La Metafisica dell’Antropocene nell’arte di Giovanni Iudice

di Mariateresa Zagone.

La Metafisica dell'Antropocene nell'arte di Giovanni Iudice

Giovanni Iudice è nato a Gela nel 1970 dove ancora oggi vive e lavora.
A colpire soprattutto, nel suo linguaggio, è il rapporto con la realtà siciliana e con il suo linguaggio visivo, dal paesaggismo ottocentesco agli esiti realisti del novecento. La sua pittura potrebbe apparire iperrealista ad uno sguardo superficiale ma la precisione lenticolare del di-segno porta quasi sempre l’occhio in un altrove, nulla infatti è più surreale e astratto del reale e del visibile, come affermava Giorgio Morandi.

Le sue spiagge, la carne ammassata dei corpi, le sue figure, richiamano la pittura degli anni del secondo dopoguerra che, in Sicilia come nel resto d’Italia, sono stati dominati da un fortissimo interesse per la realtà. Ci si potrebbe chiedere se oggi abbia ancora senso parlare di realismo, dopo tanti anni di figurazione ma Iudice non ha dubbi in proposito, ha scelto sin dall’inizio una linea che non ha mai abbandonato: la ricerca, cioè, di un’umanità che vive in periferia, ai margini della società, cui attribuisce il senso di una profonda integrità assai lontana da quella che siamo abituati a vedere sulle pagine delle riviste patinate o in televisione. Iudice scava nell’animo umano attraverso lo studio dei corpi e della loro prossemica.

I suoi sono esiti di un espressionismo realista, morsa da cui è stato quasi dolce lasciarsi stringere, che ha le sue origini nel grande Novecento siciliano, da occidente ad oriente, da Guttuso a Migneco e che, come ogni realismo, ha la presunzione di incidere sulla realtà, una realtà fatta di gesti meccanici, quotidiani e ripetitivi ma che diventano eterni. Nella sua opera pittorica bisogna cercare l’ostinazione di una intelligenza eminentemente visiva che usa il segno per esprimere dolore, allegria, amore ed ogni altra forma di sentimento nel comporsi di un linguaggio inconfondibile.
Questo realismo antiaccademico, esito ineludibile di un personalissimo percorso artistico da autodidatta, sospeso tra misteriose perfezioni ed enigmatiche inquietudini, proviene da un’originale ibridazione tra ossessione miniaturistica e artificio intellettuale, dall’imprevedibile innesto di una innovazione mediatica su una tradizione figurativa millenaria.

L’intervista

[Mariateresa Zagone]: La pittura realista sottende sempre, consciamente o inconsciamente, la volontà di poter incidere sulla realtà, di poterla modificare. Questo assunto risponde anche alla tua visione dell’arte?

Giovanni Iudice

[Giovanni Iudice]: Si, genericamente è così. Trovo però che il realismo sia una strada aperta e non necessariamente mimetica; penso ad esempio al grande Picasso e al fatto che, benché il linguaggio utilizzato sia cubista, la tensione civile, politica ed etica sia da annoverare decisamente in una visione realista. L’artista quindi si confronta con la realtà, interagisce con essa interpretandola in forma più complessa e profonda.
Il mio lavoro vuole bypassare i veli e le apparenze: le mie marine sono essenzialmente visioni drammatiche, il mare è spesso selvaggio, battuto dal vento, le mie spiagge sono sempre rappresentazioni di angoli sperduti della Sicilia, gli ombrelloni sono posizionati casualmente, come avviene di norma alle nostre latitudini in cui i Lidi attrezzati sono, per fortuna, ancora molto rari, sono spiagge della complessità e non dell’ipocrisia, in cui rappresento la “normalità” che riguarda tutti.

In “Nuvole a Venezia” come in altre opere soprattutto dell’ultimo periodo, la realtà sembra andare decisamente oltre il reale stesso. La tua pittura, lenticolarmente definita in ogni dettaglio, sembra stridere con la visione d’insieme della retina, necessariamente più sintetica. Sembra che tu definisca una sorta di Meta-realtà.

Sono sempre stato affascinato dalla costruzione di immagini che nella realtà sarebbero impossibili, penso ad esempio a Las Meninas, trovo che Velazquez sia stato quasi un anticipatore del Realismo Magico con quest’opera. “Nuvole a Venezia” è di certo fra le mie opere più concettuali in cui il primato dell’abilità tecnica, che non significa rivolgere lo sguardo al passato, si sposa con la scelta di soggetti metafisici come il barcone carico di migranti su Canal Grande, elemento paradossale ma anche simbolico di quel contrasto tra miseria e lusso, dramma ed edonismo, bruttezza e bellezza, o come i piedi (simbolo di umiltà e di chi attraversa il deserto) che scivolano in alto dalle nuvole mischiandosi ad esse. All’inizio i mie racconti, emblema di “sicilitudine” erano solo personali, adesso sono diventati epici, paradigmatici di una condizione universale.

Fai uso della macchina fotografica per la realizzazione dei tuoi dipinti?

Molto, il mezzo fotografico mi permette di catturare momenti altrimenti troppo fugaci per l’occhio umano, momenti che poi rielaboro in studio.

Ci racconti il tuo percorso artistico? Quando ti sei accostato alla pittura?

Ho iniziato a disegnare da piccolissimo ma non ho potuto frequentare l’istituto d’arte in quanto non era presente a Gela, ho proseguito gli studi studiando come infermiere ma ho continuato sempre a disegnare e a dipingere fino a quando, nei primi anni ‘90, un gallerista di Ragusa, Cassiano Scribano, la cui galleria era in linea con la figurazione, mi invitò a fare la mia prima personale.

Andrea Camilleri, parlando dei siciliani, li divideva in due categorie: i siciliani “di scoglio” quelli cioè che riescono ad allontanarsi solo fino al più vicino scoglio, e quelli “di mare aperto” che prendono il largo e vanno via. Tu come ti definiresti? Cos’è per te la Sicilia e quanta importanza ha nella formulazione del tuo linguaggio visivo?

Ho deciso responsabilmente di vivere in Sicilia ma ho viaggiato moltissimo quindi diciamo che incarno entrambi i tipi descritti da Camilleri. Nella Sicilia mi riconosco, soprattutto nella luce, il suo genius loci mi appartiene profondamente. Sento di aver sfatato il mito della “fuga” da essa nonostante qui non esista un “sistema dell’arte”, come contraltare però trovo che manchi, o sia comunque meno presente che altrove, la visione modaiola. Amo scoprire il territorio nei suoi aspetti più vergini e incontaminati, indagarlo con la pittura, cercare di vivere lontano dai luoghi comuni. Ci sono due modi per raccontarlo, attraverso la comunicazione e attraverso l’espressione, credo che l’artista possa farlo solo attraverso il secondo.

Quasi tutte le tue opere hanno il mare e le spiagge come ambientazione di una moltitudine di persone ammassate le une sulle altre. Cosa ti affascina di questa umanità?

Forse mi ripeto ma è il vero che mi affascina, la genuinità della vita. E qui mi sento di lanciare una frecciatina polemica soprattutto al mondo del collezionismo; molti comprano arte al di là del piacere estetico, come uno status sociale, come potrebbe essere acquistata un’automobile o una borsa di lusso. Ovviamente questo tipo di collezionismo di “vanità” si pone agli antipodi di una pittura come la mia che cerca in maniera ostinata la verità. E c’è un altro problema che ritengo grave e cioè l’acquisto di artisti che scimmiottano, ove non copino toutcourt, altri artisti, il tutto nella totale ignoranza di molti acquirenti e di qualche critico.

Gli “ultimi” sono i tuoi soggetti preferiti, prima la gente comune, casalinghe ed operai che si godono una domenica sulla spiaggia dopo giornate interminabili di lavoro, i migranti che giungono stremati alle coste siciliane del sud, quelle che tu vivi. Riecheggia in te una tensione verista che ricorda il “ciclo dei vinti” verghiano.

Decisamente si, mi ritengo vicinissimo alla poetica di Verga, soprattutto a quella delle novelle e dei Malavoglia.

Qual è il tuo rapporto con la Storia dell’arte? Quali artisti o correnti sono stati imprescindibili per l’elaborazione del tuo linguaggio?

Sin dai miei esordi, durante le lunghe attese notturne da guardia infermieristica in ospedale, ho iniziato il mio dialogo platonico con alcune delle coscienze più autorevoli della storia dell’arte, da Antonello da Messina a Velazquez, da Hopper a Wyeth, da Freud a Bacon, da Gianfranco Ferroni a Piero Guccione. E, infine, la sconvolgente lezione di Antonio Lopez-Garcia, oltre a Michelangelo e, in genere, al Rinascimento italiano tutto, visto il mio amore incondizionato per la figura umana. Ma mi pongo sempre il problema dell’immagine perchè dopo tanti secoli di figurazione cadere nella copia è facilissimo. La battaglia con me stesso sull’originalità è costante.

Le tue opere sono opere di luce, opere prettamente mediterranee.

Si, la luce mi ha portato a confrontarmi prima col paesaggismo siciliano ottocentesco di Francesco Lojacono, poi con Sorolla. Ritengo che la pittura mediterranea sia una pittura umanistica mentre quella del nord Europa è più romantica. Mi spiego: la vita quotidiana iene rappresentata, nella pittura nord europea, all’interno di stanze, il taglio è individuale, al contrario trovo che la pittura mediterranea sia orizzontale, rappresenta la vita sociale, in esterno, nel paesaggio, Sorolla ha persino rappresentato gli storpi in riva al mare.

Secondo te qual è la funzione dell’arte oggi?

L’arte, secondo me, deve partecipare sempre più alla vita sociale, deve intervenire e prendere parte, in qualche modo, alle soluzioni e non essere solo un fatto privato. Ha il compito di mostrare ciò di cui non ci si accorge immediatamente, quindi ha una grande responsabilità civile.

Cosa vorresti che il fruitore cogliesse principalmente nella tua opera?

Vorrei che i mie quadri emozionassero perché occorre muovere le coscienze e il realismo può farlo solo emozionando. Penso alla spiritualità contemplativa dei mari di Guccione rispetto ai quali i miei sono drammatici perché rappresentano il palcoscenico dell’agire umano.

Parlaci dell’esperienza della biennale di Venezia in cui sei stato chiamato ad esporre nel 2011 insieme a molti altri artisti fra i quali proprio Piero Guccione.

Venezia è stata qualcosa di molto emozionante, è stato un confronto con me stesso, più che con gli altri, la coscienza che tutti i sacrifici fatti non fossero stati vani.

Qual è il tuo rapporto col cinema?

Credo che per un artista figurativo il rapporto col cinema sia fondamentale, per me lo è soprattutto con il cinema di ambito neorealista. Fra i contemporanei adoro il cinema di Jean-Pierre e Luc Dardenne e quello di Lars von Trier. Baudelaire diceva che l’arte perfetta é quella bidimensionale in quanto la scultura, arte tridimensionale per eccellenza, svela troppo. Ecco, il cinema è la quintessenza della bidimensionalità.

Una domanda di rito per concludere. Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto lavorando molto sulla territorialità come emblema del presente, l’ambiente sta subendo trasformazioni incredibili a causa dell’uomo dell’Antropocene, definizione del premio Nobel olandese Paul Crutzen per indicare il nostro presente in cui l’ecosistema è stato trasformato dalle attività umane, non riesco a vedere il paesaggio sotto l’aspetto romantico, vedo una terra che si consuma come la carne nella flagellazione.

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