Altre Ecologie - Quando l'Arte protegge il Pianeta

I percorsi multimediali di un “asceta” della neofigurazione. Intervista a Francesco Totaro

di Mariateresa Zagone.

Intervista a Francesco Totaro

Francesco Totaro proviene da una fattualità non dogmatica che ha indifferentemente usato fotografia, scultura, pittura, grafemi di derivazione cinematografica e che negli ultimi anni – che hanno coinciso con una rinnovata attività espositiva – si è concentrata sul binomio pittura analogica/digitale. Lungi dal diventare fini, questi media hanno, al contrario, evidenziato quello che è sempre stato saldo nel suo percorso, l’interesse neo-umanistico per l’ανθρωπος, per il corpo reale, seppur parcellizzato in scatti fotografici o trasformato dall’alchimia di resine tali da non essere immediatamente riconoscibile. Corpo e deformazione di esso che hanno accompagnato il tempo in cui l’artista ha epifanizzato immagini di ciò che non è cartesianamente spiegabile e che riflette una dimensione parallela a quella tangibile. Dietro le sue immagini astrali si cela, a ben guardare, il bisogno di interiorità, l’esigenza che la vita esteriore e quella intima non occupino più dimensioni separate. L’energia che si respira è fortissima e nasce dalla dolorosa consapevolezza individuale che impone di ripartire dall’humanitas, di abbandonare la maschera, di spogliarsi degli orpelli.
La marcescenza dei frutti della contemporaneità, per sua stessa natura non compiuta, il volgere al termine, il punto zero di umanità a cui sembra si sia giunti, spinge l’artista ad un rush finale. Dalla percezione netta di una dicotomia ineluttabile, nasce la scelta obbligata fra il fenomeno e il noùmeno che chiede il conto. Il primo passo è chiamare le cose col proprio nome. La globalizzazione, il miraggio che essa prometteva, si sono manifestati per quello che erano: le ultime e più aggressive fasi del capitalismo che, più che combattuto, va compreso per poter scegliere un percorso altro e abbandonare i suoi feticci. Chiarezza semantica che parla di potere e di divisione ma anche di luce e unione.

Totaro avverte tutto ciò, si prepara e ci prepara ad un nuovo inizio che abbisogna di altri bagagli linguistici per essere affrontato, un “salto quantico” adatto a captare frequenze più alte che permettano il passaggio al mondo interiore. Non è una delle tante narrazioni fantascientifiche perchè accade spesso che l’arte e gli artisti accompagnino o precedano i cambiamenti di portata epocale. Una coscienza più lucida cui fa da controcanto una maggiore consapevolezza degli strumenti.

Così Totaro riscopre la tela e la tavolozza, ritorna al mestiere civile della pittura che gli urgeva dentro. Sceglie senza enfasi e senza esigenze ecumeniche, narra con costruzione paratattica e senza affabulazione oratoria. Le sue tele allora diventano Frames che inquadrano per la maggior parte un solo personaggio su sfondi ora colorati, ora monocromi, costruiti con pennellate larghe o imitando il pixel digitale, caleidoscopi che annullano le declinazioni del tempo con le loro riflessioni multiple e imprevedibili.

Francesco Totaro, Natur/Kapital 2, 2021, dittico, stampa digitale su alluminio e pittura acrilico su tela, cm 60×120. Foto: Laura Simone – Lab00, Modena

La scomposizione arriverà a parcellizzare anche il volto mentre i corpi, riconoscibilissimi, rimangono sfrangiati da filamenti di luce in modo che l’energia diventi tangibile. Totaro, in moltissimi punti di questa iconografia multidimensionale, inserisce il gioco del suo metalinguaggio, con messaggi indiretti che attirano l’emozione di chi osserva e inconsapevolmente riconosce il dettaglio, fino a ricomporne il significato in una migrazione inconscia di immagini e di simboli. L’artista, quasi un asceta della neofigurazione, ci invita ad attraversare un portale, quella dimensione spazio-temporale già percorsa da chi, viaggiatore dell’anima, ci ha preceduti. Le opere diventano allora testi teosofici e, sfidando ogni spiegazione razionale in termini di nessi causali, rivelano un mondo di forme e connessioni che finalmente, dopo la dicotomia in cui si è consumato il pensiero occidentale degli ultimi quattro secoli che ci ha resi estranei a noi stessi, trascendono la divisione fra pensiero e materia. Ed è per questa allusione al trascendente che risultano tanto affascinanti e parlano così profondamente al divino che siamo.
Mariateresa Zagone

L’intervista

[Mariateresa Zagone]: Chi è Francesco Totaro?


Francesco Totaro, e il partner Sandro Bicego, durante l’allestimento della mostra “Before and after painting”, a cura di Valerio Dehò, ottobre 2022 – La Giarina Arte Contemporanea, Verona. Foto: Cristian Lentini

[Francesco Totaro]: Una persona che attraverso il proprio percorso umano, estetico e di ricerca, ha compreso quanto tutto il reale esperibile nella nostra quotidianità, sia intimamente interconnesso. Un artista che – ponendo al centro del proprio lavoro l’idea di un essere umano nel quale mente e corpo sono strettamente connesse al loro ambiente – invita i propri osservatori a varcare la soglia di una dimensione “altra”, in cui la coscienza di ognuno di noi assume un ruolo chiave nella creazione della realtà percepita, oltre il modello vigente.

Ci racconti il tuo percorso artistico? Quando ti sei accostato alla pittura?

Dopo aver lasciato la Sicilia ed essermi trasferito a Bologna, ho esordito pubblicamente con il mio lavoro nella seconda metà degli anni Novanta, prendendo parte alla collettiva Restate all’erta. Luoghi d’arte sulla Via Emilia – un coinvolgente progetto espositivo curato da Stefano Gualdi e allestito presso i Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia, nel cui claim mi identifico ancora oggi: “Restate all’erta! Senza cultura non c’è libertà”.
Muovendomi al di fuori dell’Emilia Romagna, in concomitanza della mia personale Gli uomini con l’aquilone in testa, presentata nella galleria Nuova Arte Segno di Udine, ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con Cristina Morato – direttrice della galleria La Giarina Arte Contemporanea di Verona – con la quale ho instaurato un duraturo rapporto di collaborazione, fondato su una profonda sintonia e una grande stima reciproca.
Mi sono accostato alla pittura – acquerello, tempera, acrilico – fin dagli esordi, ma non l’ho mai intesa come un mezzo esclusivo, un ambito chiuso, anzi l’ho frequentemente utilizzata come elemento simbiotico di altri mezzi espressivi, come la scultura e la fotografia.
La mia ricerca si è successivamente ampliata approfondendo l’uso del mezzo digitale, attraverso la pratica della pittura mediale.

Qual è il tuo rapporto con la Storia dell’arte? Quali artisti o correnti sono stati imprescindibili per l’elaborazione del tuo linguaggio?

Lo studio della Storia dell’arte è parte integrante del mio percorso di formazione, e da questo punto di vista potrei definirmi un animale onnivoro – in antitesi a quelle che invece sono le mie scelte in ambito di alimentazione, in quanto vegano/vegetariano.
Ho letteralmente divorato i manuali scolastici e successivamente le monografie relative alle correnti artistiche che più mi attraevano, accompagnando queste letture – per quanto mi fosse possibile – con la visione dal vivo delle opere o delle performance.
In merito al mio linguaggio, non ho mai abbandonato completamente le soluzioni figurative, a vantaggio di una strategia dell’astratto e del simbolico, nemmeno quando mi sono allontanato maggiormente dalla sua definizione classica.

È vero che il primo atto di un’opera è sempre autobiografico?

I miei lavori ruotano intorno alla mia personale poetica di costruire qualcosa che possa valere anche per gli altri. Come ha di recente evidenziato Valerio Dehò, le mie opere “sono testimonianza di una positività dell’arte che vuole edificare ponti tra generazioni, che getta uno sguardo sul mondo che sta scorrendo sotto i nostri piedi”. Il primo atto di un’opera consiste in una sorta di profonda attenzione che viene rivolta verso la propria dimensione interiore, intima, “pescando” all’interno di quel mare magnum – di cui ognuno di noi dispone – la realtà che si intende rappresentare. Ed è in tal senso, che quest’azione risulta sempre autobiografica, indipendentemente dal mezzo espressivo che si utilizza e dall’idea che si intende trasmettere.

A tal proposito, dopo una serie di fortunatissime mostre, con curatele importanti, sei quasi “scomparso” dalle scene espositive per ritornare poi, a partire dal 2019, alla pittura – pittura che, fra l’altro, è stato il focus di una mostra per la curatela di Valerio Dehò. Ce ne parli?

In termini di esperienza personale, il bilancio della prima parte della mia carriera artistica, è sicuramente positivo – nonostante non sia stata priva di ostacoli. A partire dagli esordi del mio percorso nel mondo dell’arte, ho avuto la fortuna di poter entrare in contatto e di collaborare con numerosi critici, curatori e gallerie. Poi però succede l’ineluttabile: quando Thánatos, il Dio crudele figlio della Notte, ti priva di due delle figure femminili più importanti della tua vita – mia sorella e mia madre – vita privata e professionale subiscono un duro contraccolpo. La lacerante esperienza della perdita, ti mette crudamente di fronte alla presa di coscienza del fatto che il dolore divide, isola, e che l’elaborazione di un lutto è un percorso individuale, un’escavazione a mani nude nella profondità delle proprie paure, in cui esiti e tempi non sono prestabiliti. Non è un caso che nel 2019, quando me ne sono rispuntato sulla scena espositiva, come tu hai ricordato ponendomi la domanda, questo sia accaduto nella mia città d’origine, Messina – dove non avevo mai esposto in precedenza – e proprio con un ciclo di opere puramente pittoriche – io, artista mediale.
L’esperienza del ritorno, il ricongiungimento simbolico con quel grembo natale da cui tutto era scaturito – l’amore incondizionato, io stesso, la mia pittura – mi ha permesso di riemergere, con una nuova consapevolezza, ritrovando quella completezza, quella pienezza, che avevo creduto perse.
Sono anche grato del fatto che il bellissimo testo critico che introduce il catalogo della mostra personale di cui stiamo parlando – intitolata emblematicamente Crossings (attraversamenti, incroci), allestita nei monumentali spazi del foyer del Teatro Vittorio Emanuele – sia scaturito proprio dalle tue mani, che col sottoscritto condividi le origini.
Ma, torniamo al presente. Con Valerio Dehò c’è un rapporto di lunga data, ma il merito di averci fatti rincontrare, in questo caso, è di Cristina Morato – direttrice della galleria La Giarina di Verona – che mi ha voluto includere nella rosa dei quattro artisti i cui lavori sarebbero confluiti nella mostra Before and after painting (Prima e dopo la pittura), la cui curatela ha affidato appunto a Valerio Dehò.
Il concept del progetto guarda al lavoro di artisti che hanno sempre a che fare con la pittura anche quando non la praticano direttamente, basandosi sull’assunto che “la pittura esiste e resiste, anche se ricompare sotto forma di tecniche e linguaggi differenti, ma rimane come imprinting indelebile” – secondo le parole dello stesso curatore.

Francesco Totaro, Herz/Hirn 4, 2022, dittico, stampa digitale su alluminio e pittura acrilico su tela, cm 90×180. Foto: Laura Simone – Lab00, Modena

La tua narrazione dell’universo è quella di una profonda interrelazione fra tutte le cose, narrazione quantica cui obbediscono tutte le energie. Un ricerca artistica intrisa di una forma di spiritualità universale che trascende le singole religioni o i singoli sistemi filosofici… A ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari? Ce ne parli?

La mia ricerca creativa si basa sul presupposto che arte e scienza rappresentino un binomio inscindibile – del resto sarebbe praticamente impossibile immaginare la scienza senza le immagini: gli scienziati, come gli artisti, cercano una rappresentazione visuale del mondo. Per questo motivo, da tempo mi sono dedicato allo studio di testi scientifici che offrono una visione sorprendentemente coerente di un universo interconnesso e di una concezione dell’essere umano in cui la mente ed il corpo sono un concentrato di potere pulsante connesso al loro ambiente, in costante interazione con questo mare di energia. Secondo questa interpretazione, il mondo – o meglio, l’universo – è un grande scenario in cui tutto è direttamente e intimamente interconnesso. Si tratta principalmente di letture inerenti alla meccanica quantistica, che, fra le altre cose, ha già dimostrato ampiamente che non esistono né il vuoto né il nulla. E quale scenario potrebbe essere più stimolante per un artista, per chi opera nel campo dell’arte come creatore?

Che cosa accade nel mondo che i tuoi dipinti racchiudono? Cosa vorresti che il fruitore cogliesse principalmente nella tua opera?

Per i miei cicli di opere più recenti, mi sono riferito principalmente all’idea di Mente Universale, secondo la quale tutto il reale esperibile – anche nella “povera” quotidianità contemporanea e tecnologica – è intimamente connesso. Ciò che indago, partendo da figure prese dalla realtà metropolitana, decontestualizzate e immerse in un pulviscolo di rarefatte forme geometriche, è proprio questa interconnessione che lega l’individuo all’etere – termine, questo, equivalente della parola sanscrita Akasha, che nella filosofia indiana rappresenta la quintessenza, una sostanza fisica eterna, impercettibile e che tutto pervade: l’utero da cui tutto emerse e in cui, infine, tutto sarà riassorbito. Utilizzo la forma dittico – nella quale l’unitarietà dell’opera è costituita dall’accostamento di due elementi di per sé indipendenti ed antinomici (analogico/digitale) – per trascendere simbolicamente la dicotomia che caratterizza il pensiero occidentale moderno – la separazione fra pensiero e materia. Quello che vorrei che il fruitore cogliesse principalmente nella mia operaè questo tipo di messaggio universale, un messaggio in cui possa immedesimarsi il maggior numero di persone, attraverso un profondo coinvolgimento emotivo.

Secondo te qual è la funzione dell’arte oggi?

Le democrazie occidentali del XXI secolo, soffrono dello stesso malessere della società degli anni Sessanta del secolo scorso: sono bloccate, ferme, inglobando al loro interno le differenze, in nome di una massificante omologazione. Nel contesto di una società tecnologica avanzata che riduce tutto a sé, dove ogni dimensione “altra” è asservita al potere capitalistico e ai consumi – e ognuno di noi rischia di essere appiattito alla sola dimensione di consumatore – la ragione e il linguaggio non sono più in grado di trascendere la realtà. Per questo motivo, non essendo ancora usciti dalla “democrazia bloccata” – intesa secondo la visione del sociologo Herbert Marcuse – l’immaginazione diventa l’unico strumento capace di comprendere le cose alla luce della loro potenzialità, opponendosi al modello vigente. L’arte è una percezione inafferrabile e intuitiva, si esprime senza alcuna finalità e fissa il suo sguardo oltre al visibile. L’arte commenta la realtà in modo del tutto personale. L’immaginazione si sprigiona vigorosamente nell’arte e conduce chi la osserva – chi la partecipa – ad addentrarsi nella profondità del mondo, senza vincoli di alcun genere. Tutta l’arte, visiva, letteraria, performativa, fatta da un individuo o da un collettivo, porta la prospettiva dell’artista agli altri – alla società – ed è in questa capacità di trasferimento che risiede il suo potere di interazione con la società stessa.
Secondo me, oggi, la funzione dell’arte dovrebbe essere quella di divenire uno strumento concreto di riflessione e di spinta verso il cambiamento.

Cosa pensi, in generale, del “sistema dell’arte” in Italia?

Andando oltre il pensiero unidimensionale degli happy ew – e a quanto siamo ormai abituati a veder passare su canali ufficiali e social – credo che il “sistema dell’arte” in Italia, troverebbe un grande giovamento se artisti e curatori concorressero maggiormente a creare un’azione coordinata per riuscire a rappresentare le necessità e le istanze del nostro settore nella sfera pubblica. Auspicherei che entrambi convergessero verso l’obiettivo comune del raggiungimento di un orizzonte egualitario che contrasti la crescente affermazione di un sistema elitario. Le leve su cui agire sarebbero molteplici, ad esempio, a partire dalla maggiore dignità che bisognerebbe dare al ruolo dell’educazione dell’arte contemporanea nel sistema scolastico, fino ad arrivare all’ampliamento delle forme di mecenatismo. Si tratta di un problema culturale: stiamo parlando del generale grado di crescita civile ed intellettuale del nostro paese.

Contatti
Official Website | Galleria La Giarina | Vanilla Edizioni

Immagine in evidenza: Francesco Totaro, Harmonie/Dissonanz 2, 2021, dittico, stampa digitale su alluminio e pittura acrilico su tela, cm 90×180. Foto: Laura Simone – Lab00, Modena
Copyright: tutte le immagini © Francesco Totaro