L’obiettivo empatico di Daniele Tamagni: stile, società e storie dal mondo

di Teresa Lanna.

L'obiettivo empatico di Daniele Tamagni: stile, società e storie dal mondo

Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017), scomparso prematuramente all’età di 42 anni, inizia la sua carriera fotografica in età adulta, emergendo subito per la sua originalità. Ottiene numerosi riconoscimenti prestigiosi, come il Canon Young Photographer Award (2007), l’ICP Infinity Award (2010) e il World Press Photo Awards (2011). Conosciuto negli ambienti della fotografia di moda, profondamente legato al Trentino, dove trascorre parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni usa la fotografia come strumento di indagine sociale. Con i suoi scatti celebra gli stili e le tendenze della moda di strada, mostrando come l’abbigliamento sia affermazione identitaria.

Senza alcuna retorica o pregiudizio, Daniele Tamagni racconta l’autenticità, l’orgoglio, la gioia di vivere e la capacità di adattamento delle comunità urbane delle megalopoli africane e latino-americane. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg, ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.

La malattia ha segnato gli ultimi quattro anni di vita del fotografo milanese e, in suo ricordo, è stata istituita una Fondazione culturale che valorizza la sua eredità artistica e che sostiene la formazione e la carriera di fotografi africani emergenti, tramite l’istituzione del premio Daniele Tamagni Grant.

Tra le mostre che hanno reso omaggio a Daniele Tamagni, c’è quella del Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) che, con Daniele Tamagni. Style Is Life ripercorre la breve carriera dell’artista.

Abbiamo approfondito alcuni aspetti fondamentali dell’opera di Daniele Tamagni ponendo alcune domande a Gabriele Lorenzoni, uno dei curatori dell’esposizione summenzionata.

Daniele Tamagni -Tembisa Revolution #3, 2012

L’intervista

[Teresa Lanna]: Daniele Tamagni ha avuto una formazione in Beni Culturali e Storia dell’Arte, prima di dedicarsi professionalmente alla fotografia. In che modo questa preparazione accademica ha influenzato il suo approccio alla fotografia e la sua capacità di cogliere il valore culturale e sociale dello stile?

[Gabriele Lorenzoni]: La formazione di Daniele Tamagni in Storia dell’Arte e Beni culturali ha degli influssi diretti sulla sua opera, in termini di consapevolezza nell’uso del mezzo fotografico e in termini formali e compositivi, ma ha, nello stesso tempo, anche degli influssi di ordine più generale e culturale nel senso di un’attenzione dell’artista verso tutti gli aspetti della cultura, non solo visuale, ma, in generale, della cultura delle popolazioni.

Il 2007 è stato un anno cruciale per Tamagni, con la vittoria del Canon Young Photographer Award. In che modo, questo riconoscimento ha segnato l’inizio della sua carriera professionale e quali opportunità gli ha aperto?

Il premio Canyon Young Photographer Award del 2007, per Tamagni, può essere considerato come l’ingresso nella dimensione professionale della fotografia, poiché gli ha aperto delle grandi opportunità. Tamagni, infatti, per la sua vicenda biografica e umana, era considerato una sorta di artista outsider e questo riconoscimento a livello mondiale, lo ha, appunto, collocato nel novero dei professionisti internazionali del settore.

Daniele Tamagni – Willy Covary, 2008

Il libro “Gentlemen of Bacongo”, che contiene gli scatti che celebrano gli stili e le tendenze della moda di strada, ha avuto un impatto significativo, ispirando persino la collezione di Paul Smith. Qual è, a suo parere, l’elemento distintivo delle fotografie di Tamagni che ha catturato l’attenzione di figure di spicco nel mondo della moda?

L’elemento distintivo che ha colpito Paul Smith e, dopo il grande stilista inglese, una serie di persone che si sono avvicinate al ciclo dei sapeurs e, comunque, alla fotografia di Tamagni, è quello del perfetto equilibrio fra street photography e fotografia di moda. Tutto questo sempre corredato da una rarissima sensibilità di ordine sociale, quindi con la capacità, da parte di Daniele Tamagni, di mettersi in una positiva relazione empatica con i soggetti fotografati. Le sue, infatti, non sono mai fotografie frontali, ma, al contrario, sono sempre scatti che vengono dall’interno di una particolare, speciale e specifica condizione sociale politico-antropologica – mi verrebbe da dire – di quel momento. Questo è ciò che emerge fortemente dalle sue immagini ed è quello che, appunto, ha generato entusiasmo ed approvazione in Paul Smith e, come detto, in una serie di altri osservatori dell’epoca.

Tamagni ha vinto il World Press Photo nel 2011 per il suo lavoro sulle “Flying Cholitas” in Bolivia. Cosa ha reso questo progetto così potente ed in che modo Tamagni ha raccontato la storia di queste donne lottatrici attraverso le sue immagini?

“Flying Cholitas” è un ciclo fondamentale nell’opera di Daniele Tamagni; esso mette al centro la figura femminile, trattata in maniera non retorica, e racconta la storia di un’importante affermazione nel senso femminista di un gruppo marginale, nel senso di un gruppo di persone che vivono ai margini economici e sociali. Queste persone hanno saputo sfruttare gli abiti della tradizione, quindi elementi della tradizione del loro paese, non tanto per portare avanti ritualità stereotipate e maciste, quanto per affermare la loro condizione di donne dipendenti all’interno di una società ancora fortemente patriarcale. Tutto ciò con un interessante elemento ossimorico presente tra questi grandi costumi con ampie gonne molto decorate, anelli, copricapi… e, in parallelo, il tema della lotta che di solito prevede un abbigliamento molto semplice, funzionale alla lotta stessa.

Il progetto “Global Style Battles” ha esplorato diverse sottoculture stilistiche in varie parti del mondo. Qual era l’obiettivo di Tamagni in questo lavoro e quali connessioni egli ha cercato di stabilire tra queste espressioni uniche di identità?

Come sempre, il lavoro di Daniele Tamagni è caratterizzato da una forte, implicita, impronta sociale e politica, nel senso che lui fotografava ciò che vedeva in strada e quello che per lui era urgente fotografare e documentare in termini di spontaneità; requisito, questo, strettamente collegato al proprio carattere, alla propria natura. Da un lato, quindi, si immedesimava nelle persone, entrava in contatto con loro; dall’altro, lasciava che facessero quello che volevano e le fotografava. Questo “doppio” requisito è sempre presente nei suoi scatti.

Nonostante la malattia, Tamagni ha continuato a lavorare, realizzando “Mtindo”, un progetto sulla nuova generazione di leader creativi africani. Cosa rivela questo progetto sulla sua resilienza e sul suo costante interesse per il continente africano?

Sì, assolutamente. Tamagni ha continuato a lavorare fino agli ultimissimi giorni della sua vita ed è tornato in Africa, per la realizzazione di questo ciclo di opere, per dedicare uno sguardo finale, un ultimo momento di attenzione al continente che gli aveva dato tanto, in termini umani e professionali. Lì, Daniele Tamagni ha voluto visitare un parco safari che non aveva mai voluto esplorare, preferendo gli aspetti più veri della vita vissuta, del contesto sociale, rispetto a quelli naturalistici. In questa circostanza, ha realizzato un toccante ritratto di una zebra che si nasconde dietro un cespuglio, quasi come se questo scatto fosse il suo estremo atto di amore e di testimonianza nei confronti del continente africano. La foto, il cui titolo è La zebra timida, raffigura una zebra che si nasconde dietro ad un cespuglio spinoso e che il padre di Tamagni, Giordano, presidente della fondazione Daniele Tamagni, ha interpretato come una sorta di metaforico autoritratto.

Le fotografie di Daniele Tamagni sono state esposte in prestigiose istituzioni a livello internazionale. Quale ritiene sia stato il contributo più significativo di Tamagni al mondo della fotografia e dell’arte contemporanea?

Il contributo di Daniele Tamagni al mondo della fotografia, per quanto riguarda quanto meno la fotografia di moda e la street photography, è quello di aver apportato una grandissima componente di emozione, di empatia e di sensibilità. Lui, a differenza di tutti i fotografi di moda (peraltro, di fatto, non era un fotografo di moda, bensì uno street photographer che immortalava la moda di strada), era sempre mosso dal desiderio di entrare in contatto reale ed empatico con i soggetti dei suoi scatti. Ciò, solitamente, non avviene in questi ambiti della fotografia, in particolare nella fotografia di moda, che prevede, perlopiù, un’attenzione spiccata all’esteriorità del soggetto, agli aspetti formali, cromatici, compositivi dell’abbigliamento; non alle persone. Ecco, in questo caso, la grande eredità lasciata dal lavoro di Daniele Tamagni consiste nell’aver saputo fotografare le persone vestite in maniera particolare, ma senza focalizzarsi esclusivamente sui capi che indossavano, come se i soggetti in questione fossero semplicemente dei manichini.

Le opere di Tamagni sono ora parte di collezioni permanenti in importanti musei. Come vede il futuro e l’eredità del lavoro di Daniele Tamagni nel contesto della storia della fotografia?

A tal proposito, oltre a quanto già affermato in precedenza, potrei sottolineare il ruolo fondamentale che ha, ed avrà, la fondazione Tamagni; questo ente benefico è stato creato dal padre Giordano insieme al fratello Francesco e ad altri sostenitori e sostenitrici che vogliono portare avanti gli insegnamenti di Daniele e promuovere la conoscenza del suo lavoro. Nello stesso tempo, la fondazione ha un impegno anche in questo caso sociale e di politica culturale molto forte nei confronti del continente africano, tramite il Daniele Tamagni Grant, premio che si rivolge a giovani fotografi africani esordienti, ai quali si garantiscono opportunità formative concrete.

Riferimenti e contatti
Daniele Tamagni official website | Instagram
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© Daniele Tamagni. Courtesy Giordano Tamagni
Immagine in evidenza
Daniele Tamagni – Untitled (serie Dakar Fashion Week), 2011, stampa 2024 © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni