, 2000-2003). Le sue conferenze e interviste sono state raccolte in: “Thinking about Art: Conversations with Susan Hiller” (Manchester University Press, 1996); “The Provisional Texture of Reality” (ed. by Alexandra Kokoli, JRP Ringier, 2008)

Barbara Casavecchia è curatrice e critica indipendente. Vive e lavora a Milano, dove insegna all’Accademia di Brera. Contributing editor di Frieze, scrive per Art Agenda, Art Review, D / La Repubblica, Flash Art, Mousse, Spike. Ha curato la mostra “Maria Lai. Ricucire il mondo” (MAN, Nuoro, 2014; con Lorenzo Giusti) e il progetto d’arte pubblica All’Aperto (Trivero, BI; con Andrea Zegna), con opere permanenti di Daniel Buren, Alberto Garutti, Stefano Arienti, Roman Signer, Marcello Maloberti, Dan Graham, Liliana Moro.

Ufficio Stampa: LaWhite – ufficio stampa e dintorni

Dettagli

Inizio:
venerdì 30 marzo 2018
Fine:
domenica 24 giugno 2018
Categoria Evento:
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Luogo

OGR – OFFICINE GRANDI RIPARAZIONI
Corso Castelfidardo 22
Torino, 10138 Italia
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Sito web:
www.ogrtorino.it