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“Impossibile non smarrirsi”: Vasco Bendini in mostra alla Galleria Nazionale

di Paola Milicia.

"Impossibile non smarrirsi": Vasco Bendini in mostra alla Galleria Nazionale

Nell’anno del centenario della sua nascita, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dedica la monografia “Vasco Bendini. Ombre prime” al pittore bolognese, allievo di Giorgio Morandi e Virgilio Guidi, uno dei massimi esponenti dell’informale italiano. È un allestimento che va dagli anni Cinquanta al Duemila e che getta uno sguardo sulla vocazione sperimentale e sulla ricerca tecnica di nuove espressioni che l’artista ha da sempre coltivato.

Non prime ombre ma Ombre prime, per evocare un’ideale anteriorità, il senso di una primitività inscrutabile che appartiene alle origini del mondo e della vita, uno stato di incoscienza che risale ai tempi più remoti: un titolo che sposa l’origine istintuale e misteriosa della concezione artistica di Bendini, incentrata sulla invocazione di un cammino a ritroso che sembra prediligere il dubbio alla certezza, l’immateriale alla concretezza, il mistero alla rivelazione. Senza dimenticare che nella psicologia junghiana, l’ombra è un aspetto inconscio della personalità che l’ego cosciente non riconosce in sé stesso, e che forse ha smarrito.

Permeate di sfinimento e fugacità, di addio e speranza, di utopico pacifismo che lo proietta in un mondo onirico per naturale inclinazione, le visioni di Bendini incarnano il dualismo ascetico e taoista che espone l’universo e la natura dell’essere umano verso e contro ogni cosa che non appartenga anche alla propria sostanza. Come lo yin e lo yang, la sua gestualità artistica si appella a un senso di armonia, equilibrio, interazione tra due energie in cui far convergere i significati di principio e di fine, di disperazione e speranza, di oblio e quiete, poiché l’opposto convive dentro la medesima esperienza di rigenerazione e di distruzione umana.

Bendini è un uomo del suo tempo, è figlio di un susseguirsi di guerre e capovolgimenti di forze e ideologie che lo hanno spinto verso la formulazione di un’idea astratta, contemplativa, e rarefatta dell’arte. È il tempo di una nuova astrazione meditativa che non intende formulare ragioni risolutive mediante procedimenti cerebrali e razionalizzanti, piuttosto, di lasciare uno sguardo costantemente aperto sul mondo del non finito, del sogno, del desiderio, dell’anelito, dell’inconscio.

Scriverà: “Il 1922 è il mio anno di nascita. Avevo diciassette anni quando è iniziata la Seconda guerra mondiale e ne avevo ventitré quando, il 6 agosto, un bombardiere americano sganciava la prima bomba atomica su Hiroshima. Dal ’49 al ’55 abbiamo subito gli effetti negativi della “guerra fredda”: la pace era affidata a bombe nucleari trasportate da aerei speciali o assegnata a missili intercontinentali installati su sottomarini a propulsione nucleare. Sui giornali si leggeva che sarebbero stati sufficienti dieci minuti di attesa per il lancio della nuova bomba H e nel ’66 i tempi per la distruzione dell’umanità si ridussero a quei due minuti che divennero il titolo di una mia opera, realizzata il 24 marzo 1966. Nel 1956 carri armati russi invasero l’Ungheria e nel ’68 la Cecoslovacchia. In particolare, nel 1968, mi colpì l’uscita, a Praga, del Manifesto delle Duemila Parole, voluto da numerosi intellettuali ansiosi di realizzare un vero processo di liberalizzazione a cui idealmente aderii con l’esecuzione di una mia opera intitolata appunto Duemila parole. Avevo cinquantun anni quando scoppiò il caso Allende, che fu ammazzato mentre difendeva con le armi in pugno la libertà del popolo cileno, sacrificata agli interessi degli USA, e nacque nel 1973 Un giaciglio per Allende. E poi c’è stata la lunga e tragica guerra del Vietnam, seguita nel 1979 dall’aggressione sovietica all’Afghanistan, per non parlare del conflitto arabo-israeliano, dell’11 settembre 2001 e della guerra in Iraq. Non dimentico neanche l’ultima, drammatica e disumana risoluzione di erigere sul nostro pianeta oltre quindicimila chilometri di barriere di separazione tra i popoli. Questi i fatti. Impossibile non smarrirsi. In questi frangenti nascono i miei neri: canti della notte, matrice di speranza. E sorgono i miei bianchi, naturali immagini di attesa.”

Nascono: Testa (della serie “Gesto e materia”, 1958-1962), Alchimia dell’immagine (1980), “Segni come sogni” (1989), “Ipotesi d’attesa” (1990), la serie “Inquieti silenzi” (1991), “Malia dell’enigma” (2007), la serie “Immagine accolta” (2011): un’immersione nel rarefatto e inconsistente in cui le figure si dissolvono per imprimere un intento introspettivo e meditativo della visione, uno stato di ancestrale e incurabile solitudine.

Rimane la sensazione di una mostra poco raccontata: un’iniziativa stand-alone che se inserita in un progetto narrativamente più strutturato, avrebbe reso omaggio alla voce di un passato sempre attuale in cui far vivere la speranza di una nuova era, più sognata e incantata.
Paola Milicia

fino a domenica 19 Giugno 2022
Vasco Bendini. Ombre prime
GALLERIA NAZIONALE D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
Viale delle Belle Arti, 131, 00196 Roma
06 322981; lagallerianazionale.com