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La tossicità dello sguardo maschile nelle opere di Romina Bassu

di Mariateresa Zagone.

La tossicità dello sguardo maschile nelle opere di Romina Bassu

Romina Bassu restituisce sulla tela figure di donna statiche in cui domina una palette nordica dai toni freddi e cinerini. Sono donne che si sdoppiano in atteggiamenti speculari, alter ego frammentati contro sfondi neutri su cui proiettano ombre decise. Abitano ambienti spogli, in cui si trova solo qualche sedia che serve come “oggetto di scena” a giustificare posture atte ad epifanizzanizzare una denuncia urlata senza proferire parola. Qualcuna misura la circonferenza aggrappandosi al punto vita dell’altra, un’altra tiene la sigaretta in bocca alla sosia, altre due, come imbambolate, tentano, con gesti pausati e meccanici, di infilare lo stesso cappotto.

La Bassu mette in atto un’autostereotipizzazione, effetto ultimo, e tragico, di un male gaze molto più radicato di quanto si possa immaginare, che implica una serie di comportamenti, pensieri, persino desideri che un essere umano deve avere in quanto femmina. Le protagoniste della sua più recente ricerca interiorizzano queste idee sessiste manifestandole in comportamenti giudicanti verso altre donne o in atti di autosottomissione. Romina Bassu suggerisce un concetto analogo, sul piano simbolico, a quello del Panopticon (titolo della sua ultima personale) “rievocando l’idea di auto-sorveglianza; il controllo oppressivo dello sguardo maschile, cioè, si arricchisce di un aspetto subdolo e condizionante con un’inevitabile interiorizzazione da parte della donna e una conseguente frattura dell’io femminile: la donna arriva a considerare nella percezione del proprio sé sia un sorvegliante che un sorvegliato e applica una inconsapevole auto-censura. È il male gaze normalizzato che emerge come una sorta di alter ego interno che ci fa apprezzare e disprezzare, non in base al nostro gusto o sentire autentico, ma come risultato della summa di quell’immaginario femminile che ci è stato propinato negli anni” (Manrica Rotili).

Romina Bassu persegue una ricerca sul femminile che era partita dalla rappresentazione della nevrosi come effetto del pensiero dominante maschile, erano vite e volti (sfigurati da pennellate che ne criptavano l’identità) costantemente sacrificati all’immaginario cui corrispondere. Le sue tele sono state abitate dall’ironia di accostamenti surreali, da mani con dita tumefatte che mettevano fili nella cruna dell’ago, unghie laccate che diventavano metamorfosi hitchcockiane di serici guanti “da opera”, sigarette fra le dita dei piedi, donne che sbagliavano il trucco impasticciandosi il viso o che diventavano eccessivamente euforiche e assumevano pose forzate e proibite (una delle protagoniste, seduta a gambe aperte, si guarda il sesso riflesso in uno specchio da toeletta). Stereotipi che come specchi deformavano la realtà creando immagini ambigue che successivamente, in uno scavo psichico profondo, realizzato attraverso la pittura, la Bassu ha reinventato in archetipi, simboli per riflettere sulla radice dell’identità femminile.

L’intervista

[Mariateresa Zagone]: Chi è Romina Bassu?

Romina Bassu – ph. Camilla Postiglione

[Romina Bassu]: Sono nata a Roma, città in cui vivo e lavoro. Dopo l’Accademia ho viaggiato principalmente in Europa, vivendo per un lungo periodo a Siviglia e poi a Berlino; sono state tappe importanti che hanno influenzato fortemente il mio percorso.
Negli anni di formazione il cinema ha rappresentato la maggiore fonte di ispirazione. Guardando i grandi classici in bianco e nero è cominciata la mia fascinazione per gli anni Cinquanta e Sessanta. Le foto di archivio sono state a lungo il punto di partenza del mio processo creativo, facendo della memoria collettiva il mio campo di indagine: memoria intesa sia come bagaglio identitario che come immaginario corale e omologante.
L’interesse per il passato mi ha abituata a stare in continua relazione con generazioni precedenti alla mia, tessendo una connessione tra il mio vissuto e quello di donne di epoche diverse. L’analisi storica dell’identità femminile ha evidenziato tutti gli stereotipi di genere che inquinano ancora oggi la quotidianità delle donne e di tutte quelle minoranze che non rientrano nello schema patriarcale.

Quando nasce il tuo amore per la pittura?

Ho dimostrato interesse per il disegno e per la pittura sin dalla prima infanzia, la mia attitudine per queste pratiche era lampante. Nei momenti in cui disegnavo mi estraniavo dalla realtà ed era una condizione in cui amavo stare.

Il cuore di ogni tuo dipinto è la figura femminile. Chi sono le donne che abitano le tue tele?

In passato sono state rielaborazioni di pin-up, protagoniste di foto di famiglia, modelle di pubblicità o attrici dei film del boom del secondo dopoguerra; erano anni in cui le donne rappresentavano uno stereotipo vuoto, in cui riversare e nascondere le nevrosi di una società dominata dagli uomini: le donne si sentivano in dovere di esprimere rassicurazione, accoglienza materna ma anche il giusto grado di seduzione; uno sforzo insostenibile che le conduceva alla “rottura” interiore tradotta nelle opere con dettagli dissonanti, sorrisi esagerati, espressioni vacue, assenti.
Progressivamente i miei quadri si sono trasformati in un teatro psichico che racconta l’inquietudine di non riconoscersi in determinati ruoli sociali.
Oggi, nel mio ultimo progetto espositivo Panopticon le donne che ho immaginato si sono evolute fino ad essere delle figure femminili senza tempo e senza spazio. Incarnano un’immagine più intima della sfera emotiva, dove il male gaze si è ormai fuso con la coscienza personale e si manifesta in un doppio interiore che è parte integrante dell’identità del soggetto. Un’estensione della personalità ossessiva della donna, derivata dalla sovraesposizione al giudizio patriarcale, una Zia, parafrasando la Atwood, che all’apparenza sembra prendersi cura della sua stessa generatrice ma che poi ne distrugge il tessuto interiore fino a renderla ombra di se stessa. Nell’ultima serie, infatti, le ombre hanno deciso di prendersi più spazio nelle tele, tanto da diventare quasi un terzo soggetto nella composizione.

L’immaginario femminile della donna è ancora troppo spesso legato alla visione maschile di essa e al modo con cui la donna lo ha fatto proprio. Secondo te le donne oggi sono riuscite a rielaborarlo, decostruirlo, smitizzarlo?

Trovo che ci sia una costante evoluzione dell’immaginario femminile e che le donne, con la nuova ondata di Femminismo Intersezionale, si stiano avvicinando tra loro in modo più costruttivo e includente, con la sincera intenzione di scrivere una nuova pagina nella percezione di sé – non solo a livello individuale ma anche politico e sociale.

Usi maggiormente modelle fotografiche e/o cinematografiche o modelle dal vero?

Dal 2017 la produzione include una fase fotografica in cui risolvo le composizioni collaborando con modelle che incarnano il mio immaginario e che sanno interpretare lo stato emotivo che intendo esprimere.
In confronto al passato, in cui usavo immagini d’archivio, ora intervengo più direttamente sulla costruzione dell’immagine, canalizzando un punto di vista completamente personale.

Speleologa, 2019. acrilico su tela, cm 80×60

Le tue opere a volte sembrano frutto di un allestimento. Nonostante l’assenza di una sequenza narrativa, appare evidente la composizione di uno storyboard (senza alcun riferimento a sequenze cinematografiche, in questo caso). Quanto spazio ha questo aspetto nella tua ricerca?

Per quanto la presenza di un fil rouge sia intuibile tra le mie opere, non esiste un’intenzionale sequenza narrativa.
Si tratta, credo, del risultato del processo creativo: la fase pittorica è l’ultimo anello di una catena di ricerche, pensieri e rielaborazioni del soggetto che intendo trattare. Da flusso di coscienza si trasforma in involontaria narrazione; che si conclude nella singola opera ma che continua sempre a dialogare con le altre, mantenendo lo stesso registro comunicativo.

Quali letture hanno maggiormente influenzato le tue tematiche?

Due testi in particolare hanno ispirato i mie lavori più recenti.
Nel 2021 dopo aver approfondito le teorie di C.G.Jung, mi sono imbattuta nel saggio “Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia al femminile” di Jean Shinoda Bolen, che analizza i sette archetipi femminili corrispondenti alle dee dell’antichità greco-romana. Questa lettura mi ha dato l’opportunità di attivare una serie di riflessioni, che hanno portato a nuove soluzioni pittoriche; ciò ha contribuito alla creazione di Archè, una serie composta solo da still life.

Cosa pensi del “sistema dell’arte” oggi?

A livello nazionale temo ci siano ancora delle forti mancanze. Rispetto ad altre realtà europee di cui ho fatto esperienza diretta, in Italia il sistema di supporto pubblico destinato agli artisti è assente e quasi completamente delegato al privato, che per definizione necessita maggiormente di assecondare le richieste di mercato, investendo limitatamente in ricerca e sperimentazione. La carenza di politiche istituzionali e l’assenza di regolamentazione dei rapporti di lavoro generano precarietà e poca tutela per chi opera nel settore culturale.

Quale pensi sia o debba essere il ruolo di un’artista donna in questo momento della storia?

Citerò Nancy Spero: “Let’s lead, let’s run ahead, let’s be in the forefront!”

Con quali artisti ti piacerebbe collaborare e perché?

È da molto che vorrei dar vita a un’animazione con la tecnica dell’acquerello.
Continuo a rimandare perché è un progetto che richiede molto tempo. Appena sarà il momento, mi piacerebbe collaborare con compositori, sound-designer e editor per essere accompagnata nella realizzazione di questa piccola impresa.

Verso dove sta andando la tua ricerca?

Sono affascinata dal tema della rabbia, un sentimento che se ben espresso e incanalato può dare luogo a vere e proprie rivoluzioni. A causa degli stereotipi di genere, le donne sono state educate a rinunciare a questa emozione. La rabbia rischiava di tradire il senso di gradevolezza e accondiscendenza, un tempo necessarie per essere considerate autentiche donne. Mi appare evidente come questa impronta educazionale sia ancora molto attuale. Le idee per ora sono in fase embrionale, sarà interessante risolverle pittoricamente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Panopticon è ancora un work in progress, dopo essere stato esposto a Roma allo Studio Sales di Norberto Ruggeri vedrà un’altra tappa a Napoli con dei nuovi lavori.
Concluso questo progetto, vorrei dedicarmi ad una fase immersiva di ricerca e prendermi il tempo necessario per assimilare i cambiamenti del mio lavoro.

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Crediti
Tutte le immagini © Romina Bassu – Courtesy Studio Sales di Norberto Ruggeri, Roma
Immagine in evidenza: Romina Bassu – Confessione, 2023, acrilico su tela, cm 60×80. Collezione privata. Courtesy Studio Sales di Norberto Ruggeri, Roma (part.)

Romina Bassu è nata a Roma nel 1982, dove attualmente vive e lavora. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale e presso la Facultad de Bellas Artes de Sevilla. La sua produzione offre un repertorio di immagini che riflettono sulla rappresentazione di alcuni stereotipi femminili, modellati secondo le esigenze di una cultura maschile. I soggetti “messi in scena” da Bassu scavano nelle profondità dei cliché, proponendo immagini che evocano una nevrotica disperazione, dando un’interpretazione in chiave sottilmente psicologica dell’universo femminile, del suo immaginario e delle strategie con cui viene rappresentato.