di Mariateresa Zagone.

Sarà che nella Tuscia, terra in cui Sicioldr è nato, si trova una delle fantasmagorie più incredibili della mente umana divenuta pietra (parlo del Sacro Bosco di Bomarzo), sarà che il suo spirito meditativo singolare lo avvicina all’humus stesso che sottende l’immagine o che il suo studio instancabile da “bravo scolaretto” della storia dell’arte tutta lo abbia indirizzato verso l’Arte fatta in primis di tecnica, così tanto vituperata dall’esaltazione della libertà creativa priva di sostanza che attraversa il nostro tristissimo tempo, ma guardare alla pittura di Alessandro con occhi consapevoli allarga davvero il cuore e la mente.
Ogni sua tela è una risemantizzazione profondissima di ciò che i nostri occhi hanno immagazzinato entrando nelle chiese gotiche o romaniche o girando per musei, una summa del visivo che attraversa Bruges e Fontainbleau, Firenze, Parigi, Barcelona Bruxelles e con la quale liberamente da forma al suo personalissimo immaginario.
Le tele rappresentano infatti, tutte, le sue immagini interiori, il suo inconscio: figure misteriose e ieratiche, immerse in una dimensione onirica, riempiono solennemente un “altrove” indefinito. Le visioni sgorgano dall’interno durante la notte e si tramutano in pittura durante il giorno, diventando così tangibili. Il mondo in cui veniamo risucchiati osservando i suoi dipinti è privo della declinazione del tempo, senza “fiato e moto”, ricco di allegorie e di enigmi. Visioni stranianti eppure perfette – o forse stranianti, anche, perché perfette – che sono la rappresentazione dei profondi strati dell’anima dell’artista, degli abissi della sua mente, e che invitano l’osservatore ad una sorta di autoanalisi, ad un’indagine non solo dell’opera e dei suoi significati nascosti, ma anche delle proprie insicurezze e delle proprie paure. Come per il pennello abilissimo e la mente sopraffina di Redon o di Moreau la pittura diviene il mezzo indispensabile per raccontare e offrire all’osservatore visioni altrimenti indescrivibili.

L’intervista
[Mariateresa Zagone]: Chi è Alessandro Sicioldr e da dove deriva questo soprannome?

[Alessandro Sicioldr]: Innanzitutto, grazie per questa intervista, è sempre un piacere poter approfondire. Sicioldr, più che un soprannome, direi che sia (per dirla alla Pessoa) il nome di un mio eteronimo, una figura vicaria che si prende la responsabilità di raccontare un panorama immaginario presente in me sin dalla nascita e che ha trovato nella pittura e nel disegno uno sbocco privilegiato. Sono sempre rimasto affascinato dal potere dei nomi e delle parole, e di quanto cambiando un nome si cambi un’essenza e si crei una nuova personalità.
Quando hai cominciato a dipingere e quando hai deciso che la tua professione sarebbe stata l’artista?
In verità non l’ho deciso, direi piuttosto che è accaduto, inizialmente infatti pensavo che sarei diventato un informatico, e mi sono anche preso una laurea triennale. Un insieme di fortunate coincidenze, unite a un impegno ossessivo e a una passione bruciante ha fatto sì che io mi ritrovassi a svolgere il mestiere del pittore a tempo pieno. Ho iniziato a dipingere piuttosto tardi, avevo infatti 23 anni, ma disegnavo già da tempo e avevo già delineato la natura del mio tipo di espressività. La tecnica della pittura ad olio mi ha permesso di dare un volume e una spazialità alle mie figure, molto di più rispetto al disegno e mi ha facilitato la costruzione di mondi immaginari.
Qual è il tuo rapporto con la Storia dell’Arte in generale e quali periodi di essa senti vicini al tuo linguaggio?
Per me la storia dell’arte è una presenza costante, una fonte inesauribile da cui attingere. Non mi sono mai preoccupato del trascorrere del tempo, vivo tutto da contemporaneo. Sarebbe impossibile riuscire a percepire le immagini medievali, ad esempio, con gli occhi di un osservatore dell’epoca. Il nostro sguardo contemporaneo è inevitabilmente presente, anche quando ci troviamo di fronte a un’icona. Per questo motivo mi sento libero di far vivere in me qualsiasi immagine e affrontarla senza la paura del peso storico. Forse è un approccio superficiale, ma penso che sia uno dei lati positivi del postmoderno. Abbiamo tolto la patina di intoccabilità dal passato e ora siamo liberi di tornare a costruire una relazione con la tradizione senza cieca adulazione.
Entrare in un museo significa immergersi in un mondo di immagini vive e attuali; questa è sempre stata la mia visione, sicuramente una visione da artista, diversa da quella di uno storico o di un critico d’arte, i cui compiti sono naturalmente differenti. Carpaccio, per uno storico, ha creato importanti opere, documenti del suo tempo, con iconografie precise da decifrare e collocare in un contesto definito. È un lavoro essenziale, ma non spetta all’artista. Per un artista, invece, magari Carpaccio ha creato un sogno, ha dato vita alle città invisibili, creando un microcosmo in cui perdersi. Ebbene, deve quindi un artista preoccuparsi della contemporaneità? Chi la decide poi questa contemporaneità se non strutture di potere che delineano la moda del momento? Per me questo è un problema non esistente. Solo in questa contemporaneità abbiamo accesso a un così grande ed eterogeneo bacino di immagini, e la pittura si è liberata da ogni dovere. In questo contesto si può anche costruire un linguaggio che abbia una qualche relazione con la tradizione.
La pittura è una pratica che coinvolge forme, colori, volumi e spazi. Quando ci si trova davanti a un’opera, questa prende vita negli occhi dell’osservatore, tornando a vivere nel presente. Per questo motivo, ho sempre fatto uso di strumenti sia antichi che moderni, traendo ispirazione da essi per esprimere ciò che avevo in mente o nel cuore.
Ci sono letture che ti hanno particolarmente ispirato?
Direi molte, in particolare sono sempre rimasto affascinato da tutte le forme espressive che contengono un nucleo di profonda e incontrollata immaginazione. Ogni volta che un autore riesce a trasmettere un contenuto intriso di ineffabile mistero, ne sono profondamente colpito. Ho anche una predilezione per chi utilizza un linguaggio efficace e sapiente. Più di tutti ammiro chi sa creare grandi icone, opere che si possono leggere su un’infinità di piani diversi, con anche una certa ironia, come ha fatto Cervantes ad esempio. Tra le mie letture preferite ci sono Tommaso Landolfi, Giorgio Manganelli, Antonio Moresco, Italo Calvino, Dino Buzzati, Jorge Luis Borges e molti altri. La letteratura è sempre una fonte di grande gioia per me.



E film?
Per quanto riguarda i film, credo di essere piuttosto limitato, non ho una grande cultura a riguardo e in generale penso che nei film si tenda a dire un po’ troppo. Tendo a privilegiare le opere di registi come David Lynch, Andrej Tarkovskij e Federico Fellini, e di tutti coloro che hanno saputo dare spazio al mistero, infondendo nelle loro opere un forte e autentico anelito spirituale.
Un classico che ho visto in questi giorni e mi ha sconvolto è il Moby Dick con Gregory Peck nei panni di Achab. Un film contemporaneo che ho apprezzato molto è “La Chimera” di Alice Rohrwacher.
Chi sono i personaggi protagonisti delle tue opere?
Non ne sono certo, ma ciò che ho notato è che si tratta forse di attori, protagonisti di un teatro immaginario dell’assurdo, una messa in scena patafisica. Sono completamente distaccati da ogni tempo e da ogni spazio conosciuti, parlano una lingua che riesco a comprendere senza capirne realmente una parola. I loro sguardi sono terribilmente seri, ma in fondo ho l’impressione che il loro sia un gioco. La realtà è un grande carnevale.
Il tema centrale elle loro danze e dei loro movimenti è sempre tendente al sacro, ma si tratta di un sacro emotivo, completamente distaccato da ogni credenza sovrannaturale o prescrizione comportamentale ed etica. Il loro è un dialogo con l’assurdo e il mistero. Non hanno genere sessuale né appartengono a una etnia specifica; forse rappresentano ciò che io concepisco come umanità in senso stretto, figure di anima, fuori dal tempo e dallo spazio.


La parola fantasia ha origini greche e significa “immagine interiore”, in qualche modo la fantasia è quindi la materializzazione di quegli archetipi junghiani, personali e collettivi, che sostanziano il nostro io più profondo ed è la sostanza fondamentale delle tue opere. Ce ne parleresti?
Ho amato molto la visione di Jung e ho letto alcuni suoi libri. Non posso affermare se le sue teorie siano scientificamente accurate in senso stretto, ma ho notato che, da artista, applicare la sua filosofia e la sua concezione è estremamente efficace. Non conosco il valore clinico delle sue idee (suppongo ci sia ma non sono qualificato per esprimermi a riguardo), ma so che per un artista quel tipo di visione del mondo è fondamentale e fornisce una chiave di lettura senza precedenti del fenomeno della fantasia e dell’immaginazione. Quando si chiudono gli occhi e si lascia scorrere il flusso inarrestabile delle immagini interiori, ci si trova davanti a scene e entità che, in certi casi, trasportano un carico emozionale così forte da costituire delle evidenze già di per sé. Scoprire poi che le stesse figure, magari cambiate un po’ nella forma, sono apparse altre volte nel corso della storia dell’uomo attraverso miti, fiabe e leggende è un fatto che genera un’emozione indescrivibile fino a quando non lo si sperimenta personalmente. È così che sono nate e si sono trasmesse le grandi storie del mondo e ogni artista, di qualsiasi livello o abilità, partecipa di questa evocazione mitica.
Credo che uno dei motivi principali per cui certe opere siano così efficaci risieda proprio in questo carico poetico intrinseco. È difficile spiegare perché percepiamo certe sensazioni, ma è evidente che le percepiamo. Il mistero ci affascina non perché abbiamo un avido bisogno di svelarlo, ma perché contiene in sé il germe della bellezza, e contemplarlo da nutrimento all’anima. Non c’è veramente un motivo per cui dire certe cose, si fa perché è bello. Chi dice e fa altrimenti rischia di mettersi su una cattedra, diventa un censore, un didascalico.


Il tuo linguaggio trova la strada in una lenticolarità e in una pulizia tecnica che sembrano dare una sistematizzazione razionale ad un mondo interiore altrimenti regno del caos. E’ così?
Credo che nella nostra contemporaneità ci sia stato un rifiuto collettivo radicale per l’esattezza del linguaggio, per la competenza e la difficoltà esecutiva. Abbiamo visto queste abilità come un freno per la creatività. Nella mia limitata esperienza, invece, ho notato il contrario: una mancata conoscenza tecnica porta inevitabilmente alla stereotipia e alla ripetizione sterile di formule comode.
I grandi compositori e artisti della storia avevano a disposizione un linguaggio che permetteva loro di esprimersi al massimo delle loro potenzialità. Il linguaggio è ciò che permette il movimento del pensiero. Una persona che possiede un ampio vocabolario di termini ed espressioni può essere più esatta e precisa nel suo linguaggio; perché nella pittura dovrebbe essere diverso? Per questo motivo studio diligentemente come uno scolaretto le composizioni e i lavori degli antichi maestri del passato.
Certo, le necessità espressive, i temi e i soggetti sono cambiati, ma loro hanno dimostrato che la pittura è un’arte elevata che va rispettata e conosciuta. E non parlo solo di maestri occidentali, in qualsiasi cultura ed etnia ci sono stati grandi maestri. Nella calligrafia orientale di alcune scuole zen l’esecuzione perfetta dei tratti era la conseguenza di uno stato mentale prossimo alla vacuità.
La minuzia pittorica mi serve per dare corpo a sensazioni altrimenti ineffabili e troppo vaghe. Ho bisogno di una pittura che parli un linguaggio semplice e leggibile e che abbia una ricchezza tattile, perché le immagini che sento e che cerco di trasmettere sono sempre un po’ ambigue e complesse, tanto che sarebbe inutile esprimerle con un linguaggio troppo ambiguo e indecifrabile.

Da qui, mi sembra, derivino le ambientazioni architettoniche perfettamente rispondenti alla prospettiva centrale, quindi razionalmente misurabili in cui, ierarticamente, campeggia il silenzio di figure arcaiche o di “mostri” dai tre occhi o dal numero imprecisato di arti che tanto ricordano Bosh, il più visionario fra tutti gli artisti di ogni tempo. Ce ne parli?
“Chi desidera capire un poeta, deve andare nel paese di quel poeta” diceva Goethe. Io non sono certo un poeta, ma in questa frase riconosco alcune impressioni che mi hanno riferito persone venute a trovarmi nella Tuscia. Le ambientazioni di questo luogo corrispondono al mio paesaggio interiore e al modo in cui immagino l’accesso a un regno sacro e misterioso.
Così come i sogni scaturiscono da bisogni interiori ma assumono le sembianze di persone note e luoghi familiari, utilizzando ciò che conosciamo come palcoscenico, allo stesso modo nella pittura mi capita di creare ambientazioni che, indirettamente, riflettono le atmosfere del luogo in cui vivo.
Credo che il paragone con Bosch derivi dall’unione di elementi surreali con scelte estetiche che rimandano agli antichi maestri. La pittura medievale, da cui Bosch traeva ispirazione, era colma di figure provenienti dai meandri più oscuri dell’immaginazione. Un testo fondamentale negli anni della mia formazione è stato “Il medioevo fantastico” di Baltrušaitis.
In tutto ciò, invece, sembra rimanere un po’ indietro il rapporto con la natura, come se non fosse del tutto risolto.
Il mio rapporto con la natura direi che è notevolmente migliorato, ho iniziato a inserire sempre più elementi del mio paesaggio, alberi, rocce, piante. E i cieli spesso sono l’elemento sui quali lavoro di più, perché trasmettono esattamente il mio stato emotivo. Da bambino fissavo a lungo il cielo e mi ritrovo tuttora a farlo nei momenti di profonda malinconia e riflessione.



Alcune iconografie, alcune immagini sembrano prodotte da uno stato alterato di coscienza che, per farsi opera, deve passare da una fattualità materica di gesti tecnici che abbisogna necessariamente di un appello perentorio all’aspetto razionale. Una sorta di aggiornamento personalissimo del metodo paranoico-critico di Salvador Dalì. Qual è la tua interpretazione?
Gombrich si interrogò su questo problema nel suo saggio sul manico di scopa, un testo che ho letto di recente e che mi ha profondamente colpito. L’artista guarda dentro di sé un’immagine e utilizza la pittura per rappresentarla: si chiede se vede un modello già definito all’interno di sé o se l’immagine si genera durante l’atto stesso della creazione. Con il passare del tempo, mi rendo conto che la seconda visione è quella che più rispecchia la mia realtà.
La pittura mi offre un insieme di strumenti e elementi che, come un bambino con i suoi giocattoli, compongo per raccontare una storia. Che questa storia sia coerente nella sua narrativa, abbia una morale o una struttura tradizionale, o semplicemente si mantenga nell’ambiguità, è un discorso a parte. Tuttavia, mi accorgo che le immagini prendono vita nel momento stesso in cui dipingo o disegno. Non sono una fotografia di uno stato già esistente, ma piuttosto una configurazione interiore emotiva, invisibile e inesplicabile, che si manifesta parlando attraverso gli elementi. Questo è fondamentale: quando si inventa dipingendo si sta giocando. È la sensazione di libertà più pura che si possa provare.
Probabilmente anche i sogni funzionano così, prendendo elementi dalla realtà e combinandoli per comunicare qualcosa o esprimere un’emozione. Le nostre emozioni spesso possono essere espresse solo attraverso il linguaggio delle immagini, una messa in scena che descrive l’indescrivibile fatto della loro percezione soggettiva.
Lo stato alterato di coscienza, come nel sogno, può essere raggiunto in molteplici modi; non sempre sono necessarie droghe o lunghe meditazioni, a volte basta una disposizione interiore e un atteggiamento contemplativo.
Cosa consiglieresti ad un ragazzo che abbia intrapreso gli studi accademici per diventare un pittore? Quali dovrebbero essere le sue “mosse”, secondo te?
Onestamente, non ne ho idea; non sono nemmeno sicuro di riuscirci completamente. L’unico rischio potrebbe essere quello di sacrificare la propria gioia personale per seguire modelli di successo imposti da alcuni professori che pensano di detenere la verità assoluta, ma che spesso portano a risultati vuoti e superficiali. Sono banalità quelle che dico, ma in fondo a volte non è necessario complicare troppo le cose. L’espressione per immagini è una cosa che ci viene quasi spontaneamente da bambini, è un atto semplicissimo e profondissimo al tempo stesso, bisogna difendere il proprio giardino interiore senza farlo distruggere da atteggiamenti aggressivi.
Un’ultima domanda. Vizi e virtù del sistema dell’arte in Italia.
Come ogni sistema di potere ci sono lati positivi e lati negativi, sicuramente in tutti i sistemi di potere i rapporti personali e le conoscenze contano più di ogni qualità. Ma sono convinto che oggi sia più facile crearsi un proprio pubblico e costruire il proprio personale sistema dell’arte, non è necessario che ci sia un unico ente decisionale centralizzato. Questa libertà è frutto della tecnologia che ci permette di condividere liberamente le nostre opere e poter fruire quelle degli altri artisti. Il problema è che questi mezzi vengono forniti esclusivamente da aziende private senza scrupoli che spesso non hanno come interesse l’elevazione culturale dei propri utenti bensì il creare una schiera di zombie dipendenti dagli stimoli immediati e sottoposti a tonnellate martellanti di pubblicità spesso di immondizia inutile.
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