Schermi di tela

Leandro Erlich: oltre i confini

di Andrés Duprat.

Nel primo decennio del Novecento, Marcel Proust pubblicava il suo celebre romanzo Alla ricerca del tempo perduto, in cui descrive la famosa scena del giovane narratore che inciampa in una pietra sconnessa del selciato: quell’evento trascina il suo mondo quotidiano sull’orlo dell’abisso, scatenando una cascata di ricordi involontari che confluiscono nelle mille pagine in cui racconta la sua vita e, insieme, la sua epoca storica.

Nel decennio successivo, durante l’immaginaria campagna per la presidenza argentina, lo scrittore Macedonio Fernández proponeva la creazione di dispositivi che avrebbero destabilizzato le convenzioni materiali su cui si basa la vita quotidiana dei cittadini comuni.
Queste invenzioni – che includevano cucchiai solubili, scale con gradini irregolari, penne straordinariamente pesanti, pettini a doppia lama – erano tutte pensate per stimolarci a guardare con occhi nuovi la nostra esistenza terrena, mostrando come la forza dell’abitudine inaridisca la percezione.

La scoperta di questo straniamento, che nasce da un’esperienza fisica ma si estende fino ai meandri più profondi della coscienza, è stata uno degli elementi chiave dell’estetica delle avanguardie novecentesche e rimane tutt’oggi rilevante. Leandro Erlich la spinge ancora oltre. Le sue opere attivano esperienze emotive che fanno vacillare il nostro concetto convenzionale di realtà. Per quanto le situazioni che crea siano pervase dall’elemento fantastico, i contesti – una piscina, un ascensore, un negozio di parrucchiere, un giardino interno, un’aula, una finestra, una scala, l’intera facciata di un edificio – ci proiettano in situazioni familiari che, però, sembrano improbabili ospiti di una totale irrealtà. Riconosciamo immediatamente queste forme e le associamo al loro uso abituale, ma percepiamo qualcosa di inquietante. Anche se il fatto di trovarci in uno spazio museale dovrebbe metterci in guardia, non siamo comunque abituati a essere traditi dalla nostra percezione visiva. L’equazione generata da Erlich tra il mondo delle apparenze e i suoi strumenti materiali ci spinge al limite di una soglia critica, lasciandoci disarmati ed esitanti. Gli oggetti che l’artista presenta appaiono noti, familiari o riconoscibili, ma non è affatto così: essi appartengono al mondo dell’arte e, in quanto tali, possiedono una loro poetica, nonché un’intrinseca quanto utile inutilità. La piscina non serve per nuotare, gli specchi del parrucchiere rifiutano la nostra immagine riflessa e l’ascensore non ci porta da nessuna parte.

© Leandro Erlich – Hair Salon (2008)

Gli interrogativi suscitati dalle installazioni di Erlich non svaniscono quando smettiamo di guardarle, analizzarle e scoprirne i meccanismi, ma anzi iniziano proprio in quel momento. Le sue messe in scena stabiliscono una sorta di doppia vita, trasformandosi in opere d’arte di fronte ai nostri occhi. Pur sembrando esattamente ciò che appaiono essere, si dichiarano completamente tutt’altro. Questa commistione libera molteplici livelli di significato e dà vita a infiniti colpi di scena in un futuro costruito sulle questioni che esse stesse pongono. Il lavoro di Erlich non mira chiaramente a fornire risposte, quanto piuttosto a sollevare domande.

Di fronte alla poetica cifrata delle arti visive contemporanee – che, tra le altre cose, ha sancito il proliferare di un’ampia gamma di mediatori e approcci preminentemente intellettuali ed eruditi – l’arte di Leandro Erlich propone un ritorno all’esperienza: un incontro diretto, leggero e sensuale con l’opera che non prevede premesse né avvertenze. Nello stesso modo in cui ascoltiamo un brano musicale o guardiamo un film, ci lasciamo trascinare dalla sua arte e dal suo invito a tuffarci in una situazione inedita. Il linguaggio visivo immediatamente comprensibile di Erlich, le sue idee trasparenti e le sue accurate formulazioni creano uno scambio efficace che allontana l’impenetrabilità. Questa pratica colma la distanza tra il pubblico – un’entità astratta, benché reale e concreta – e le produzioni dell’arte contemporanea, creando una connessione tanto genuina quanto profonda. Quando guardiamo un film, non ci soffermiamo sulla finzione ma ne accettiamo le convenzioni – la cosiddetta sospensione dell’incredulità – dimenticando consapevolmente che siamo in presenza di attori che interpretano ruoli scritti, diretti e prodotti da una macchina molto complessa. Ci sforziamo di immergerci in questo mondo e di abitarlo con intensità. Una volta terminata l’esperienza, la nostra mente analizzerà ciò che abbiamo “vissuto” rielaborando riferimenti, significati, nessi, spiegazioni e metafore in una chiave nuova. In questo modo, Erlich stimola un ritorno all'”esperienza emotiva” proponendo a noi osservatori di farci travolgere dalla sensualità delle apparenze che rappresentano il nostro primo approccio al mondo, per poi invitarci a mettere in dubbio il particolare sistema che utilizziamo per decodificare la realtà.

© Leandro Erlich – Changing Rooms (2008)

Il potere di queste opere d’arte non risiede semplicemente nel loro aspetto esteriore, ma piuttosto negli “errori o inganni” che esse producono – ossia in ciò che rimane al di là o al di fuori della logica. Svelandone i meccanismi, l’artista ci invita a passare dalla meraviglia iniziale dell’esperienza immediata a una sfera più profonda di silenzio e osservazione. Smontare la messa in scena ci aiuta a riflettere sulla creazione del significato e sul nostro concetto di realtà.

Nulla è ciò che è, come nulla è ciò che sembra” potrebbe essere una buona definizione per il progetto artistico di Leandro Erlich. Segnata da questo paradosso che impedisce alla bilancia di pendere a favore della sostanza o dell’apparenza, la sua arte opera in un registro in cui il mondo materiale diventa metafora. Ma una metafora che parla alla propria realtà, una metafora di sé stessa – non il tipo di metafora a cui siamo abituati, quella che indica qualcos’altro evocando analogie o affinità formali più o meno evidenti. Nella produzione di Erlich, un oggetto – una scala, un ascensore, una casa, una folla, un simbolo urbano, una nuvola – acquista un significato premonitore o si trasforma in oggetto impossibile: non un’entità concreta in grado di rinsaldare la propria identità, ma qualcosa che mette in discussione il suo concetto di sé. Spogliati delle loro funzioni abituali, questi oggetti diventano qualcosa di completamente diverso, pur continuando a sembrare in qualche modo uguali a sé stessi.

© Leandro Erlich – Classroom (2017)

In altri termini, gli oggetti nelle opere di Leandro Erlich non mostrano mai il loro vero io, ma piuttosto la loro impossibilità; fanno riferimento al concetto di sé, ma al contempo minano questa stessa identità attraverso la rivelazione che stravolge il loro status trasformandoli in evento. Tutto si basa sulla separazione tra l’immagine dell’oggetto e il concetto con cui cerchiamo di definirlo. Attraverso la defamiliarizzazione che realizza in quanto artista, Erlich annulla le nostre formulazioni percettive, facendo appello alla crisi della ragione e alla decostruzione della tassonomia del mondo come lo conosciamo. I suoi lavori artistici sono, in un certo senso, opere filosofiche. Come gli antichi sofisti, Erlich arriva alla verità attraverso l’errore. Tuttavia, anziché porci di fronte a una misteriosa alchimia impossibile da comprendere, espone la realtà stessa come alchimia. Mostrando il lato interno della cucitura, Erlich non desacralizza il mistero ma, al contrario, conferisce al mondo materiale una lucentezza ultraterrena.

Erlich stimola interrogativi fondamentali sulla vita di ogni giorno. Attraverso il gesto umanizzante che accetta l’inconoscibilità della realtà ne lascia intravedere il candore, trasformando il quotidiano in arte.
Andrés Duprat

dal catalogo della mostra
LEANDRO ERLICH. OLTRE LA SOGLIA
Mostra promossa dal Comune di Milano-Cultura, ,prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, in collaborazione con lo Studio Erlich, con la curatela di Francesco Stocchi
testi: Jacopo Crivelli Visconti, Andrés Duprat, Francesco Stocchi
PALAZZO REALE DI MILANO
piazza Duomo, 12, 20122 Milano

Immagine in evidenza: Leandro Erlich – Staircase, 2005
Tutte le immagini © Leandro Erlich