Altre Ecologie - Quando l'Arte protegge il Pianeta

Sguardi e rotte mediterranee. Intervista a Giuseppe Modica

di Ginevra Amadio.

Sguardi e rotte mediterranee. Intervista a Giuseppe Modica

È un’arte della distanza e del contatto quella di Giuseppe Modica, una sonda sull’interazione tra luogo e anima, analisi delle smarginature della storia che appaiono ferite profonde, come un solco incolmabile tra la vita e le sue rappresentazioni. Non c’è immagine che non scuota, che non pungoli la coscienza dal placido spazio della tela dove ogni trasparenza, ogni sfumatura virante al blu nasconde una riflessione sull’oggi, sul Mediterraneo come elemento di nascita e ri-generazione guastato dalla conflittualità che la storia assegna a questo spazio, Mare nostrum strappato al valore generativo e reso luogo di morte, cimitero a cielo aperto.

I molteplici rivoli in cui il Mediterraneo si articola, e i discorsi altrettanto vari che lo accompagnano, svelano non solo l’impossibilità di individuare un punto di vista unitario, ma anche la sedimentazione di riti, miti e motivi afferenti l’immaginario come zona dai contorni slabbrati, sfumati, che intrattiene con il reale un rapporto ambiguo, di coincidenza mai univoca con la sua rappresentazione.

In questa prospettiva, Giuseppe Modica inscrive una ricerca di forma e senso che tanto attinge alla “sicilianità” che è cifra stilistico-esistenziale della sua arte, innervata da variazioni di blu capaci di restituire un’atmosfera, il senso di una storia contraddittoria, multifocale, in cui le apparenze mediterranee si concretizzano come immerse in un liquido amniotico, nel ritorno alla madre di cui il mare è solenne rappresentazione, quasi a voler rinascere a nuova vita, a togliersi di dosso le scorie della degenerazione.

Questo luogo che «è mille cose al tempo stesso» come scrive Fernand Braudel, «non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi, non un mare, ma una successione di mari, non una civiltà, ma più civiltà accatastate le une sulle altre» vive nelle tele di Modica attraverso una diffrazione di sguardi che ne marca i confini mobili, in equilibrio instabile, entro i quali si intrecciano molteplicità e specificità, vestigia del passato e drammi del presente.

Navi da guerra in transito; numeri incisi sui mattoni di un muro; teschi di vittime senza nome; il mare stretto tra i pertugi dei palazzi; la linea dell’orizzonte più volte spostata in là, alla ricerca di qualcosa che vada oltre il visibile: tutte le immagini interrogano la nostra condizione storica, sociale, esistenziale, politica. Nessun livello è escluso, in un discorso potenzialmente interminabile che parla all’io e al noi, mediante elementi essenziali che proiettano realtà sospese, sincretiche, sospese su un vuoto esso stesso vacuo.

Ovvia, ma mai scontata, l’attitudine a interrogare il futuro, in un eterno ritorno – o meglio, una visione circolare – che è poi continuum dialettico tra figurazione ed astrazione, tra spazio e luce, capace di trovare nell’apparente fissità del tempo una chiave di lettura in cui la tradizione classica alimenta il silenzio, rappresentando con efficacia i vuoti di questo tempo

L’intervista

[Ginevra Amadio]: Mediterraneo: spazio di transito e contaminazione, luogo in cui “tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale”, secondo la bella immagine di Fernand Braudel. Ancora una volta è questa maestosità e contraddizione il perno della sua ricerca pittorica.

[Giuseppe Modica]: Sono nato a Mazara del Vallo, cittadina sud occidentale della Sicilia, punta estrema sul Canale di Sicilia protesa verso l’Africa. Un luogo geografico ben connotato dal punto di vista storico e antropologico. È qui che ho trascorso la mia infanzia e adolescenza, dove si è strutturata la prima memoria ed il primo immaginario autobiografico. Poi, negli anni, seguiranno altri avvicendamenti ed esperienze che si concretizzeranno con gli studi, le acquisizioni di esperienze e il lavoro nelle città in cui ho vissuto ed operato: prima Firenze e dopo Roma, dove tuttora vivo e lavoro. Sono convinto che la sedimentazione storica dei vari popoli e varie etnie e culture riscontrabile in Sicilia sia una ricchezza straordinaria che apre la mente e ci porta ad essere cittadini del mondo. Ritengo che le varie differenze etniche che dialogano siano una testimonianza di crescita civile e culturale. Qui lasciarono la loro impronta creando un fertile interscambio i Fenici, i Greci, i Romani, gli Arabi, i Normanni, gli Spagnoli, i Francesi… Una eterogenea sedimentazione di memorie e culture che si riscontra nelle personalità della gente dal carattere contraddittorio, mutevole, malinconico e speculativo. Tutto ciò sembra che si rifletta anche nella natura, il cielo ed il mare che cambiano colore e forma continuamente, la salsedine che ossida e corrode, la luce accecante che vibra, che muta. C’è anche la sospensione del silenzio e dell’atmosfera che ha nell’aria la polvere di tufo o la sabbia del deserto africano trasportata dallo scirocco. Tutto ciò diventa un riferimento che caratterizza il sentire, il pensare e l’immaginare.

Rotte mediterranee e visione circolare“, il titolo di una sua personale alla Casa Museo Hendrik Andersen di Roma, condensa aspetti di una poetica articolata in rivoli di motivi ruotanti intorno alla luce, al blu come colore-dispositivo di atmosfera, profondità e lontananza. Quale idea c’è alla base di tutto questo? Quali sensazioni, quali sguardi?

Diceva Maurizio Fagiolo dell’Arco: “Il soggetto vero della tua pittura è la luce”. È vero che la luce, il ritmo, la circolarità dello spazio e del tempo sono una costante avventura della mia ricerca pittorica. C’è una geometria dell’aria e dell’atmosfera che pur rimanendo invisibile sembra prendere forma, c’è anche una prospettiva della luce che rivela la sua energia irradiante e tensione magnetica. Tutto si muove ed articola nella relazione dialettica, circolarità e alternanza di superficie e profondità, interno ed esterno, luce e buio, spazio fenomenico, concreto, visibile e spazio illusorio, invisibile e imprendibile della lontananza.

Il suo occhio pittorico e al tempo “fotografico” e spirituale, tagliente e soffuso racconta il Mediterraneo come sedimento di storie, di miti, ma anche come luogo di morte, dannazione, fine della speranza per coloro che perdono la vita nell’attraversarlo. Quanto è importante, oggi, raccontarne la natura complessa e multiforme? E l’arte, con il suo sguardo altro, laterale, può mettere a fuoco ciò che sfugge alla comunicazione mediatica, più lineare?

Questo viaggio dello sguardo che intercetta il Mediterraneo non può non tenere conto delle vicende inquietanti del nostro tempo, quelle dei naufraghi, che per le società che vogliono essere emancipate, democratiche e civili sono inaccettabili. Ma infine, quasi per sortilegio, vince la proiezione utopica che insegue il ritmo, la luce, la bellezza e la vita. La vita esiste in relazione al suo contrario che è la morte e nella pittura, nel mio viaggio reale e immaginario nel Mediterraneo, la vita vuole essere la proiezione di un desiderio civile condiviso e una utopia che esorcizza la triste realtà della morte.

La nozione di impegno, incarnata da intellettuali a lei cari come Leonardo Sciascia, Ferdinando Scianna, sembra assumere contorni più sfumati nel presente, proprio ora che molteplici crisi (pandemia, guerre, cambiamento climatico, migrazioni) minano gli equilibri internazionali e sociali. Che cosa può fare l’arte, o meglio: cosa può offrire?

Penso che tutta l’arte, anche quando affronta contenuti drammatici o di rimarchevoli ferite civili, è sempre la testimonianza di un “miracolo visivo” di una “bellezza” che ha comunque una proiezione nella vita (dalla Fucilazione di Goya a Guernica di Picasso). L’arte o la bellezza, come auspicava il principe Myskin di Dostoevskij, invece con probabilità non potrà salvare il mondo, ma può aiutarci, come diceva Sciascia, a farci vivere meglio. Certo che l’arte può essere di conforto alla tristezza quotidiana e spingerci a proiettare lo sguardo oltre. Può attivare una coscienza civile, animare una tensione ideale che possa dare fiducia e speranza per un futuro migliore.

La sua è una pittura d’atmosfera, in cui oggetti, persone, riferimenti spaziali appaiono ridotti al minimo, quasi a segnare un teatro della scena al tempo riconoscibile e indefinito, uno spazio fisico e mentale che abrade il fattore tempo. A cosa si deve tutto ciò?

Nelle opere degli ultimi 25 anni tendo sempre più ad una semplificazione ed essenzialità e a descrivere il meno possibile a vantaggio della pittura in sé. È una mia esigenza interiore che si è consolidata ancora di più nel periodo della pandemia in cui nella città c’era un vuoto abissale ed una distanza siderale. Questa essenzializzazione però non esclude mai la circolarità dialettica di luce-buio, pieno-vuoto, interno-esterno. Anzi direi che l’abolizione di particolari più descrittivi rende più avvincente l’alternanza della visione ed il respiro della composizione. E poi vorrei far notare che l’assenza è solo apparente, appunto perché così radicale, presuppone il suo contrario: la presenza. Mi pare inoltre che, nella nostra realtà odierna, l’eccesso di immagini frantumate, sovrapposte e mescolate, che, con smodata invadenza, mescolando realtà e spettacolo, entrano nella nostra quotidianità, generino una sorta di assuefazione creando una confusione che opacizza le nostre coscienze. La mia ricerca di essenzialità nell’arte coincide con il desiderio di prendere le distanze dal caos, di fare chiarezza, di inseguire una semplificazione concettuale con una pausa di silenzio e riflessione. Vuole essere una resistenza rigorosa, un antidoto all’invadenza cialtrona che mira a mescolare e confondere tutto: tragedia e spettacolo, vita e morte, bellezza e orrore, suono e fragore.

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Giuseppe Modica, Alternanza Luce-Buio, 2024, trittico, olio su tela, cm 30×90 (part.)
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Alternanza Luce-Buio, 2024, trittico, olio su tela, cm 30×90