Altre Ecologie - Quando l'Arte protegge il Pianeta

Storie di ingiustizia e povertà negli scatti di Tina Modotti

di Teresa Lanna.

Storie di ingiustizia e povertà negli scatti di Tina Modotti

«Penso di essere una fotografa, nient’altro. Se le mie fotografie risultano diverse da ciò che solitamente viene fatto in questo campo, è esattamente perché cerco di produrre non arte ma fotografie oneste, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi cerca ancora effetti “artistici”, limitando altri mezzi o espressioni grafiche… La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo in quell’istante e perché si fonda su ciò che oggettivamente esiste davanti all’obbiettivo, costituisce il mezzo più soddisfacente per registrare la vita vera in tutti i suoi aspetti, e da ciò deriva il suo valore documentario».

La verità, nient’altro che la verità; catturata nella sua naturale crudezza. Questa era la fotografia di Tina Modotti; quella che emerge dalle sue stesse parole e che rispecchia l’essenza più profonda dell’arte fotografica: documentare, semplicemente, senza manipolare. Tutto ciò dovrebbe essere scontato; eppure, ieri come oggi, suona quasi come sconveniente, rivoluzionario. Proprio come lo stile inconfondibile di Tina Modotti.

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, detta “Tina” (Udine, 1896 – Città del Messico, 1942) è una delle personalità più importanti del XX secolo, nonché una figura di grande fascino del movimento comunista e della fotografia mondiale. Tina nasce da una famiglia operaia aderente al socialismo di fine Ottocento: il padre, Giuseppe, di mestiere fa il meccanico e il carpentiere; la madre, Assunta Mondini, lavora come cucitrice.

I suoi scatti sono caratterizzati da una profonda sensibilità sociale; Tina, infatti, ha ritratto la vita dei lavoratori, dei contadini e delle donne, documentando le battaglie per la giustizia sociale e la libertà.
Inizia a fotografare a San Francisco, negli Stati Uniti, quando era un’attrice con l’hobby della fotografia, ma presto si appassiona a questo mondo e comincia ad approfondirlo con Edward Weston, uno dei più celebri fotografi internazionali, il quale la aiuterà a sviluppare il suo talento.
Le foto da lei scattate in Messico, dove si trasferì, illustrano perfettamente la sua militanza politica; al contempo, la sua creatività, che emerge nel corso dei pochi anni che riuscirà a dedicare alla fotografia, rivela una donna dallo spirito libero ed anticonformista, dotata di una bellezza eterea, che non si preoccupava affatto di mettere in risalto.

Tina Modotti, Campesinos che leggono El Machete, Messico 1929

Poverissima e costretta ad emigrare, Tina avrebbe potuto intraprendere la carriera cinematografica e sfruttare la sua bellezza per ottenere facili guadagni, ma la sua scelta di libertà la conduce, invece, ad uscire di scena e ad approfondire l’arte della fotografia con il suo primo compagno, il pittore canadese Roubaix del’Abrie Richey, dagli amici detto “Robo”; in seguito, con il già citato Edward Weston, allora fotografo non ancora famoso, che le insegna i primi trucchi del mestiere.
Con lui, nel 1923, si trasferisce in Messico; qui frequenterà grandissimi pittori e poeti: da Frida Kahlo a Diego Rivera, da José Clemente Orozco a David Alfaro Siqueiros; ma anche fotografi come Manuel Alvarez Bravo e sua moglie Lola; inoltre, musicisti, poeti e scrittori, come ad esempio David Herbert Lawrence e Vladimir Vladimirovič Majakovskij.
Prima arrestata e poi espulsa dal paese, si rifugiò a Mosca; qui divenne membro del Soccorso Rosso internazionale, svolgendo attività clandestine e missioni segrete internazionali a fianco del nuovo compagno, il dirigente comunista Vittorio Vidali. Con lui partecipa alla lotta antifranchista durante la guerra civile spagnola, stringendo rapporti d’amicizia con Robert Capa, Hemingway, Machado e Dolores Ibarruri. Con lo stesso Vidali, la Modotti torna poi in Messico, in un regime di semiclandestinità.

Tina smetterà di essere attrice, ma non modella. Poserà per i grandi Muralisti; vivrà, nei primi anni trascorsi in Messico, una totale libertà di pensiero che sarà sempre il faro principale del suo breve cammino di vita. Ma, soprattutto, si discosterà ben presto da Weston, affermando la sua cifra stilistica personale, ancora oggi unica ed ineguagliabile.
Tina Modotti trasforma via via il suo modo di fotografare; nel giro di qualche anno, il proprio interesse passa dalla natura (rose, calli, canne di bambù, cactus, …) all’indagine e alla denuncia sociale; le sue opere finiscono, così, per avere spesso una connotazione ideologica, focalizzandosi sui simboli del lavoro, sul popolo e sul suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello, e così via). 

Oltre che negli Stati Uniti ed in Messico, Tina Modotti vivrà in Russia e nell’Europa degli anni Trenta, profondamente divisa tra fascismo e antifascismo, e sarà sempre in prima linea nel portare soccorso alle vittime di conflitti come la Guerra di Spagna; in particolare, ai bambini. Al termine della guerra civile spagnola, Tina, provata moralmente e fisicamente, verrà nuovamente accolta in Messico, dove vivrà, nel più completo nascondimento, gli ultimi anni della sua breve esistenza terrena accanto a Vittorio Vidali.

Dell’attività di fotografa di Tina Modotti, che copre un arco temporale di cinque anni (dal 1924 al 1929), rimangono solo duecento fotografie; immagini che, da sempre, catturano, come nessun’altro prima di lei, la bellezza e la dignità delle persone comuni, spesso ai margini della società: «Credo che la fotografia possa dare voce alle persone che spesso vengono dimenticate». I suoi scatti sono sovente caratterizzati da un uso drammatico della luce e della composizione, che ha dato vita a foto evocative e memorabili: «La fotografia è un mezzo potente per raccontare storie e cambiare il mondo».

Tina Modotti ha realizzato molte fotografie importanti, che sono state esposte in tutto il mondo e hanno influenzato generazioni di artisti. Tra i suoi scatti più iconici, c’è il “Ritratto di Frida Kahlo” (1929), in cui la Modotti cattura la bellezza e la forza di una delle artiste più importanti del XX secolo; “Manifestazione del Primo Maggio a Città del Messico” (1928): questa fotografia documenta una manifestazione di lavoratori a Città del Messico, attraverso un particolare uso della luce e della composizione atta a creare un’immagine potente e drammatica; “El Penitente” (1926): questo scatto ritrae un uomo coperto di sangue durante una processione religiosa in Messico. Qui Tina Modotti usa la luce e la composizione per creare un’immagine inquietante e suggestiva.

Molti nomi importanti della fotografia hanno espresso il loro apprezzamento per il lavoro di Tina Modotti.
Tra questi, Henri Cartier-Bresson, che afferma: «Tina Modotti era una fotografa straordinaria. Il suo lavoro è caratterizzato da una grande sensibilità sociale e da un uso magistrale della luce e della composizione». Poi, Dorothea Lange: «Tina Modotti era una pioniera della fotografia sociale. Il suo lavoro ha contribuito a sensibilizzare il pubblico alle ingiustizie sociali». Inoltre, Sebastião Salgado: «Tina Modotti era una fotografa coraggiosa e impegnata. Il suo lavoro è un’ispirazione per tutti i fotografi che vogliono usare la loro arte per cambiare il mondo».

Tina Modotti non esiterà ad abbandonare l’arte per il crescente impegno nell’attivismo politico. A causa di questo verrà ingiustamente accusata di complicità nell’assassinio del suo compagno, il giornalista cubano Julio Antonio Mella, e poi di aver preso parte all’attentato al presidente messicano.

Tina Modotti è una stella che ancora brilla nel panorama della fotografia contemporanea ed i suoi scatti inconfondibili arricchiscono le collezioni dei più celebri musei del mondo.
Ancora oggi la Modotti rappresenta il simbolo di una donna emancipata e moderna, la cui arte è indissolubilmente legata all’impegno sociale, ma che suscitò anche un’immensa ammirazione per il pieno ed incessante rispetto di sé stessa, del suo pensiero e della sua libertà.
Al contrario del suo compagno, Vittorio Vidali, la Modotti non potrà mai fare ritorno nella sua città d’origine (Udine) a causa delle sue attività antifasciste e di una scomparsa prematura avvenuta durante l’esilio messicano a soli 46 anni.

La sua riscoperta inizierà negli Anni Settanta grazie a Vidali che, rientrato in Italia e divenuto poi senatore, comincerà a scrivere di Tina e a rendere pubblica la sua eredità artistica, incoraggiato anche da un interesse internazionale espresso dalla grande mostra dedicata a Tina Modotti dal Moma di New York, che ebbe luogo nel 1977 ed in cui furono esposte al pubblico quaranta fotografie.
Con la nascita del Comitato Tina Modotti e con il contributo fondamentale di Vidali, prende il via la ricostruzione della collezione all’epoca più completa delle sue opere; inoltre, dei documenti che raccontano la sua vita costellata di prove.

Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell’architetto Hannes Mayer, Tina Modotti ci lascia, colpita da infarto, mentre si trova dentro un taxi che la sta riportando a casa.
Come era già successo dopo l’assassinio di Julio Antonio Mella, la stampa reazionaria e scandalistica cercherà di far apparire la morte di Tina come un delitto politico, attribuendone la responsabilità a Vittorio Vidali.
La sua fine, come l’intera sua esistenza, oltre che da un fitto mistero, fu avvolta da ipotesi leggendarie di complotti, perché Tina Modotti aveva vissuto fino in fondo, sia i propri sentimenti privati che l’impegno politico; quest’ultimo aspetto l’aveva resa sgradita al potere ma adorata dal popolo e dall’opposizione di sinistra.
Dopo la sua morte, molte furono le personalità del mondo dell’arte che le resero omaggio; fra queste, Picasso, Rafael Alberti e Pablo Neruda. Questi, indignato per le polemiche postume, le dedica una celebre poesia, i primi versi della quale sono scolpiti sulla tomba di Tina Modotti, ubicata al Pantheon de Dolores, a Città del Messico. Il poeta la chiama “sorella” e la descrive come una donna coraggiosa e determinata, che ha dedicato la sua vita a combattere per gli oppressi.

L’epitaffio inizia con una domanda: “Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi?”; essa suggerisce che Neruda crede che Tina sia ancora viva, malgrado la realtà attesti il contrario. Il suo spirito continua a lottare per la giustizia, anche se il suo corpo è ormai spento:
Tina Modotti, hermana no duermes, no, no duermes: tal vez tu corazón siente crecer la rosa de ayer, la última rosa de ayer, la nueva rosa. Descansa dulcemente hermana.
Sobre el joyel de tu cuerpo dormido aún protende la pluma y el alma ensangrentada como si tú pudieras, hermana, resolverte y sonreír sobre el fango”.
(“Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente sorella.
Sul gioiello del tuo corpo addormentato ancora protende la penna e l’anima insanguinata come se tu potessi, sorella, risollevarti e sorridere sopra il fango”.)
Teresa Lanna

Immagine in evidenza: Tina Modotti, Concha Michel e i suoi assistenti all’inaugurazione della Escuela (part.)

Immagini dalla mostra
“Tina Modotti. L’opera”
22 Settembre 2023 – 28 Gennaio 2024
PALAZZO ROVERELLA
Via Giuseppe Laurenti, 8/10, 45100 Rovigo
0425 460093; palazzoroverella.com