Un viaggio nella memoria e nella perdita. Intervista a Marcello Vandelli

di Teresa Lanna.

Un viaggio nella memoria e nella perdita. Intervista a Marcello Vandelli

L’arte si presenta così: un crudele labirinto che non ti dà pace, ma che ti attrae con la forza di una necessità. Una voce che ti chiama, sempre, e che non puoi ignorare”.
Questo è l’impulso che, ininterrottamente, anima, sin dall’inizio, il lavoro di Marcello Vandelli.

Nato nel 1958 a San Felice sul Panaro, in provincia di Modena, Vandelli è un artista noto, tra le altre cose, per il suo simbolismo esistenziale intriso di elementi onirici e di paradossi. La sua opera, nel corso degli anni, ha ottenuto ampi riconoscimenti e consensi.

Tra i tanti eventi che lo hanno coinvolto, si ricordano, nel 2015, l’esposizione di “Àncora Christi” a Mirandola per la commemorazione del terremoto dell’Emilia e la personale “Le vibrazioni del colore”. Nel 2016 ha allestito la personale “Strati d’esistenza” a Bologna, presso il Palazzo dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna, donando poi l’opera “Amanti approssimativi”. Nel 2017 ha partecipato alla seconda Biennale d’Arte Contemporanea di Barcellona. Dopo aver vinto il Premio Internazionale “Paolo Levi”, presso le stanze del Tiepolo a Milano, ha esposto alla Biennale Internazionale delle Fiandre e, nel 2019, ha inaugurato a Roma “L’apparenza e l’essenza”.

Alcune opere di Marcello Vandelli sono in collezioni museali prestigiose come quella del Museo “Oud Sint-Jan” di Bruges (con “Nessuno si salva da solo”) e in collezioni private. Nel 2021 è stato premiato per l’opera “Rimarranno solo le ombre”. Dal 2022, la sua serie “Via Crucis, semantica oltre il tempo” è esposta permanentemente nella Chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Roma.

L’intervista

[Teresa Lanna]: Lei è nato a San Felice sul Panaro, in provincia di Modena. Ci descriva i primi passi nel mondo dell’arte; cosa lo ha spinto ad intraprendere il suo percorso professionale e quanto l’ambiente in cui lei è vissuto ha influenzato le sue scelte?

Marcello Vandelli

[Marcello Vandelli]: L’arte, in realtà, era già dentro di me. Non l’ho cercata: si è semplicemente rivelata, come un talento latente in attesa del giusto pretesto per manifestarsi. È bastata un’esperienza vissuta, un frammento di realtà, uno slancio di curiosità, per innescare il processo creativo. E da lì ho cominciato ad alimentarla; le ho dato carburante, fede, costanza. La mia espressione artistica è nata dal mio vissuto, dagli incontri, dalle scosse interiori che la vita sa dare. È come se ogni esperienza fosse un richiamo, un’urgenza. L’arte si presenta così: un crudele labirinto che non ti dà pace, ma che ti attrae con la forza di una necessità. Una voce che ti chiama, sempre, e che non puoi ignorare. L’ambiente in cui sono cresciuto, con le sue contraddizioni, il suo realismo e la sua umanità, ha inciso profondamente sul mio sguardo. Non mi ha fornito solo i temi, ma anche il tono, l’intensità, la spinta a trasformare ciò che è personale in qualcosa di universale.

Le sue opere non sono prive di paradossi ed elementi onirici e sembrano evidenziare, a tratti, influssi dechirichiani e daliniani. Quali artisti, in modo particolare, le hanno fornito i maggiori spunti creativi?

Preferisco essere riconoscibile, anche a costo di ripetere certi errori. L’idea di coerenza stilistica per me ha un valore maggiore rispetto alla perfezione formale: è ciò che mi distingue, che rende la mia opera autentica. La riconoscibilità è una forma di verità.
Spesso mi si dice che nelle mie opere emergono influenze evidenti: chi ci vede Dalì, chi De Chirico, chi addirittura riferimenti a Licini. Ma non si tratta di un attingere diretto, né tanto meno di un processo imitativo. È, piuttosto, una convergenza di visioni: può succedere che io e un altro artista guardiamo lo stesso punto dell’orizzonte, anche se ci arriviamo da strade diverse. Il colore, nel mio lavoro, non è mai decorazione. È tensione, è contrasto, è narrazione. E il titolo diventa parte integrante dell’opera: non un didascalico riferimento, ma una chiave di lettura. Eppure, tutto resta aperto, perché ogni spettatore vede ciò che è pronto a vedere, ciò che porta dentro di sé. Lo stesso vale per la critica: ciascuno riconosce ciò che conosce. Ma io non cerco di aderire a uno stile altrui, né di rifiutarlo per partito preso. Il mio lavoro nasce da un’urgenza personale e si sviluppa attraverso un confronto continuo, mai passivo, con ciò che ho visto, letto, vissuto. In definitiva, posso dire che ogni mia opera è mia perché nasce da me, dal mio vissuto e dalla mia urgenza espressiva. Anche quando si intravedono echi, rimandi o somiglianze, il gesto resta mio. L’arte non è mai un punto d’arrivo, ma una continua ricerca. E finché sarò in questa ricerca, resterò fedele a me stesso.

Il suo lavoro si ispira, tra gli altri, al linguaggio Pop, che però lei rivisita a suo modo. In che maniera avviene tale rilettura e quali sono gli elementi distintivi che la caratterizzano?

Ci sono stati periodi della mia vita in cui mi sono sentito vicino, emotivamente e artisticamente, ad altri maestri. Ho attraversato fasi in cui ero affascinato dal gesto potente e irregolare di Emilio Vedova, o dai contrasti esplosivi di Schifano, o ancora dalla radicale semplicità di altri autori. Ma in ognuno di questi casi, il punto non era “prendere” da loro, bensì lasciarmi provocare da un’intuizione, da una vibrazione che poi elaboravo attraverso la mia esperienza e la mia visione. Il mio linguaggio è, sì, più popolare, più diretto, ma non per questo meno carico di significato. Io cerco, con mezzi semplici, di esprimere concetti complessi, visioni che affondano nella mia storia, nella mia sensibilità. Prendiamo, ad esempio, “Il peso della passera”, un’opera che nasce da una riflessione personale, viscerale, sul mio rapporto con l’amore e con la donna. Un tema intimo, che ho vissuto, e che ho trasformato in pittura, senza filtri, senza edulcorazioni.

Come descriverebbe l’evoluzione stilistica della sua arte nel corso del tempo?

La mia arte è in costante trasformazione, mai ripetitiva. Questo perché io per primo sento il peso, la responsabilità di ogni opera. Non potrei mai replicare meccanicamente un quadro solo perché ha avuto successo; sarebbe un tradimento, prima ancora che artistico, morale. È vero: ci sono artisti che reiterano lo stesso segno o la stessa composizione all’infinito. Prendiamo ad esempio le “palme” di Schifano: bellissime, ma ripetute fino all’esaurimento. Io non riesco a fare lo stesso. Ogni mia opera nasce da un’urgenza differente, da un pensiero nuovo. Il soggetto cambia, il messaggio evolve, e con essi anche il linguaggio formale.

Àncora Christi – 2015

La sua partecipazione alla commemorazione del terremoto dell’Emilia con l’opera “Àncora Christi” sul Palazzo comunale di Mirandola è stata un evento significativo. Come nasce e quale impatto ha avuto, per lei, esporre un’opera così potente in un contesto così particolare?

Quell’esperienza è stata per me profondamente toccante. Il terremoto dell’Emilia è stato un evento devastante, non solo dal punto di vista materiale, ma anche umano. Ricordo la paura negli occhi delle persone, la fuga, la sensazione di instabilità che aleggiava ovunque. E in quei momenti di disperazione, ciò che ho visto è stata una tensione istintiva verso qualcosa di certo, di trascendente. Una ricerca di salvezza, di speranza. Di fede, se vogliamo. “Àncora Christi” nasce proprio da questa osservazione: da quella umanissima necessità di aggrapparsi a qualcosa. È un’opera che non vuole essere solo simbolica, ma quasi fisica; un punto d’appoggio, un’àncora emotiva, spirituale. Esporla sul Palazzo comunale ha significato inserire l’arte in un tessuto ferito, provando a restituire un messaggio di resistenza, di rinnovamento. È stata una delle poche volte in cui ho sentito che un mio quadro era necessario; non solo voluto, ma richiesto, da una comunità intera.

Strati d’esistenza – 2016

La personale “Le vibrazioni del colore” e, successivamente, “Strati d’esistenza”, sembrano suggerire un interesse per aspetti sensoriali e concettuali. Potrebbe parlarci di queste mostre e del filo conduttore che le legava?

Queste due mostre sono legate da una tensione comune, ma affrontano tematiche diverse. “Le vibrazioni del colore” nasce da una sfida visiva e ambientale. Esponevo in uno spazio vasto, bianco, neutro; un auditorium dove ogni elemento sembrava sospeso. E allora ho scelto il colore come mezzo per invadere lo spazio, per scuotere l’occhio, per far vibrare l’ambiente. Le persone camminavano avanti e indietro, quasi ipnotizzate da questa ondata cromatica. Lì il colore era emozione pura, ritmo visivo, urto percettivo. “Strati d’esistenza”, invece, è un lavoro più intimo, più profondo, nato da esperienze personali dolorose. È un viaggio nella memoria e nella perdita. Ho perso molti amici in giovane età, spesso per via della droga, e questo ha lasciato solchi indelebili nella mia interiorità. L’opera principale della mostra, oltre tredici metri quadrati, racconta il passaggio di un uomo da una vita all’altra, segnato da scelte esistenziali che non ho mai condiviso ma che ho visto accadere. È un’opera di sedimentazione emotiva, in cui ogni “strato” rappresenta una voce, una storia, un’assenza. “Strati d’esistenza” è diventato, nel tempo, una sorta di archivio del dolore e della memoria. È un titolo che ritorna nella mia mente ogni volta che affronto un tema profondo. Anche adesso, mentre penso a un nuovo lavoro, “L’origine delle lacrime”, sento che affonda le sue radici proprio lì, in quello stesso terreno emotivo. Per me, dunque, queste due mostre rappresentano le due polarità della mia ricerca: da un lato, la vibrazione percettiva del colore; dall’altro, il peso della memoria e dell’esistenza.

Amanti Approssimativi – 2016

La donazione dell’opera “Amanti approssimativi” al Palazzo dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna ha un valore simbolico importante. Qual è il messaggio che desiderava comunicare con quest’opera e perché ha scelto di donarla a questa istituzione?

La scelta di donare “Amanti approssimativi” al Palazzo della Regione Emilia-Romagna non è stata casuale: è stata un’offerta simbolica a un luogo deputato al dialogo, al compromesso, all’incontro tra visioni differenti; proprio come accade nelle relazioni umane, che sono spesso il teatro di contraddizioni, attese e approssimazioni. Il messaggio del quadro è tutto racchiuso nel titolo. Viviamo in un tempo in cui l’amore, l’unione, la convivenza sono costantemente sottoposti a pressioni esterne, attrazioni improvvise, paure interiori. Le relazioni si tengono insieme con fatica, a volte con menzogne, spesso con il timore della solitudine. Tutto questo rende ogni unione, inevitabilmente, “approssimativa”. L’opera è stata accolta in Regione con entusiasmo inaspettato: per sei mesi è rimasta in esposizione, diventando parte di un allestimento imponente, ricco di colore, che ha rotto la neutralità dell’ambiente istituzionale. In fondo, anche la politica, come l’amore, è fatta di equilibri imperfetti. Per questo “Amanti approssimativi” mi è sembrata una scelta coerente, perfino necessaria.

La partecipazione a Biennali internazionali come quella di Barcellona e delle Fiandre rappresenta per lei un grande riconoscimento. Quali sensazioni le dà il confronto con il panorama artistico internazionale?

Partecipare a rassegne internazionali come le Biennali di Barcellona e delle Fiandre è stato per me un momento di apertura e confronto, ma anche una forma di omaggio. Non tanto una competizione, quanto un desiderio di respirare quell’atmosfera, quell’aria intrisa di memoria artistica, che grandi nomi, come Picasso, presente con una collezione straordinaria proprio nelle Fiandre, hanno abitato. Quando ho inviato i miei quadri, non ho pensato alla carriera o alla visibilità. L’ho fatto per rispetto, per allinearmi simbolicamente a una storia più grande, come un gesto di gratitudine verso ciò che l’arte europea rappresenta. Credo che certe opere non dovrebbero mai essere vendute, ma donate. L’atto della donazione, per me, ha un valore etico, quasi spirituale. Che l’opera venga esposta, archiviata, dimenticata o ritrovata è secondario. Ciò che resta è il gesto. Un quadro che attraversa i confini e trova una casa altrove è una parte di sé che si offre al mondo, senza chiedere nulla in cambio.

Nessuno si salva da solo – 2018

L’opera “Nessuno si salva da solo” è parte della collezione permanente del Museo “Oud Sint-Jan” di Bruges. Ci può descrivere la genesi della sua creazione?

“Nessuno si salva da solo” è nata in un momento di profondo raccoglimento, quasi di resa emotiva. Il titolo riprende una verità tanto semplice quanto ineludibile: quando si tocca il fondo, quando tutto vacilla, ciò che si cerca non è una soluzione razionale, ma un appiglio. Una presenza, una forma, un segno che dia speranza. L’opera contiene simbolicamente la figura dell’àncora, già presente in “Àncora Christi”, ma qui àncora più intensa. L’àncora rappresenta quel punto di tenuta che ciascuno di noi ricerca nei momenti di crisi. Ed è un simbolo che affonda nella memoria infantile, nel catechismo, nelle immagini imposte dalla cultura religiosa che ci ha formati. Anche se razionalmente ci si allontana da tutto questo, nei momenti più bui è lì che la mente ritorna. “Nessuno si salva da solo” è un’opera sulla vulnerabilità e sulla necessità dell’altro. È il riconoscimento, anche doloroso, che non siamo mai davvero autosufficienti. Siamo esseri relazionali, e spesso, anche senza volerlo, ci aggrappiamo a ciò che ci è stato insegnato da piccoli, quando ogni simbolo aveva un significato assoluto. Per questo è un quadro che non ha solo una forza pittorica, ma anche una forza archetipica. E credo che sia per questo che ha trovato casa in un museo come l’Oud Sint-Jan: perché parla a qualcosa di profondamente umano, universale.

Rimarranno solo le ombre – 2019

Il 1º Premio Assoluto, ricevuto per l’opera “Rimarranno solo le ombre” ha sicuramente segnato una tappa fondamentale del suo percorso. Qual è la storia e il significato di quest’opera?

“Rimarranno solo le ombre” è un’opera che nasce da una ferita silenziosa, da una riflessione intima e universale sul tempo e sull’assenza. Ho rappresentato un lungo tavolo, simbolo di una famiglia unita, di una quotidianità piena di voci, di presenze. Era la mia casa, la mia storia: tre figli, una moglie, una vita insieme. Poi il tempo scorre. I figli crescono, se ne vanno, la casa si svuota. E quel tavolo, una volta gremito, resta lì, immobile, a contenere solo ombre. L’opera parla di solitudine, ma anche di memoria. È un requiem per le cose che finiscono, ma che continuano a vivere nei dettagli: nei posti vuoti, nei ricordi, nei silenzi che pesano più delle parole. Credo che abbia colpito tanti proprio perché racconta qualcosa di profondamente condiviso: il passaggio dalla pienezza al vuoto, il senso di perdita che tutti, prima o poi, attraversiamo. Vincere quel premio, tra migliaia di artisti, è stato toccante non tanto per il riconoscimento in sé, ma perché mi ha confermato che la verità – anche se personale, anche se dolorosa – arriva. L’arte non deve essere spettacolare. Deve essere autentica. E “Rimarranno solo le ombre’ è forse una delle cose più vere che io abbia mai dipinto.

La serie di opere a soggetto cristologico, “Via Crucis, semantica oltre il tempo”, esposte permanentemente nella Chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Roma, rappresenta un aspetto particolare della sua produzione. Come è nato questo progetto e qual è il suo significato spirituale e artistico?

Tutto è nato da un’epifania, da un cortocircuito visivo: ero entrato nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli, e lì, in quel luogo sacro, ho visto dei ragazzi intenti a scattarsi selfie, come se fossero in una piazza o in un centro commerciale. È stato allora che ho avuto l’intuizione: e se la Passione di Cristo si svolgesse oggi, cosa accadrebbe? Da qui, la mia Via Crucis moderna: ogni stazione è una traslazione contemporanea, in cui Cristo, nella sua sofferenza, viene osservato, fotografato, filmato. L’umanità, distratta, non partecipa più: registra. Così ho inserito nei dipinti elementi quotidiani: bambini con lo smartphone, adulti che assistono alla violenza come spettatori passivi, restituendo una riflessione amarissima sull’indifferenza, sulla sacralità che si dissolve nella superficialità dell’istantanea. È un’opera che grida silenziosamente, perché lo fa con il linguaggio del presente.

Via Crucis, semantica oltre il tempo

Come vede l’evoluzione del suo lavoro in futuro? Ci sono nuove direzioni o sperimentazioni che sta esplorando?

Io non faccio progetti. Non pianifico, non traccio rotte. La mia pittura è un’esplosione istintiva, nasce da uno scarto, da un’urgenza che non prevede calendari. Non ricordo cosa ho mangiato ieri, figuriamoci se posso sapere cosa dipingerò domani. Preferisco lasciare che siano le emozioni, le fratture, gli incontri a indicarmi la via. Ogni opera è figlia di un momento irripetibile. La vera novità, per me, è sempre inattesa: non va cercata, ma colta quando arriva, come si coglie una tempesta.

Qual è il suo rapporto con il pubblico e con la critica? C’è un episodio, in particolare, in cui ricorda di aver ricevuto un elogio inaspettato in relazione a qualche sua opera in mostra?

Ho imparato a convivere con il giudizio. L’approvazione è sempre gradita, ma non la cerco. Ho ricevuto molti complimenti, e certo, fanno piacere, ma non sono mai diventati un fine. L’unica critica che mi colpì davvero fu anonima e non riguardava la mia arte, ma il mio pensiero: dissi che, per certi spiriti, il tempo trascorso a scuola poteva essere tempo perso, se non usato per coltivare il proprio difetto, perché è nel difetto, quando diventa cifra riconoscibile, che nasce l’identità artistica.

Cosa consiglierebbe a un giovane artista che si affaccia oggi nel mondo dell’arte?

Non saprei dare un consiglio. Forse perché io stesso, quando me ne danno uno, faccio l’opposto. Credo che ogni artista debba seguire ciò che lo chiama dall’interno. Non c’è un manuale. A me, per esempio, tutto è cominciato ascoltando i Doors: la loro musica accendeva qualcosa che mi spingeva a disegnare, a creare, anche senza una logica apparente. Chi sente il bisogno di dipingere, lo faccia. Senza aspettarsi niente, senza cercare approvazione. E se vuole conoscere la storia, guardi pure ciò che è stato. Ma non dimentichi mai di ascoltare sé stesso, perché è da lì che nasce tutto.

La sua mostra “Cruel Labyrinth”, tenutasi nel maggio 2025 presso la storica Società delle Belle Arti – Circolo degli artisti “Casa di Dante” di Firenze, ha permesso al visitatore di ammirare una trentina di quadri che mostrano le problematiche esistenziali dell’essere umano a trecentosessanta gradi. Come afferma Raffaella Rita Ferrari che, insieme a Giancarlo Bonomo è stata curatrice dell’esposizione, “la sua arte è un atto di sfida, un manifesto di esistenza bruciante, contemporanea, dove si rende necessario descrivere il proprio tempo senza però dimenticare la preziosità dell’insegnamento del passato”. Sulla base di questa definizione, quali sono, secondo lei, i “labirinti” esistenziali più tortuosi per la società di oggi?

Il mio labirinto più crudele è uno solo: il bisogno compulsivo di dipingere. È una dipendenza che non mi lascia tregua. Non riesco a farne a meno, anche quando vorrei dedicarmi ad altro. È una prigione e una salvezza, una malattia e una grazia. Anche le relazioni personali finiscono per essere subordinate a questo impulso. Lo so, è una confessione dura, ma è la verità: a volte rinvio tutto, perfino l’amore, per finire un quadro. Quanto ai labirinti della società, non saprei giudicare. Forse perché, per me, tutto ciò che non è pittura è secondario. Vivo immerso nella mia ossessione e fatico a dare peso al resto. I problemi degli altri mi sfiorano, ma non mi penetrano. Non per insensibilità, ma per priorità: dipingere è la mia urgenza, il mio unico modo per dare senso al tempo.

L’intervista a Marcello Vandelli è stata resa possibile grazie al prezioso contributo, anche redazionale, di Giancarlo Bonomo e Raffaella Ferrari, co-curatori della mostra “Cruel Labyrinth / Labirinto crudele”, che ha visto esposti una trentina di opere dell’artista presso la storica Società delle Belle Arti – Circolo degli artisti “Casa di Dante” di Firenze.

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Labirinto crudele – 2024 (part.)