Il respiro del mondo: l’Arte di Helen Pynor oltre i confini della specie

di Paola Milicia.

Helen Pynor

Nota per una creatività combinatoria che spazia dalla fotografia, la scultura, le installazioni e collaborazioni scientifiche, Helen Pynor fa della significazione l’elemento distintivo della sua cifra creativa. Il suo progetto artistico appare come un più ampio disegno di relazioni e interferenze che legano ciò che è tangibile e decodificabile, a quanto di ineffabile ma altrettanto percettibile, attingendo continuamente a un immaginario concettuale di significati – appunto – (e simbolismi) antropologici, filosofici, religiosi, e naturalmente scientifici, che intuiamo essere interconnessi all’esperienza umana e ai suoi codici universali.

Il palinsesto artistico che propone è incentrato su una ricerca del senso più profondo della vita e sulla responsabilità della scienza in termini di manipolazione genetica, a cui si agganciano inevitabili controversie sulle implicazioni etiche connesse. La scelta dei soggetti che spazia da tessuti organici, ossa umane, embrioni di polli, cuore di suini appena abbattuti, fa più pensare a una pretestuosa spettacolarizzazione della vita, a una sua svalutazione a vantaggio di un portentoso effetto shock. Tuttavia, perché si arrivi a un’interpretazione più neutrale e fedele dell’opera di Pynor, si dica che la maggior parte delle pratiche artistiche di oggi non è più condizionata dall’ideale modernista dell’esperienza disinteressata, ma dall’utilità, e ciò vale anche per l’artscience, in cui la collaborazione interdisciplinare è idealizzata come un valore in sé.

L’opera di Pynor è pervasa dall’idea di promuovere una comprensione più integrata della realtà, che superi gli assolutismi ideologici, filosofici e teologici, e aiuti a costruire una nuova immaginazione, conoscenza e consapevolezza dell’essere in natura. L’uso di parti organiche si spinge lì dove inizia il rito: “ritualise the end of the life” – afferma Pynor – ovvero ritualizzare il momento della fine di una vita significa creare un’esperienza simbolica e significativa che onori la transizione, non in termini di accettazione della perdita, o di elaborazione del lutto, ma di continuità e interconnessione tra stadi limite.

La visione olistica e interconnessa dell’esistenza secondo Pynor riflette una prospettiva che supera la tradizionale dicotomia culturale tra elementi convenzionalmente opposti, quali vita e morte, corpo e ambiente, corpo e mente, natura e cultura, animato e inanimato ma anche tra umano e animale, suggerendo, piuttosto, una visione interattiva in cui l’umanità, i processi biologici e il mondo naturale sono parte di un unico ecosistema interdipendente dai confini permeabili e valicabili, al centro del quale l’esistenza andrebbe ripensata come un continuum fluido e condivisibile.

The Body is a Big Place – Collaboration by Helen Pynor and Peta Clancy, 2013

Da “The Body is a Big Place” (2011): un’installazione collaborativa che esplora la donazione di organi; a “Liquid Ground” (2012): un’opera che indaga la connessione tra i corpi umani e l’acqua, mettendo in risalto la fluidità della vita e l’interdipendenza con gli ecosistemi naturali; a “Fallen” (2019): una serie fotografica che utilizza immagini di capelli umani sospesi nell’acqua per creare paesaggi visivi che evocano il senso di perdita e di fragilità: l’arte di Pynor incoraggia una comprensione più inclusiva e compassionevole della vita, focalizzandosi sui momenti liminali che segnano una condizione di sospensione o di transizione tra il vivere e il morire, ma anche tra l’umano e l’ambiente circostante, tra corpo e anima.

93% Human – © Helen Pynor, 2023

93% Human (2022) è un progetto doppiamente significativo in cui l’artista australiana esplora il sorprendente legame genetico e anatomico tra essere umano e altre specie animali con cui condividiamo una percentuale significativa del nostro DNA, e questo al culmine di una pandemia che ha sconvolto la percezione dello spazio vitale, ridefinendone i confini e il senso.

Un video della performance mostra l’artista Helen Pynor e il genetista e bioinformatico Jimmy Breen mentre respirano all’interno di un condensatore. Il dispositivo trasforma il vapore in liquido che viene campionato e analizzato in laboratorio rivelando che il 93% del DNA appartiene a esseri umani, mentre il restante 7% proviene da circa 6700 specie microbiche identificate. L’installazione si accompagna a una suggestiva composizione corale microtonale e polifonica della compositrice Amanda Cole: quattro cantanti sussurrano e respirano i nomi tassonomici dell’uomo e di centinaia delle 6700 specie microbiche presenti nel medesimo DNA.

È un’opera che incentra la sua poetica e la sua forza scientifica su concetti di continuità evolutiva tra specie, di attiguità, di conservazione e rispetto per tutte le forme di vita, esaltando la contaminazione come condizione necessaria dell’essere, a fronte dell’antropocentrismo del pensiero occidentale che promuove ancora oggi l’idea di umanità come entità superiore ed esclusiva.

93% Human è un’opera che bilancia poeticamente precisione scientifica e sensibilità estetica, un insieme capace di evocare anche delicatezza e contemplazione.
Paola Milicia

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