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La wunderkammer cosmica di Raimondo Galeano. Intervista al pittore della luce

di Fabiana Maiorano.

La wunderkammer cosmica di Raimondo Galeano. Intervista al pittore della luce

Ho incontrato Raimondo Galeano nel suo studio bolognese dove le pareti sono tappezzate di tele bianche che prendono corpo e vita a luci spente. “Il colore non esiste”, dice dinanzi al mio stupore e nel momento in cui cala il buio. E’ allora che avviene la magia (la scienza): quelle pitture biancastre si spogliano mostrando la loro vera forma che l’artista veste di luce. Come una bambina mi sono abbandonata a quei riflessi, alle superfici, ai luccichii, all’arte che non ha mai ceduto alle lusinghe del mercato; quello che ritorna dall’oscurità sono immagini spettacolari e, in barba a qualsiasi experience che viene propinata da palazzi e musei a favore di selfie e superficialità visiva, ci si ritrova catapultati in una wunderkammer cosmica che prende il sopravvento sui sensi.

Le opere di Galeano sono un viaggio cognitivo e soprattutto luminoso che sottolinea lo studio e la ricerca di uno degli artisti più innovativi degli ultimi 50 anni. Lui supera i limiti della pittura classica ed esplora la luminescenza al buio, approdando a qualcosa di più complesso, all’uso della luce nella sua duplice visione segnica-diurna e figurativa-astratta.

Il lavoro di Raimondo Galeano è sorprendente, coglie impreparata la nostra intelligenza e i nostri sensi, mostrando una realtà altrimenti invisibile: quella della luce.

Un’arte che si allinea perfettamente all’ideologia contemporanea di duplicità di segno\senso, di immaterialità, di performance, scienza e tecnologia.

L’intervista

[Fabiana Maiorano]: Tu sei uno degli artisti più innovativi degli ultimi 50 anni, conosciuto in tutto il mondo come il “pittore della luce”, o “pittore illuminato”. Hai esposto nelle più note gallerie d’arte, ai festival, alle mostre, hai partecipato alla 57ª Biennale di Venezia. Su di te hanno speso parole importanti critici di spessore come Achille Bonito Oliva. Nato a Catanzaro, adottato da Bologna, il tuo background di partenza è contaminato da musica, arte e sicuramente scienza. Hai lavorato come tecnico del suono a Bologna, poi ti sei spostato a Roma, dove hai avuto modo di interfacciarti con la pop art italiana, arrivando a definire un tuo particolarissimo stile pittorico basato sul non colore, lavorando con la luce.
In un’intervista hai dichiarato: La luce dà forma e colore a tutte le cose, io dò forma e colore alla luce, perché il colore come viene comunemente immaginato non esiste.
Alla luce di queste premesse, vorrei sapere qual è stata la scintilla che da Bologna ti ha portato a Roma, nella bottega di Franco Angeli.

Raimondo Galeano in studio, 2020

[Raimondo Galeano]: Sono i casi della vita e lei mi ha condotto lì. Quello che posso dire è che c’è stato un incontro casuale in un locale di Bologna una sera che avevo finito tardi di lavorare come tecnico; in fondo alla sala ho trovato Angeli, Schifano e altri, insieme ai quali mi sono seduto a parlare. Stando con loro mi sono innamorato dell’ambiente, pur non avendo mai dipinto, e da quella sera la mia vita è cambiata radicalmente: ho lasciato il lavoro come tecnico che mi faceva guadagnare piuttosto bene, per trasferirmi a Roma per lavorare diciamo a bottega da Franco Angeli. Ho scelto di fare una vita grama dal lato finanziario ma bellissima dal lato personale. Ho capito che questa era la mia strada, la mia vita.

Immagino che prima di arrivare a definire la tua tecnica tu abbia sperimentato molto; è stato importante il tuo background musicale nel processo creativo?

Ma io ho proprio cambiato vita! Solo allora ho iniziato a dipingere e, come hanno fatto altri prima di me, ho iniziato a sperimentare copiando gli altri e documentandomi sui pittori per imparare le loro tecniche. Ho scoperto, ad esempio, che Caravaggio utilizzava il distillato di lucciole per rendere più luminosi i suoi dipinti.

Negli anni ‘80, se non prima, la “filosofia artistica” entra in crisi con un concetto che l’arte si possa fare con qualsiasi cosa. Nascono nuovi linguaggi, la pittura si allontana dalla tela a favore di performance, installazioni, sculture, ecc., e trovo che in quel caos tu abbia in qualche modo ristabilito un tuo ordine affinando una tecnica più sensibile alla scienza che alle pratiche moderne. Come ci sei arrivato?

Parlare di “ordine” mi sembra un po’ forte. Ognuno porta avanti un suo credo. Mi viene in mente ad esempio Duchamp che diceva che l’arte del bello, del perfetto aveva condotto a quel casino che era la guerra, esponendo l’orinatoio.
Non si può dire che la pittura sia morta. Questa è una presunzione anche di certi artisti che non accettano l’evoluzione. Io amo la Abramović che si mise a tavolino a fissare la gente per ore, così come mi piace Damien Hirst e il suo squalo in formaldeide.
Io non mi rassegnavo a quella idea generale della morte della pittura e ho lavorato controcorrente, convinto che la pittura avesse un ruolo importante, che portasse ad altre strade. Io credo di aver trovato la mia strada nella pittura, mi piace dire “a livello cosmico” perché mi piace dipingere non più la luce di Tiziano o di Caravaggio, perché devi sempre accendere la lampadina per vedere le loro opere,bensì la luce vera. Io dipingo con la luce.
Oggi non esiste più la polvere di lucciole che utilizzava il Merisi, ma si trovano le polveri di terra fotoluminescenti che si caricano la luce e la restituiscono. Se un quadro dipinto con la luce sopravvive anche un solo minuto a lampada spenta, affronta un viaggio di luce e questo viaggio testimonia che se anche il quadro venisse distrutto, sopravviverà per secoli perché la luce non muore mai. Se ci pensiamo la luce è tutto, non ci sarebbe vita sulla Terra senza di essa. Gli stessi colori che vediamo esistono grazie ad essa.

Immagino tu abbia condotto degli studi che ti hanno portato a questa luce…

Ho sperimentato varie tecniche prima di arrivarci. E’ stato un percorso naturale fatto di studio e ricerca. Dalla scuola romana ho imparato una cosa fondamentale, ossia cosa pensi della tua arte. Ho ragionato su quello.
Lì non stavano a crearsi tanti problemi. Ricordo Franco Angeli che per fare un cielo ha scritto con le lettere in metallo la parola “cielo” e ne era soddisfatto, non gliene fregava nulla che avesse terminato la vernice.
Fare l’artista vuol dire essere creatore di qualcosa ed essere libero di fare le cose senza vergogna, senza presunzione, con l’umiltà di imparare e decidere la strada da intraprendere.

Quali eredità ti ha lasciato l’esperienza romana e che consigli ti senti di dare alle nuove generazioni di artisti?

Non ci sono consigli; ognuno dev’essere libero di fare quel che si sente.
L’esperienza romana mi ha lasciato come eredità l’essere libero. Per essere Artista devi esserlo. Mi diceva spesso Franco Angeli : “A Raimo’ te devi liberà! Perchè finchè hai delle catene di quello che vogliono gli altri non ti liberi.”.
Nel recinto del sapere si sa quello che si sa”, è un motto bellissimo di Albert Einstein. Bisogna saltare quel recinto come ha fatto lui per trovar la relatività. A un certo punto tu devi sapere, per poi cercare altrove.

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