di Ennio Bianco.

Il mio primo incontro con la grammatica di Max Cooper 1 risale al 2018, tra le trame di una mostra che curai dal titolo evocativo: Intersezioni Digitali. In quell’occasione, opere come le simulazioni morfogenetiche di Andy Lomas (Cellular Forms) o le ipnotiche astrazioni di Kevin McGloughlin (Symmetry e Waves) apparivano come frammenti di un universo in espansione. Fu allora che compresi la natura profonda di Max Cooper: non un semplice musicista elettronico, ma un architetto di sistemi complessi, un ricercatore che utilizza il suono e l’immagine come bisturi per un’indagine al contempo scientifica ed esistenziale.
A distanza di anni, quella che era una ricerca sulle leggi della fisica e della biologia si è evoluta in qualcosa di più denso e vertiginoso.
Con l’album “On Being” (Sull’esistere), Cooper compie il salto definitivo verso quella che Carl Gustav Jung definirebbe la “Pietra Filosofale”: una metafora dello sviluppo psichico, una forza che spinge l’essere umano verso la propria identità attraverso una radicale differenziazione dal caos del mondo.
L’intero progetto non nasce da un’astrazione, ma da un atto di ascolto radicale. Cooper ha aperto una finestra sulla psiche collettiva, ponendo una domanda disarmante a migliaia di sconosciuti: “Cosa vuoi esprimere che senti di non poter fare nella tua vita quotidiana?”
Le risposte, confluite in un immenso database di confessioni anonime, sono diventate la materia prima di un’opera multimediale totale. In On Being, la musica non accompagna l’immagine e l’immagine non illustra il suono; entrambe sono emanazioni di un’unica necessità: mappare la nostra esperienza condivisa. Dalla fragilità di un accordo di viola che scivola nel rumore, alla precisione millimetrica di algoritmi che simulano la crescita di amebe sociali o il collasso di una stella, Cooper coordina promuove una straordinaria “Bottega Rinascimentale Digitale” composta un gran numero di artisti.1
Analizzare On Being significa immergersi in un catalogo ragionato dell’anima moderna. Significa accettare di abitare il “vuoto” tra la rigidità della macchina capitalista e la fluidità del desiderio inespresso. È un viaggio che parte dalla biologia delle memorie di Masanobu Hiraoka per arrivare alla scultura della perdita di Justin M. Zielke, ricordandoci che, in un mondo saturato di dati, l’unico vero atto di resistenza è decidere cosa fare di quel silenzio che resta quando la musica, finalmente, ci permette di tornare a noi stessi.
On Being – Max Cooper, Félix Gerbelot & Masanobu Hiraoka
I. On Being: la carne, il sogno e la memoria
Il brano che dà il titolo all’album ne rappresenta l’architrave concettuale. Musicalmente, tutto scaturisce da un’epifania sonora: il suono della viola di Félix Gerbelot. La scelta di questo strumento non è casuale: tra tutti gli archi, la viola è quella che più intimamente ricalca le frequenze della voce umana. Registrata a Parigi in un momento di spontanea sospensione delle prove, la sua voce strumentale mantiene una grana materica, quasi carnale. Su questo nucleo organico, Max Cooper innesta sintetizzatori che non soffocano lo strumento, ma lo espandono nello spazio, come se la tecnologia fosse il polmone necessario per dare respiro a ciò che le parole non sanno contenere.
Per tradurre visivamente questo sismografo emotivo, Cooper si affida alla sensibilità di Masanobu Hiraoka. L’artista giapponese trasforma il progetto in un diario intimo, una sorta di messaggio destinato al futuro. Hiraoka utilizza una tecnica che fonde riprese reali e astrazione digitale, creando un mondo in cui tutto è fluido: un ricordo quotidiano si trasforma in una struttura chimica, un gesto umano si dissolve in una proliferazione di cellule.
In quest’opera, la biologia cessa di essere una fredda materia scientifica per diventare il linguaggio stesso dei nostri ricordi. Come sottolineato da Cooper, l’onestà con cui Hiraoka mette a nudo i propri momenti di vita rispecchia la sincerità della composizione musicale. Il video diventa così una finestra sulla psiche collettiva, dove l’immensamente grande (l’universo) e l’immensamente piccolo (la singola emozione) si fondono. On Being riesce nell’impresa di dare corpo a migliaia di voci anonime, suggerendo che essere umani significa abitare un confine magico: quello dove il dato biologico diventa sentimento.
II. Peace Exists Here: l’infinitesimo come rifugio
Il brano Peace Exists Here fiorisce da un grido soffocato, una citazione anonima che recita: “La vita ha meno significato… Qui esiste la pace. Eppure il mondo non finisce mai”. In queste parole, Max Cooper non legge una rassegnazione nichilista, ma intercetta la necessità vitale di un “luogo sicuro”, un perimetro di quiete nel rumore bianco della modernità.
Musicalmente, Cooper traduce questo bisogno di protezione attraverso il calore avvolgente della sintesi analogica. Gli accordi risonanti creano una texture che agisce come una “bolla” sonora, isolando l’ascoltatore dal caos esterno. La struttura segue il ritmo di una techno a tempo lento, dove i piccoli suoni percussivi e i dettagli granulari — tipici della firma sonora di Cooper — non risultano disturbanti, ma pulsano con la regolarità del battito cardiaco di un organismo a riposo. È la traduzione acustica di un’isola felice, dove l’ansia delle scadenze e la frenesia del quotidiano vengono finalmente annullate.
L’incontro con Xavier Chassaing eleva il brano a un’esperienza visiva straordinaria. Chassaing compie una scelta radicale: rifiuta l’artificio della post-produzione digitale per tornare alla purezza dell’incanto fisico. Se solitamente il projection mapping (la proiezione di video su volumi reali) è associato a monumentali facciate architettoniche, Chassaing opera qui su scala millimetrica. Lavorando con ingrandimenti estremi, trasforma porzioni di piante e volute di fumo di pochi centimetri in paesaggi cosmici.
L’uso combinato di vegetazione reale, nebbia e fasci di luce crea “raggi volumetrici” che si muovono organicamente nello spazio. Ciò che vediamo non è un trucco della computer grafica, ma la realtà catturata nel momento del suo stupore. Questa scelta tecnica rispecchia la filosofia profonda di Cooper: l’idea che la bellezza risieda nei dettagli più minuti della natura. Chassaing agisce come un esploratore in un territorio invisibile, dove la luce non si limita a illuminare la materia, ma la ridisegna in una “neo-psichedelia” che è, al contempo, scientifica e onirica.
Peace Exists Here rappresenta l’apice della sinestesia tra il calore dell’analogico e la precisione del digitale. La musica di Cooper fornisce il respiro umano, mentre il video di Chassaing offre la prova tangibile che la pace non è un’astrazione, ma una qualità della materia che possiamo riscoprire se solo impariamo a guardare abbastanza da vicino.
III. I Am In A Church In Gravesend: la sacralità del quotidiano
In un album dominato da riflessioni esistenziali, Max Cooper decide di dare risalto a una citazione che risuona come un haiku contemporaneo: “Sono in una chiesa a Gravesend, ascolto vecchi vinili e bevo caffè”. Questo frammento di realtà, nella sua disarmante semplicità, diventa per l’artista un’ancora di salvezza: una “deliziosa e calma affermazione” che brilla in mezzo al caos delle emozioni estreme raccolte nel database.
La genesi musicale del brano segue un approccio “esperienziale”. Cooper utilizza registrazioni ambientali di se stesso mentre cammina in una foresta, creando un tappeto sonoro fatto di scricchiolii e atmosfere naturali che servono a radicare la composizione alla terra. L’incontro fortuito con una piccola chitarra folk in Australia aggiunge una componente umana e melodica: la registrazione, avvenuta in una cantina, cattura non solo le note, ma l’intimità fisica di quel momento. Attraverso sofisticati processi digitali, Cooper scompone il suono della chitarra in minuscoli frammenti melodici, trasformando lo strumento tradizionale in una trama complessa ma delicatissima. È la tecnologia che “sfoglia” l’anima dello strumento per rivelarne l’essenza più pura.
Il sodalizio con l’artista di Chicago Michael McAfee porta il progetto su un piano visivo unico. McAfee, celebre per uno stile che fonde biologia marina e imperfezione digitale, crea una narrazione dove le creature stesse sono fatte di linguaggio.
Attraverso una tecnica innovativa, le citazioni del database vengono proiettate e modellate direttamente sulla superficie di organismi digitali in movimento. Queste “appendici testuali” che si agitano non sono solo un vezzo estetico, ma una potente metafora: noi siamo letteralmente plasmati dai nostri pensieri e dalle storie che scegliamo di condividere. La scelta di una tavolozza quasi monocromatica, che ricorda il tratto di un disegno a mano, conferisce al video una qualità onirica e senza tempo.
Le creature di McAfee diventano contenitori viventi della psiche collettiva, muovendosi in un vuoto che esalta la densità delle parole. I Am In A Church In Gravesend… celebra l’individuo all’interno della massa: mentre Cooper trasforma il rumore di una passeggiata e una vecchia chitarra in una “cattedrale sonora”, McAfee dà corpo ai pensieri anonimi, trasformandoli in esseri pulsanti. È un invito a trovare il sacro non solo nelle grandi domande, ma nel silenzio di un pomeriggio qualunque e nella bellezza dei ricordi più semplici.
IV. A Sense Of Getting Closer: l’estetica dell’apprensione
Il brano trae ispirazione da una citazione che descrive una tensione esistenziale sospesa: “Sento di avvicinarmi a qualcosa… non so se dovrei essere eccitato o terrorizzato”. È la traduzione sonora ideale della “Singolarità” tecnologica o della mutazione sociale che stiamo attraversando: quel momento in cui il progresso corre più veloce della nostra capacità di comprenderlo.
Per Max Cooper, questo pezzo rappresenta una delle espressioni musicali più dirette di un’emozione pura. La composizione non cerca la gratificazione immediata, ma si sviluppa attraverso una “lunga costruzione” sonora. La musica sembra quasi sfidare l’ascoltatore, accumulando strati di apprensione che crescono lentamente. C’è una spinta viscerale verso un culmine che pare sempre sul punto di esplodere, rispecchiando quel senso di avvicinamento a un punto di non ritorno, dove l’entusiasmo si fonde inevitabilmente con la paura.
Il contributo video di Conner Griffith, animatore di Los Angeles, è un capolavoro di collage sperimentale che trasforma lo “scarto” della nostra società dei consumi in un archivio culturale pulsante. Griffith ha raccolto cataloghi pubblicitari, coupon e posta indesiderata, vedendo in essi la traccia fisica del nostro sistema economico.
Attraverso tecniche di manipolazione temporale, Griffith trasforma queste immagini -originariamente cariche di messaggi commerciali aggressivi – in strutture fluide e distese. Estendendo questo approccio agli spot televisivi e ai social media, l’artista presenta il tempo come una dimensione fisica, creando una “coreografia visiva” dove il contenuto originale viene sfocato per rivelare una bellezza formale astratta.
L’opera cattura un paradosso contemporaneo: siamo ipnotizzati da uno spettacolo di luci bellissimo, pur sapendo che è alimentato da algoritmi progettati per catturare la nostra attenzione a ogni costo. Griffith non esprime un giudizio morale, ma oscilla tra la speranza di una nuova consapevolezza critica e il timore verso sistemi che abbiamo creato ma che non comprendiamo più.
A Sense Of Getting Closer è forse il capitolo più politico di On Being. Mentre la musica di Cooper ci trascina fisicamente verso l’ignoto, le immagini di Griffith ci mostrano che quel “qualcosa” a cui ci stiamo avvicinando è fatto dei frammenti della nostra stessa sovraesposizione mediatica. L’opera ci costringe a chiederci se siamo ancora noi a guidare la tecnologia o se siamo diventati semplici particelle trascinate dal suo flusso inarrestabile.
V. I Exist Inside This Machine: l’autocoscienza nell’ingranaggio
La citazione che ispira questo brano è un’epifania di sconcerto: “Esisto dentro questa macchina per un breve periodo… in qualche modo sento di essere di più, ma incapace di comprendere”. Qui la “macchina” non è intesa solo come hardware tecnologico, ma come l’intero apparato che recinge la nostra esistenza: la genetica, la mortalità, le routine lavorative e le rigide strutture economiche.
La collaborazione con il compositore Aneek Thapar segna un punto di rottura sonora nell’album. I due artisti hanno sperimentato inviando ritmi di batteria attraverso complessi sistemi di sintetizzatori modulari, ottenendo un suono “industriale distorto” che agisce come un dispositivo narrativo: è il rumore metallico degli ingranaggi del sistema che tentano di processare l’irregolarità dell’anima umana. La musica si fa densa, tesa e spietata, riflettendo la raffica di influenze contrastanti in cui siamo immersi oggi.
Il lavoro di Henning M. Lederer, motion designer di formazione accademica, trasforma questa “macchina” in un’esperienza visiva travolgente. Lederer non crea semplici decorazioni, ma visualizza il presente come un conglomerato spietato di stimoli, rappresentando l’evoluzione frenetica dei dispositivi digitali e dell’economia globale.
Attraverso grafiche cinetiche che richiamano l’estetica dei sistemi informativi e della produzione di massa, il video mostra una comunicazione che ha smarrito il suo senso originario per diventare un puro rumore di fondo accelerato. È l’istantanea di un mondo che corre sempre più veloce senza una direzione apparente. Lederer cattura l’essenza di una “prigione invisibile”: la bellezza che emerge è inquietante, frutto della perfezione geometrica di un sistema che ci contiene e, simultaneamente, ci consuma.
I Exist Inside This Machine è forse il capitolo più distopico e onesto dell’intero progetto. Mentre la musica di Cooper e Thapar ci fa percepire fisicamente il peso dei vincoli strutturali, Lederer ci mostra l’impossibilità di comprendere la totalità dell’apparato in cui abitiamo. L’opera solleva una domanda fondamentale: se siamo fatti di dati, biologia e sistemi economici, cosa resta di quel “di più” che sentiamo di essere? È un grido di autocoscienza lanciato dal cuore di un meccanismo perfetto.
VI. My Choices Are Not My Own: l’Io travolto dal rumore
Il titolo stesso, “Le mie scelte non sono le mie”, agisce come una confessione collettiva. La citazione della poetessa May Kaspar tocca un nervo scoperto della modernità: la sensazione che i nostri desideri, valori e decisioni siano costantemente “hackerati” da algoritmi, pressioni sociali e flussi informativi incessanti.
Il processo creativo di Max Cooper segue qui un’evoluzione quasi biologica, partendo da una cellula calma per arrivare a un organismo frenetico. Il brano, nato inizialmente come una composizione distesa e meditativa, subisce una metamorfosi con l’innesto della voce potente di Tawiah. La sua interpretazione, carica di anima e calore, spinge la musica verso ritmi spezzati e urgenti, tipici della Jungle: un genere che incarna per definizione la frammentazione e la velocità della vita urbana.
L’esperienza sonora si fa drammaturgica grazie a un uso sofisticato dello spazio acustico. Le parole di May Kaspar vengono sovrapposte e direzionate da ogni angolo, creando l’illusione di una “folla di narratori” che abita la nostra mente. L’ascoltatore non si limita ad ascoltare la musica, ma si ritrova immerso nel rumore bianco delle influenze contrastanti che modellano la nostra quotidianità.
Per tradurre visivamente questa raffica di stimoli, Cooper si affida a Donato Sansone, una delle voci più originali dell’animazione sperimentale. Sansone abbandona la perfezione del digitale per un approccio “sporco” e viscerale. Crea un quaderno di schizzi in continua evoluzione, dove disegni a mano, scarabocchi e lampi di introspezione si rincorrono freneticamente. È la rappresentazione plastica di un cervello che tenta di elaborare troppi input contemporaneamente.
Lo stile di Sansone fonde la matericità del tratto fisico con la velocità del montaggio contemporaneo, rispecchiando la dicotomia del brano: la cupa malinconia della voce umana contro la velocità spietata del sistema. Il video non cerca di mettere ordine, ma di dare forma alla confusione. Gli schizzi si trasformano in spettri grafici che infestano lo schermo, trasformando i pensieri anonimi in una tempesta visiva.
My Choices Are Not My Own è l’opera più ansiosa e, paradossalmente, più vitale dell’intero progetto. Mentre la musica ci avvolge in una spirale di urgenza, il video di Sansone ci mostra la fragilità del nostro “io” interiore, ridotto a un foglio di carta su cui il mondo continua a scrivere e cancellare. È un potente promemoria: in un mondo di scelte pre-impostate, la consapevolezza del proprio smarrimento è il primo passo verso la riconquista di sé.
VII. The Sun In A Box: l’infinito nel recinto
Il brano rappresenta un paradosso affascinante: il desiderio umano di dominare l’energia infinita (il Sole) racchiudendola in un limite finito (la scatola). È una metafora della nostra stessa esistenza: una scintilla immensa e immateriale intrappolata nei vincoli della carne e della logica.
In questa fase del progetto, Max Cooper abbandona le atmosfere distorte per abbracciare una sonorità “fluttuante e semplice”. Il brano è costruito come una lunga alba sonora: inizia con una techno lenta, quasi timida, che simula la luce mentre filtra dalle fessure. La struttura musicale è una lenta accumulazione di energia che culmina in un’apertura melodica totale, rappresentando il momento in cui la “scatola” viene idealmente rimossa e la luce invade lo spazio. È un esercizio di minimalismo che gioca sulla psicologia dell’attesa e del rilascio.
Il contributo di Andy Lomas trasforma il tema in un esperimento dove l’astrofisica incontra la biologia digitale. Lomas non si limita a “disegnare” il sole; lo fa emergere attraverso il codice puro.
Ispirandosi al comportamento di particolari colonie cellulari, Lomas ha codificato oltre 13 milioni di agenti digitali. Questi non si muovono casualmente, ma rispondono a segnali che essi stessi generano, creando un sistema di interazione estremamente complesso. Il video segue una narrazione evolutiva: particelle subatomiche che, sotto la pressione della gravità digitale, collassano dando vita alla prima stella. L’esplosione di luce che ne segue genera forme organiche pulsanti, a metà tra brillamenti solari e colonie di amebe.
L’opera di Lomas dimostra che le leggi della vita e quelle delle stelle sono guidate dagli stessi principi di auto-organizzazione. Utilizzare il movimento cellulare per rappresentare la nascita di un sole è un atto di sintesi scientifico-estetica: ci ricorda che siamo, letteralmente, “polvere di stelle”.
The Sun In A Box è il punto di contatto tra scienza computazionale e misticismo tecnologico. Mentre Cooper ci regala una musica che vibra di ottimismo, Lomas ci mostra la maestosità di milioni di particelle che danzano all’unisono. È una celebrazione della “complessità emergente”: la scatola non è un limite soffocante, ma il grembo necessario affinché il caos diventi luce. In questo capitolo, On Being ci suggerisce che contenere l’infinito è possibile, a patto di farlo attraverso il linguaggio congiunto dell’arte e della scienza.
VIII. True Under Certain Conditions: l’architettura della verità
Il brano scaturisce da una riflessione filosofica: la verità non è un valore assoluto, ma un fragile castello costruito su ipotesi e regole condivise. In un’epoca di “post-verità” e macerie informative, Max Cooper e Frederik Vanhoutte esplorano il rigore della logica non come una soluzione rassicurante, ma come un substrato instabile da cui emerge la complessità del reale.
In netta rottura con le melodie fluttuanti dei capitoli precedenti, questo brano è una dichiarazione di rigidità. Cooper utilizza la registrazione della parola “True” (Vero), frantumandola in migliaia di particelle sonore microscopiche. Questo processo riflette l’idea che la verità sia composta da frammenti discreti che solo occasionalmente, e sotto precise condizioni, si ricompongono in un significato coerente. La musica si muove come un meccanismo di verifica logica: un brano techno privo di concessioni melodiche, dove lo spostamento di un singolo elemento cambia radicalmente l’intera struttura ritmica, proprio come un errore in un’equazione altera il risultato finale.
Frederik Vanhoutte infonde nel progetto la sua doppia anima di fisico medico e artista generativo. Il suo contributo non è una semplice rappresentazione della logica, ma la logica stessa che si fa immagine.
Vanhoutte costruisce il video utilizzando il mattone fondamentale del codice digitale: lo stato binario di “vero” o “falso”. Nonostante la rigidità di queste regole matematiche, ciò che appare sullo schermo è un paesaggio mutevole che forma strutture simili a catene montuose, laghi o tessuti organici. È il paradosso della vita: regole semplici e rigorose che generano una complessità imprevedibile e apparentemente caotica. Le forme ruotano simultaneamente in direzioni opposte, sfidando la prospettiva e traducendo visivamente il concetto centrale: qualcosa può essere “vero” solo se guardato da un certo angolo, ma diventare paradossale in un contesto più ampio.
Il percorso artistico di Vanhoutte richiama suggestioni letterarie cyberpunk (come il “Boxmaker” di William Gibson): come un’intelligenza artificiale che crea arte dai detriti dello spazio, egli plasma l’arte generativa smontando e rimontando i pezzi della logica.
True Under Certain Conditions è l’opera più intellettuale di On Being. Rappresenta il tentativo di trovare una “bussola morale algoritmica” in un mondo saturo di dati. Se Cooper fornisce lo scheletro meccanico della verità, Vanhoutte ne mostra la carne digitale: un sistema dove il singolo elemento sembra insignificante, ma la cui presenza altera l’intero universo. È un’opera che cattura la sensazione di essere parte di un sistema complesso che non potremo mai percepire nella sua totalità, ma che contribuiamo a plasmare con ogni nostra piccola scelta.
IX. When I Sit Alone: il monumento al dolore
Il titolo di quest’opera riprende una delle confessioni più scarificanti del database: “Quando mi siedo da solo. Nei miei pensieri. Sono distrutto”. Se i capitoli precedenti esploravano la logica o la biologia, qui Max Cooper scava nell’abisso dell’angoscia esistenziale, trasformando un grido silenzioso in una tempesta sonora annichilente.
La collaborazione con Aho Ssan, artista celebre per l’uso scultoreo del rumore e delle stratificazioni digitali, sposta la composizione su un livello di intensità fisica quasi insostenibile. Cooper ha cercato deliberatamente un suono aggressivo, capace di “schiacciare” lo spettatore. Il brano culmina in una saturazione estrema delle basse frequenze, progettata per occupare l’intero spettro sonoro e annullare qualsiasi altra percezione. Non siamo di fronte a una musica per l’intrattenimento, ma a un dispositivo sonoro per la scarica emotiva. L’inserimento di suoni ambientali catturati in un mercato notturno taiwanese aggiunge una nota di alienazione urbana: il rumore del mondo che continua a scorrere mentre l’individuo resta paralizzato dai propri pensieri.
Simon Kounovsky, operando sotto lo pseudonimo di Axonbody, traduce questa distruzione interiore in un universo visivo 3D caratterizzato da una freddezza chirurgica e, al contempo, mistica.
Kounovsky edifica mondi dominati da tonalità blu profonde e oggetti metallici che fluttuano in spazi liminali. Il suo background cinematografico emerge nella costruzione di un’atmosfera che non è una semplice sequenza di immagini, ma un vero e proprio “film mentale”. Le sue sculture cibernetiche riflettono la luce in modo distorto, evocando la sensazione di un pensiero che si fa solido, pesante e tagliente. La rigidità del metallo contrasta con la fluidità del dolore, creando un’immagine potente della prigione mentale descritta nella citazione.
Il video di Axonbody non illustra la sofferenza in modo didascalico, ma la spazializza: la “distruzione” interiore diventa un paesaggio architettonico in cui perdersi. È una bellezza spettrale, dove il blu simboleggia tanto la malinconia quanto l’infinità del pensiero.
When I Sit Alone… rappresenta il vertice espressivo della sofferenza in On Being. La sinergia tra l’intensità di Aho Ssan e l’estetica metallica di Axonbody crea un’opera che è, simultaneamente, un monumento e un esorcismo. Max Cooper dimostra qui un coraggio curatoriale estremo, dando voce a un’emozione che la società tende a nascondere. Il brano non cerca di consolare, ma di validare il peso del dolore attraverso una bellezza monumentale e terrificante. È la prova che l’arte digitale può raggiungere vette di onestà brutale raramente toccate dalla musica elettronica convenzionale.
X. Isolated In My Mind: il glitch della distanza
Il decimo capitolo di On Being affronta una citazione che è il ritratto della solitudine iperconnessa: “Isolato nella mia mente, incapace di connettermi… un muro che non riesco ad abbattere”. Se il brano precedente era un urto fisico, qui Max Cooper esplora una sofferenza più rarefatta, legata all’impossibilità di comunicare in un mondo saturo di interfacce.
Musicalmente, il brano è costruito su una bellezza fragile e frammentata. Cooper utilizza suoni che sembrano “rompersi”, piccoli errori digitali che interrompono la melodia come interferenze su una linea telefonica disturbata. È la rappresentazione sonora di un malfunzionamento emotivo: la musica tenta di stabilire un contatto, ma viene costantemente frenata da una barriera invisibile.
Questa estetica dell’errore (il glitch) non è un vezzo tecnico, ma la metafora di un’umanità che fatica a ritrovarsi dietro lo schermo dei propri dispositivi.
Il sodalizio con l’artista giapponese Hiroki Okamoto traduce questa distanza in un’estetica visiva che fonde natura e astrazione digitale. Okamoto è un maestro nel manipolare la percezione: le sue immagini sembrano inizialmente paesaggi organici, per poi rivelarsi complesse architetture di dati che collassano su se stesse.
Nel video, forme che ricordano tessuti naturali o riflessi d’acqua vengono “corrotte” da algoritmi che ne distorcono la continuità. È la visualizzazione del muro citato nel database: una barriera fatta di codici e segnali che, pur essendo invisibile, impedisce la vera connessione. La fluidità delle immagini di Okamoto agisce come un miraggio; proprio quando lo spettatore crede di aver afferrato una forma familiare, questa si dissolve in una nuvola di pixel.
Isolated In My Mind è un’opera che parla del nostro tempo con una precisione spietata. Mentre la musica di Cooper ci culla in una malinconia sospesa, i visual di Okamoto ci mostrano la nostra immagine riflessa in uno specchio infranto. Non c’è un’esplosione finale, ma una persistente sensazione di incompiutezza. In questo brano, On Being ci ricorda che la tecnologia, nata per connetterci, può trasformarsi nel materiale stesso del nostro isolamento, a meno che non si impari a riconoscere la bellezza proprio in quelle crepe, in quegli errori che ci rendono ancora testardamente umani.
XI. My Mind Is Slipping: la vertigine dell’errore
La citazione “La mia mente sta scivolando” funge da innesco per un’esplorazione del collasso percettivo. In questo capitolo di On Being, la perdita di aderenza alla realtà non è vista solo come una fragilità individuale, ma come una condizione collettiva in un mondo dove le coordinate del reale sono diventate fluide e inaffidabili.
Max Cooper descrive il processo creativo di questo brano come “snervante”, riflettendo nella produzione stessa il senso di instabilità del tema. Musicalmente, il brano è costruito su accordi le cui note si spostano gradualmente l’una rispetto all’altra, creando un effetto di sfasamento ritmico che rivela lentamente nuove trame sonore. È la traduzione acustica di una mente che non riesce più a mettere a fuoco un centro fisso. L’uso di tecniche che ammorbidiscono il suono conferisce alla traccia una grana sbiadita, simile a un ricordo che si consuma o a un sogno che scivola lentamente verso l’incubo, avvolgendo l’ascoltatore in una sorta di vertigine fisica.
Jean-Baptiste Friquet, montatore esperto e profondo conoscitore della manipolazione digitale, utilizza la tecnica del datamoshing – ovvero la distruzione deliberata dei dati che compongono un video – per raccontare questa discesa.
Friquet non limita lo “scivolamento” alla mente del singolo, ma lo proietta su scala globale. Il glitch (l’errore digitale) si insinua nelle immagini come un tremore sotterraneo, un’infezione cromatica che dissolve i confini tra gli oggetti. Per l’artista, l’alterazione dei pixel non è un simbolo di fine, ma un catalizzatore di risveglio contro l’intorpidimento della routine quotidiana. Se la realtà è una ripetizione soporifera, l’errore digitale è ciò che ci scuote, invitandoci al dubbio e alla riflessione.
In quest’opera, l’errore tecnico viene elevato a scelta estetica pura: la realtà si trasforma in “irrealtà”, una bellezza imperfetta che ci ricorda che l’essere umani passa spesso attraverso l’accettazione della propria incoerenza.
My Mind Is Slipping è forse l’opera più destabilizzante dell’intero progetto. Mentre la musica di Cooper ci trascina in un labirinto di ritmi in costante mutamento, il video di Friquet ci mostra un mondo che si scioglie letteralmente davanti ai nostri occhi. È una celebrazione dell’errore come forma di resistenza: in un sistema che esige perfezione e coerenza assoluta, la “mente che scivola” e il “pixel che sanguina” diventano atti di autenticità. L’opera suggerisce che la rottura degli schemi preimposti possa essere, paradossalmente, l’unico modo per percepire nuovamente il battito della vita sotto la crosta della routine digitale.
XII. Mother Nature Must Have A Different Plan For Me: l’accettazione e il balsamo della vita
La citazione originale, “Desidero ardentemente un figlio. Madre Natura deve avere un piano diverso per me”, è forse il frammento più intimo dell’intero progetto. Max Cooper sceglie strategicamente di omettere la prima parte nel titolo per preservare il pudore di un dolore che trascende il genere, focalizzandosi sul rapporto dialettico tra la volontà individuale e il disegno imperscrutabile della natura.
A differenza di altri brani nati da complessi calcoli algoritmici, questa composizione scaturisce da un’epifania intuitiva. Durante una sessione in studio con il produttore Tom VR, il primo tocco sui tasti di un sintetizzatore ha generato il motivo portante. Cooper descrive questo momento come un “fulmine fortuito”: una risonanza emotiva immediata che non necessitava di filtri tecnici. La musica è mantenuta sottile e onesta, priva di sovrastrutture, con l’obiettivo di creare uno spazio di calma dove il dolore possa essere elaborato e, infine, lenito. È la celebrazione della “musica come medicina”, un tema caro alla fase più matura della carriera di Cooper.
L’artista armeno Hayk Zakoyan traduce questa tensione emotiva in un ecosistema visivo generativo che esplora i regni microscopici dell’esistenza.
Zakoyan non ha creato un video tradizionale, ma un sistema digitale che “coltiva” le immagini reagendo in tempo reale alle frequenze e alle trame sonore della musica. Il risultato è un legame indissolubile tra l’impulso uditivo e la forma visiva. Le immagini evocano strutture cellulari e reti fungine, rappresentando visivamente il “piano diverso” della Natura: quella bellezza complessa dei processi vitali che avvengono al di fuori del nostro controllo.
Attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, Zakoyan simula una crescita organica digitale. Le forme si evolvono costantemente, invitando lo spettatore a perdersi in esse per poi ritrovarsi, suggerendo che la fine di un desiderio personale possa coincidere con l’inizio di una comprensione più vasta delle leggi universali.
Mother Nature Must Have A Different Plan For Me rappresenta il momento di massima trascendenza di On Being. La collaborazione con Zakoyan trasforma una confessione di impotenza biologica in una celebrazione della vita invisibile. L’opera agisce come un balsamo: non offre risposte razionali alla sofferenza, ma propone una visione della Natura come un sistema armonioso di cui facciamo parte, anche quando i suoi sentieri non coincidono con i nostri desideri più profondi.
XIII. The Missing Piece: l’estetica dell’incompiuto
La citazione “Ho la sensazione che manchi qualcosa, ma non so cosa sia” riassume quel senso di nostalgia dell’assoluto che attraversa l’intera opera di Max Cooper. Dopo aver esplorato i territori della biologia, della logica e della tecnologia, l’artista approda a una domanda sospesa: un “pezzo mancante” che definisce la nostra umanità proprio attraverso la sua assenza.
Essendo l’ultimo brano composto per l’album, The Missing Piece si distingue per una nudità strutturale sorprendente. Cooper sceglie una sequenza di soli quattro accordi: una semplicità quasi pop che funge da sollievo dopo la densità sonora e la brutalità dei capitoli precedenti. È una scelta di umiltà creativa: di fronte all’ignoto e all’ineffabile, la musica si fa essenziale. Nonostante il titolo parli di una mancanza, la melodia trasmette una serenità malinconica, suggerendo che l’accettazione di questo vuoto sia, di per sé, una forma di risoluzione.
L’artista Justin M. Zielke, la cui carriera oscilla tra installazioni d’arte e progetti visivi di alto profilo, traduce questo concetto attraverso una tecnica tattile e arcaica: la scultura animata in stop-motion.
Zielke crea opere che mutano fisicamente nel tempo. Vediamo volti e corpi scultorei che si fratturano, si sgretolano e poi tentano faticosamente di ricomporsi. La materia fisica diventa così una metafora della psiche: fragile, soggetta alla perdita, ma dotata di una resilienza intrinseca. L’animazione “a passo uno” conferisce al video una cadenza umana e artigianale che si sposa perfettamente con la natura essenziale della musica. La frammentazione della scultura rispecchia la natura effimera dell’esistenza, ma il movimento di ricomposizione offre un messaggio finale di speranza e rinnovamento.
Se i capitoli precedenti di On Being erano dominati dal codice e dal pixel, The Missing Piece riporta l’attenzione sulla materia grezza. Zielke ci ricorda che siamo fatti di terra e di tempo, e che le nostre ferite — i nostri pezzi mancanti — sono proprio ciò che permette alla luce della speranza di filtrare.
L’opera rappresenta l’epilogo perfetto per un’indagine così vasta. Max Cooper non cerca di dare una risposta definitiva al database dei pensieri umani, ma conclude con un abbraccio alla nostra vulnerabilità. La collaborazione con Zielke trasforma un concetto astratto in un’esperienza fisica toccante, suggerendo che l’essere umano non sia un database da completare, ma un’opera in perenne divenire, definita tanto da ciò che possiede quanto da ciò che ha perduto.

XIV. L’Etica del Vuoto: sta a te decidere cosa fare nel vuoto
Mentre la maggior parte delle citazioni di On Being esplora i vincoli – la macchina, la biologia, il dolore – l’ultimo frammento introduce un elemento di ribellione propositiva: “Sta a te decidere cosa fare nel vuoto”. Qui il “vuoto” non è più inteso come un’assenza nichilista, ma come uno spazio bianco, una tabula rasa dove l’essere umano è chiamato a esercitare la propria volontà e creatività.
In coerenza con questo messaggio di libertà, Max Cooper sceglie di abbandonare il rigore algoritmico per abbracciare l’imprevedibilità del momento. Il brano è il risultato di una pura improvvisazione dal vivo: non esiste una struttura pre-ordinata, né una manipolazione matematica. La musica nasce direttamente dal dialogo estemporaneo tra l’artista e i suoi strumenti, lasciando che l’emozione del vuoto si traduca in suono in tempo reale, senza filtri o correzioni.
Il fatto che questo brano esista esclusivamente nella versione in triplo vinile e non sia disponibile sulle piattaforme digitali è una scelta politica e materica. Cooper sottrae questa riflessione al flusso infinito del web e degli algoritmi di streaming, restituendola a un oggetto fisico che richiede un rituale d’ascolto: il contatto con il solco, il posizionamento della puntina, il tempo dedicato. È un invito esplicito a occupare il proprio “vuoto” temporale con un’azione fisica e consapevole.
Questa traccia funge da ponte tra l’analisi estetica e l’esistenza vissuta. Se tutto l’album è stato un viaggio attraverso le esperienze spesso subite dall’umanità, quest’ultima esortazione è un ritorno all’agenzia individuale. Cooper suggerisce che, una volta compresi i meccanismi della natura e della tecnologia, resta uno spazio interiore che appartiene solo a noi.
It’s Up To You, What You Do In The Void chiude On Being non con una risposta definitiva, ma con un’opportunità. È il momento in cui il “curatore di visioni” si fa da parte per lasciare che sia l’ascoltatore a decidere come riempire il silenzio. La scelta del vinile come unico custode di questo messaggio sottolinea la sacralità del gesto individuale rispetto alla massa dei dati. È la chiusura perfetta di un’opera monumentale: dopo aver mappato l’universo e i suoi limiti, Cooper ci riconsegna le chiavi della nostra stanza vuota, invitandoci a diventarne gli architetti.

L’Individuo Ritrovato tra i Pixel
Attraverso la monumentale architettura di On Being, Max Cooper non si è limitato a curare una collezione di opere multimediali; ha messo in scena il dramma della condizione umana nell’era della saturazione informativa. Se il punto di partenza è stato un database di confessioni anonime – un ammasso informe di angosce e desideri – il punto di arrivo è una riscoperta dell’unità dell’individuo.
In questo senso, il richiamo a Carl Gustav Jung non appare come una forzatura intellettuale, ma come una necessità interpretativa. Jung vedeva nell’”individuazione” il processo attraverso cui l’uomo integra le diverse parti di sé per diventare un tutto armonico. Cooper, agendo come un alchimista contemporaneo, utilizza la tecnologia per compiere un’operazione simile: prende il “piombo” dell’alienazione digitale e lo trasforma nell’”oro” di un’esperienza estetica condivisa. Ogni brano dell’album è una tappa di questo processo di integrazione, dove il dolore, la logica, la biologia e la macchina cessano di essere forze nemiche per diventare componenti di un’unica, complessa identità.
L’opera di Cooper si pone come un argine all’ansia esistenziale che domina il nostro tempo. In un’epoca che ci vorrebbe ridotti a semplici consumatori di algoritmi o particelle passive di un sistema economico spietato, On Being riafferma il primato della sensibilità. La visione umanistica che emerge è quella di un uomo che, pur abitando “dentro la macchina”, non smette di cercare il sacro nel quotidiano, la bellezza nell’errore e il senso nel vuoto.
In ultima analisi, il messaggio di Cooper è un invito alla presenza consapevole. Non siamo chiamati a fuggire dalla tecnologia, ma a dominarne il linguaggio per raccontare la nostra verità più profonda. On Being ci consegna una bussola per navigare la complessità senza smarrirci: ci ricorda che, dietro ogni stringa di codice e ogni glitch digitale, batte ancora il cuore di un’umanità che desidera, soffre e, sopra ogni cosa, cerca di essere.
L’alchimia è compiuta: la Pietra Filosofale non è un oggetto da possedere, ma la capacità di riconoscere noi stessi in quella sottile linea d’ombra dove la scienza finisce e l’arte comincia.
Ennio Bianco
Riferimenti e contatti:
Max Cooper official website | YouTube | Linktree
Immagine in evidenza:
screenshot da “My Mind Is Slipping” – Max Cooper & Jean-Baptiste Friquet
Copyright
© Max Cooper e rispettivi autori
Note
- Elenco delle opere commissionate da Max Cooper: https://www.youtube.com/playlist?list=PL33DAD3161E367E6E