Altre Ecologie - Quando l'Arte protegge il Pianeta

Pingo, ergo sum. Intervista ad Elisa Zadi

di Mariateresa Zagone.

Elisa Zadi è un’artista aretina che ha studiato a Firenze e che, a seicento anni di distanza – può sembrare strano ma è così – sembra venuta fuori dal giardino di San Marco o dalla Villa di Careggi.
La sua visione dell’arte e, forse, la sua idea del mondo, è la versione contemporanea di una bellezza individuata nel creato tutto, nella Madre Natura fatta di piante, fiori, animali, corpi femminili che stimola amore nell’anima di chi ad essa si approccia in maniera semplice e che stupisce.
Risemantizzare nell’oggi un pensiero neoplatonico così raffinato vuol dire però spostare l’uomo ai margini, vuol dire percepire il limite, tutto contemporaneo, nel cogliere il manifestarsi miracoloso di tale e tanta bellezza. Come in quel Rinascimento di cui Elisa Zadi conserva parte del patrimonio genetico, la sua pittura è un percorso onesto e solitario verso la conoscenza di sé e del mondo, il perseguimento di una perfezione ideale che trascende la transitorietà e che la incanta ma che, al contempo, le sfugge.
E’ un invito a mettersi in gioco, a riscoprirsi e a rigenerarsi, ma anche ad analizzare il tema dell’identità, fra apparenza e sostanza, nella mutevolezza del tempo e nella dinamica delle vicissitudini del mondo. Nelle sue opere, figure di donna appena accennate si sovrappongono in trasparenze luminose a lilim e canne, a dragontee e magnolie giocate su palette zuccherose che alternano i caldi rosa ai toni freddi degli azzurri e che occupano tutto il campo visivo in un’esuberanza decorativa che sembra strizzare l’occhio ad alcuni interni vittoriani di derivazione Arts and Craft e che, come questi ultimi, sono sostenuti da un afflato etico che mette al centro la riconnessione con la Natura.

Bruciare Illusioni-Pic Nic, 2023, olio e pigmento su tessuto, frottage e collage, cm 145×225

L’intervista

[Mariateresa Zagone]: Chi è Elisa Zadi?

Elisa Zadi, foto Leo Pasquinelli

[Elisa Zadi]: Una persona che cerca di fare del suo meglio con gli strumenti a lei più congeniali. Elisa cerca la Verità e la Bellezza, ed è convinta che in queste due parole si nasconda il senso dell’esistenza che la sostiene e al contempo le sfugge continuamente.

Quando è nata la tua passione per la pittura e quando hai capito che sarebbe stata la tua professione?

Ho sempre disegnato e dipinto sin da bambina, ho diversi ricordi e di recente ho saputo che all’asilo che frequentavo hanno ancora i miei disegni appesi. Trovavo difficoltà e poco interesse nella realtà e disegnare o dipingere mi connetteva con una dimensione in cui mi sentivo più adeguata e potevo esprimermi con più facilità. Quindi ho sempre coltivato questa dimensione intimista.
Ma più avanti, quando mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Firenze, mi sono resa conto che il percorso sarebbe stato assai complicato! Sono stata scoraggiata a proseguire i miei studi dai miei professori, e questo che inizialmente mi ha fatto molto soffrire e rifugiare all’estero (in Erasmus prima a Siviglia e poi a Berlino), ha poi tirato fuori in me una determinazione fortissima e mi sono imposta lasciando che fosse il mio operato artistico a farlo per me. Ricordo benissimo il primo esame di Pittura, quando in ogni modo sono stata esortata a ritirarmi e sono stata umiliata come donna. Ho incassato il brutto colpo e l’ho elaborato nella solitudine del lavoro. Alla sessione d’esame successiva avevo prodotto una quantità spropositata di lavoro fra disegni e dipinti: tutti autoritratti! Ho iniziato ad esporli invadendo tutta l’aula di Pittura. Ricordo che non c’era più spazio per appoggiarli nei cavalletti e poi appesi e poi per terra, sopra la cattedra… e il Professore invaso com’era da tutti quei lavori è stato costretto, stavolta, a farmi passare l’esame! Ho poi stretto un legame significativo con lui e dopo i miei studi sono stata anche sua assistente per due anni vincendo una Borsa di Studio come Tecnico di Laboratorio e stima e affetto nei suoi confronti continuano ancora oggi. Ha scritto l’introduzione del mio catalogo “Introspezioni” dell’omonima mostra con un testo per me bellissimo ed emozionante che comincia così: “Mi sono sempre chiesto come facesse quel suo esile corpo a sostenere il peso dei suoi immensi occhi”.
Quindi, quando ho capito che sarebbe stata la mia professione? Quando mi sono resa conto che non potevo più farne a meno! La pittura mi apparteneva ed io appartenevo alla pittura. Per me è il senso dell’esistenza ed è come se riuscissi a capire ed elaborare le cose che mi accadono nella realtà solo introiettandole per poi restituirle nell’atto pittorico, in quella fase creativa in cui tutto è ancora possibile e discutibile. È in questa dimensione che io mi sento autentica e viva. E non può essere diversamente.

È vero che il primo atto di un’opera è sempre autobiografico?

Per me lo è senza dubbio. Le mie opere partono da sensazioni, da ricordi o da immagini pregnanti che si stagliano nella memoria o nella bellezza del presente. È come se iniziando da un elemento che mi muove sensazioni ancora non chiare io sia spinta a seguire quel viaggio e a comporre, tramite associazione di immagini, le opere che si creano. Io cerco di seguire in maniera onesta quel sentire e l’atto creativo si manifesta come la rivelazione di quella storia. Quindi la contingenza, l’ignoto, il non aver idee prestabilite o pieno controllo materico per me è una scelta che io trovo aderente alla realtà sensibile che vivo. L’atto creativo è per me un mezzo di conoscenza e indagine, e per fare questo non posso far altro che partire da quello che ho: me stessa. Il noi è un mezzo per conoscere il mondo e il mondo è un mezzo per conoscere noi. Le cose sono legate e si compenetrano.

Hai spesso realizzato autoritratti, soprattutto all’inizio della tua carriera. Come se guardarti cosi profondamente e ripercorrere i tratti del tuo sembiante con la matita ed il colore potesse rappresentare una forma di conoscenza, come se l’arte fosse una pratica analitica. È così?

“Conosci te stesso” è un monito che trovo fondamentale per me. Quindi sì, l’autoritratto ha sicuramente un desiderio conoscitivo e indagatorio del mio essere che si manifesta nella corporeità della forma, sempre simile e mai uguale, per questo affascinante. È come se mi fosse dato di conoscere la realtà intrinseca solo osservandola, mentre la disegno o dipingo io ne comprendo il senso profondo o perlomeno ho la sensazione di entrare in empatia con essa, toccandola con gli occhi. A questo scopo nel 2008 ho eseguito una serie di autoritratti a figura intera e frontali, metodicamente allo specchio, uno al giorno per una settimana. La serie è stata poi esposta alla Fondazione Sergio Vacchi nella mostra “L’arto fantasma” curata da Enrico Crispolti e Marco Tonelli.
La scelta di continuare ad utilizzare la mia immagine vorrebbe trascendere dalle mie sembianze e rappresentare tutta la femminilità in genere e affermare una sorta di rivalsa su un contesto sociale. Quindi parte sicuramente come necessità conoscitiva e senso di affermazione individuale per diventare poi un emblema universale.

Oltre te, cosa osservi del mondo e cosa di ciò che osservi diventa immagine nelle tue opere?

Sono assolutamente attratta dalla “Bellezza” intesa in senso classico, platonico e neoplatonico, come un’estetica che si fa garante e portatrice di valori profondi e interiori. Questa si manifesta spesso nelle cose più semplici e quotidiane, come i fiori selvatici, che sono investiti da un’autentica purezza e forza che io sento come sacra. Così li dipingo per far parte di questo miracolo naturale, per fissarli nel tempo eterno dell’immagine pittorica, suggellandoli, come se l’atto di osservarli fosse l’unico modo per prestare veramente attenzione alle cose, per conoscerle nell’essenza ed entrare a far parte così del mondo, del tutto.

Qual è il ruolo della vita del vivente tutto, della Natura, nelle tue opere e perché?

Negli ultimi periodi la Natura è molto presente nelle mie opere è l’estensione di uno stato emotivo, il prolungamento di una storia che trova nelle sembianze naturali il perfetto connubio fra interiorità ed esteriorità. Tutto si compenetra perché il tutto è formato dalla stessa energia, stessa materia, stessi atomi… e così le mie figure si sovrappongono nelle trasparenze e dissolvenze fra lo sfondo pittorico, il disegno e i vari elementi naturali. Credo che i piccoli avvenimenti quotidiani come lo schiudersi di un fiore o una catastrofe mondiale abbiano lo stesso valore su scale diverse e siano comunque interconnessi fra loro anche a distanza di spazio o di tempo. Per questo nella pittura possono mescolarsi con naturalezza, il tempo e lo spazio sono circolari, eterni e interiori e noi siamo piccole antenne disperse nel cosmo che ogni tanto captano qualcosa.

Dryer o ultimo abbraccio, 2023, olio e pigmento su tessuto, cm 120×200

La Natura dei tuoi dipinti sembra essere donna, lussureggiante, completa, madre, ma anche fragile. Si accompagna spesso al corpo della donna. Ci parli di questo dialogo?

La Natura è generatrice, Madre per archetipo e in questo senso l’associazione al corpo femminile è sorta spontaneamente. Le piante che scelgo sono spesso selvatiche, rustiche e resilienti, a volte dall’aspetto contundente, sono protezione ma anche estensione di una sofferenza, una minaccia che rende tutto instabile e precario; c’è sempre un qualcosa di sinistro sigillato da una metafisica onirica di una dimensione che sembra perfetta e ideale ma che in verità porta con sé la precarietà della realtà contemporanea che stiamo vivendo. La mia ultima serie pittorica si intitola infatti “Bruciare Illusioni” dove esploro attraverso la simbologia del fuoco una sorta di purificazione dalle false conformità imposte dal contesto culturale in cui viviamo per permettere un risveglio che ci ricolleghi alla nostra Verità attraverso la Natura. Il fuoco distrugge e rigenera come ho cercato di rappresentare nell’opera “Fenice”.

Quale credi sia il compito di un’artista donna oggi?

Esattamente lo stesso di un uomo, ma con più difficoltà. Forse il ruolo e la missione dell’artista sono gli stessi di sempre: farsi portavoce della propria realtà, essere in qualche modo il prolungamento sensibile e pensante della società in cui ci troviamo a vivere, e magari offrire una speranza, una chiave di lettura diversa che possa indicare e trascendere dal materialismo e dalla tecnologia di cui ci vogliono riempire e fare una scelta diversa, coraggiosa, autentica, sostenibile e necessaria che è la spiritualità, semplicemente.

Quali sono l’importanza e il peso dell’immensa tradizione italiana figurativa nel tuo lavoro?

Impossibile non sentire il peso della nostra tradizione figurativa! Anche solo per influenza geografica posso citarne alcuni come Masaccio, Piero della Francesca, Michelangelo, Pontormo… sulla “Nascita di Venere” di Botticelli a dieci anni, durante una gita scolastica agli Uffizi, ho avuto quella che poi ho capito essere la mia prima Sindrome di Stendhal. Questo per dire che ci sono tanti artisti Italiani immersi che mi hanno da sempre colpita e il loro peso a volte è sicuramente schiacciante.

L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?

È una domanda molto intrigante a cui potrei pensare tanto… Ma d’istinto rispondo con due opere diverse fra loro: “L’origine del mondo” di Gustave Courbet e “Azione sentimentale” di Gina Pane.

Ad ispirarti ci sono anche letture particolari?

A me piacciono molto i saggi di estetica, d’arte e la poesia; i primi mi interessano e stimolano e la poesia mi emoziona. Ma ad ispirarmi è spesso anche il cinema e la fotografia. Un recente film italiano che mi è piaciuto molto è “La chimera” di Alice Rohrwacher.

Oltre a dipingere insegni e scrivi. Come armonizzi e quali sono i punti di contatto fra queste attività?

La pittura e la scrittura coesistono in me in maniera naturale. Semplicemente io rispondo ad un’urgenza che si manifesta come un bisogno espressivo. Queste mi accompagnano da sempre e seppur con forme espressive diverse, credo che i punti in comune siano gli stessi: un sentimento esistenziale legato all’Amore e filtrato dalla Natura. Nel 2021 ho deciso di farmi avanti ed espormi anche con i miei scritti. È nata la mia prima silloge poetica dal titolo “Il profumo del Giglio” edita da Polistampa.
La ricerca artistica in generale porta inevitabilmente ad un solipsismo, compensato nel mio caso in parte dall’insegnamento che mi tiene connessa e legata alla socialità. Il ruolo di insegnante è arrivato sulla fine dei miei studi accademici, quando mi sono resa conto come assistente alla cattedra di Pittura, che mi sentivo abbastanza a mio agio in quel contesto perché sempre immerso nell’arte. Sono poi arrivate subito le supplenze nella scuola statale e da allora ho proseguito per quella strada seppur con grandi difficoltà e sacrificio, fino al ruolo nel 2015 di cui tengo attualmente la cattedra presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

Quali sono i curatori con i quali ti piacerebbe lavorare?

Credo che ci siano molte persone preparate e intelligenti che possano indicare una scelta di qualità non solo estetica ma anche farsi portatori di valori perseguibili che possano affermarsi come “via altra” rispetto al panorama attuale dominante. Mi piacerebbe lavorare con persone di questo tipo, con cui si possa veramente instaurare un rapporto intellettuale-ideologico da coltivare nel tempo, una vera relazione lavorativa, costruttiva e appagante per entrambi.

Il sistema dell’arte attuale può essere un’opportunità come anche un cappio troppo stretto o un circolo astruso di cui non se ne comprendono i meccanismi. Cosa cambieresti in esso e quali sono le figure sopravvalutate o sottovalutate fra artisti, critici, curatoti, galleristi, giornalisti di settore e collezionisti?

È tutto molto complesso e confuso. Nel senso che le scelte portate avanti dal sistema in generale non coincidono con l’ordine cosmo-etico e questo ha sfasato tutto in ogni ambito producendo una visione distopica della realtà. Se due secoli fa con la nascita del mercato dell’arte questo conferiva autonomia economica e libertà stilistica all’artista, nel secolo scorso abbiamo assistito ad una degenerazione e molte persone del settore si sono legate ad un mercato che non ha più niente a che fare con la ricerca creativa portatrice di valori o di cultura. Le opere sono spesso diventate prodotti di scambio e meri investimenti di capitale. Gli artisti non fanno più ricerca, ma prodotti. Si è costituito un vero mondo parallelo che completa tutta la filiera di settore creando un pericoloso equivoco. Ecco i sopravvalutati si trovano tutti dentro questo meccanismo.
Questa sarebbe per me la prima cosa da cambiare per ristabilire un equilibrio che rispetti una aderenza ad una Verità più rispettosa che tenga conto dei valori sociali, storici, filosofici e spirituali.

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Elisa Zadi – PicNic, 2023, olio e pigmento su tessuto, cm 120×200
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