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To be played – Video, immagine in movimento e videoinstallazione nella generazione ottanta

11 Ottobre 2019 - 22 Novembre 2019

To be played - Video, immagine in movimento e videoinstallazione nella generazione ottanta

sede: Giardino Giusti (Verona).
cura: Jessica Bianchera, Marta Ferretti.

Introdotto nel corso degli anni Sessanta principalmente come documentazione di pratiche performative e divenuto nei Settanta linguaggio artistico autonomo, il video è uno di quei media artistici che dimostrano una stretta correlazione tra la ricerca artistica del Novecento e l’ambito dell’innovazione tecnologica.
Oggi la sperimentazione sul video e l’immagine in movimento si dimostra una tra le principali protagoniste della ricerca di un nutrito gruppo di artisti che dopo aver assimilato dagli storici predecessori i tratti salienti delle possibili operatività, ne hanno fatto oggetto di una proliferazione di linguaggi che è caratteristica principale dell’epoca contemporanea.

La mostra presenta il lavoro di una selezione di giovani artisti che operano in maniera trasversale e con differenti approcci alle possibilità espressive, narrative e di display del video.
Le recenti produzioni di Helen Dowling, Nina Fiocco, Anna Franceschini, Adelita Husny Bey, Invernomuto, Michal Martychowiec, Elena Mazzi, Jacopo Mazzonelli, Giulio Squillacciotti e Luca Trevisani costruiscono un complesso panorama di connessioni e continui rimandi tra differenti linguaggi al confine tra il documentario, il cinema, la finzione e la sperimentazione sull’immagine in movimento.
La mostra ne esplora la multiforme ricerca in relazione alle sue forme installative, in un primo e non esaustivo capitolo d’indagine sulla generazione dei nati negli anni Ottanta.

Così se un’opera come Empire (2017) del giovane artista polacco Michal Martychowiec – citando lo storico film di Andy Warhol in un dialogo serrato con la storia dell’arte e allo stesso tempo introducendo una complessa riflessione sul concetto di “libertà” – si configura come tassello di una ricerca che spazia dall’installazione alla fotografia alla performance al video, un lavoro come Scala C, Interno 8 (2017) di Giulio Squillacciotti testimonia l’attenzione per un’indagine quasi antropologica condotta con un taglio e uno sguardo decisamente registici.
Accostabile a queste riflessioni ma con un approccio decisamente differente è Agency giochi di potere (2014) di Adelita Husni Bey: installazione video ispirata a un esercizio di cittadinanza di classe originariamente sviluppato nel Regno Unito e attuato nel corso di una simulazione svoltasi nell’aprile 2014 al Museo MAXXI di Roma con trentacinque studenti volontari del Liceo Manara.
Sul tema della contaminazione dei linguaggi va invece sicuramente citata Dido’s lament (2017) di Jacopo Mazzonelli, in cui emerge la doppia anima di un artista/musicista e il suo interesse per il “gesto musicale”, per ciò che sta alla base dell’esecuzione rispetto al suono prodotto.
L’integrazione tra video e dimensione installativa viene ben rappresentata da Le Domestique (2015) di Nina Fiocco in cui gli elementi dentro e fuori dall’immagine filmica si integrano e si completano a vicenda.

Particolare attenzione è stata prestata anche nei confronti dell’utilizzo dei mezzi tecnici come strumenti che concorrono alla definizione del lavoro: ne è un esempio Something for the Ivory (2019) di Helen Dowling, che implica l’utilizzo di due tubi catodici in cui le immagini scorrono parallelamente grazie a un sincronizzatore.
Nella scelta dei lavori, determinante è anche il dialogo con lo spazio, che non è stato trattato alla stregua di un semplice contenitore, ma come parte attiva del dispositivo generale della mostra.
Così al centro del Salone d’Onore campeggia Wax, Relax (2011) di Invernomuto: una grotta in cera bianca di circa 5 metri che si colloca esattamente agli antipodi rispetto alla grotta reale in fondo al viale dei cipressi che taglia il giardino cinquecentesco.
Qui, dove un tempo un complesso sistema di specchi, mimetizzati tra le emergenze della roccia grezza e gli inserti di conchiglie, creava suggestivi giochi di luce in base alle ore del giorno e alle stagioni, Pirolisi solare (2017) di Elena Mazzi affronta il tema della ricerca scientifica sulle fonti di energia rinnovabile partendo da un’installazione di specchi da lei realizzata per un lavoro precedente (Reflecting Venice, 2012-2014).

Infine, la questione generazionale: scegliendo di operare una campionatura sui nati negli Ottanta si intende avviare un affondo critico sullo stato della ricerca attuale procedendo secondo un criterio caro alla storiografia artistica e contemporaneamente puntando l’attenzione su giovani che già possono garantire solidità nella ricerca.
In questo senso Anna Franceschini e Luca Trevisani (entrambi del 1979) fungono da anello di collegamento con la generazione precedente.
Per la Franceschini torna a essere determinante la relazione dell’immagine con il supporto, mentre in un’opera come Physical examination (2014) di Trevisani l’attenzione è rivolta alle contaminazioni con l’universo scientifico e la relazione dialettica tra opposti: ricerca teorica ed empirica, geometria e natura, organico e inorganico.

Il percorso espositivo intercetta contemporaneamente l’Archivio Video di Careof, costituitosi nel 1987 per volontà di Mario Gorni e Zefferina Castoldi e diventato, con circa 8500 opere a oggi catalogate, uno dei più esaustivi e interessanti osservatori sulle produzioni artistiche italiane legate all’immagine in movimento. In mostra sarà data la possibilità di consultarne una parte grazie a un dispositivo che permette di esplorare il materiale per temi, categorie, annualità, parole chiave, diventando un’occasione di approfondimento e confronto rispetto ai lavori e alle operatività degli artisti invitati.

Evento in collaborazione con ArtVerona e Careof

Luogo

GIARDINO GIUSTI
Via Giardino Giusti, 2
Verona, 37121 Italia
+ Google Maps
Telefono:
045 8034029
Sito web:
giardinogiusti.com