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“Uso la fotografia come strumento di denuncia”. Intervista a Livio Senigalliesi

di Teresa Lanna.

Per fare il mio mestiere bisogna avere doti innate; non ci si può improvvisare. Quando volano le pallottole non sei in un film, non puoi cambiare canale! Ma non siamo supereroi; svolgiamo un lavoro rischioso, ma doveroso, perché consente alla gente di sapere cosa sia una guerra, e le fotografie restano un documento inoppugnabile di quanto accade nelle zone di conflitto”.

È quanto afferma Livio Senigalliesi (Milano, 1956), uno dei fotoreporter più apprezzati a livello internazionale che, in quasi trent’anni di lavoro, ha raccontato 25 conflitti in tutto il mondo.

Inizia la carriera di fotogiornalista all’inizio degli anni ’80, dedicandosi ai grandi temi della realtà italiana, le lotte operaie e studentesche, l’immigrazione, l’emarginazione, i problemi del sud e la lotta alla mafia. Alla fine degli anni ’80, amplia il proprio raggio di collaborazioni, focalizzando sempre più la sua attenzione sull’attualità internazionale, attraverso la pubblicazione di ampi reportage sulle maggiori testate nazionali ed estere.

La passione per la fotografia, intesa come testimonianza, e l’attenzione ai fatti storici di questi ultimi decenni, l’hanno portato su fronti caldi come il Medio-Oriente ed il Kurdistan durante la guerra del Golfo; nella Berlino della divisione e della riunificazione, a Mosca durante i giorni del golpe che sancirono la fine dell’Unione Sovietica e, inoltre, a Sarajevo, dove ha vissuto tra la gente l’assedio più lungo della Storia. Ha seguito tutte le fasi del conflitto nell’ex-Jugoslavia e documentato le terribili conseguenze di guerre e genocidi in Africa e sud-est asiatico.

Negli ultimi anni, ha concentrato il suo impegno, in modo particolare, su due grandi temi: le vittime civili dei conflitti e la condizione umana degli immigrati in Italia. Oltre alle mostre ed ai libri, realizza progetti didattici per gli studenti delle scuole, affinché la sua esperienza diretta avvicini i giovani ai temi della pace e della guerra ed alla comprensione delle migrazioni forzate.

Abbiamo intervistato Livio Senigalliesi in occasione dell’esposizione “Diario dal fronte” presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. Gli abbiamo posto alcune domande sul proprio percorso professionale, che, nel suo caso, viaggia in parallelo con racconti di vita e di morte.

[Teresa Lanna]: Lei inizia la carriera di fotogiornalista alla fine degli anni ’70. Come si è avvicinato alla fotografia?

Livio Senigalliesi
Livio Senigalliesi

[Livio Senigalliesi]: Erano anni contraddistinti dall’impegno politico e sociale. Iniziai a scattare le prime fotografie in bianco & nero durante le manifestazioni e raccontando la vita e il lavoro degli operai nel luogo in cui sono cresciuto, ovvero Sesto San Giovanni, la città delle fabbriche. Provengo da una tipica famiglia operaia e quindi documentavo quello che mi circondava. Ero un autodidatta pieno di buona volontà; fu necessario un periodo di “gavetta” per acquisire dimestichezza con fotocamera, obiettivi e pellicole. In seguito, arrivarono i primi contatti con le redazioni dei giornali e la comprensione dell’importanza della fotografia come documento giornalistico.

Lei usa la fotografia come strumento d’analisi sociale; qual è, in questo momento, la tematica scottante che, più delle altre, vorrebbe approfondire attraverso le immagini?

Il fenomeno che mi colpisce più profondamente è quello delle migrazioni, frutto di numerosi conflitti, carestie e cambiamenti climatici. Secondo dati nelle Nazioni Unite, sono più di 87 milioni le persone in fuga da guerre e povertà. Questa tragica realtà va avanti da decenni e riguarda tutti i continenti. Dispongo di un nutrito archivio d’immagini di profughi e, negli ultimi anni, ho seguito molte rotte migratorie per raccontare la vita e la morte di queste sfortunate persone che attraversano deserti e oceani in cerca di pace e di un luogo dove vivere.

Lei non ama definirsi “fotografo di guerra”, pur avendo vissuto decenni in zone di conflitto. Dopo aver scattato una quantità enorme di foto e aver toccato con mano l’inimmaginabile, cosa si sente di dire affinché si possa porre fine ad ogni tipo di massacro?

In realtà sono un fotografo di pace. Non amo la guerra e la violenza. Uso la fotografia come uno strumento di denuncia. Pur avendo lavorato e vissuto fianco a fianco con soldati di tutte le fazioni e conoscendo i peggiori criminali, io sono sempre dalla parte delle vittime, di ogni colore o etnia. Il mio mestiere richiede etica e umanità e ritengo che i giornalisti non si debbano mai schierare con una delle parti in lotta. Amo la pace, ma ritengo che la guerra faccia parte della Storia dell’uomo. Ci sono troppi interessi dietro i conflitti. quindi non posso onestamente immaginare un mondo in pace. Sarebbe pura utopia.

© Livio Senigalliesi – Kiev, Ukraina, Maidan, 2014

Oltre alle mostre e ai libri, lei realizza progetti didattici per gli studenti al fine di sensibilizzare i giovani in merito alle conseguenze della guerra. Quali sono le domande che più frequentemente le vengono poste dai ragazzi e quale, tra queste, la colpisce maggiormente?

I nostri giovani, per fortuna, sono cresciuti in un Paese che da più di 70 anni vive in pace e armonia. I ragazzi non hanno la minima idea di cosa significhi stare sotto le bombe o sentire le urla dei feriti. Per prima cosa, cerco di spiegare loro il contesto avvelenato in cui si svolgono i combattimenti. Non esiste limite al Male e alla violenza. Mostro loro alcune immagini e filmati e racconto come si svolge il mio lavoro, come si cerca di sopravvivere in prima linea. Una domanda che ricorre sempre, nel corso degli incontri nelle scuole superiori e nelle università, è la seguente: «Non ha mai avuto paura?». Ed io sottolineo quanto il sentimento di paura, spesso, ti salvi la vita, perché attiva in noi gli istinti più reconditi di sopravvivenza in un contesto ostile.

Quest’anno ha pubblicato il suo libro di memorie “Diario dal fronte”, distribuito via web dalla piattaforma Blurb.it. Se dovesse scegliere uno scatto tra i tanti in esso contenuti, quale sarebbe e perché?

In questo libro ho voluto unire le mie memorie, i miei incubi notturni, alle fotografie che ritengo più efficaci. La fotografia che preferisco e che mi ha reso famoso in tutto il mondo è quella scattata a Sarajevo, in Bosnia, durante il lungo assedio degli anni ’90. Ho immortalato lo sforzo di un uomo che cerca di spegnere le fiamme appiccate dai vicini alla sua casa. Io vivevo con quella famiglia e dormivo in quella stanza avvolta dalle fiamme; mi salvai per miracolo! È, a mio avviso, l’esempio classico di come, per svolgere questo mestiere, sia necessario star dentro l’azione. Il fatto di aver scelto di vivere con la gente, lontano da un comodo hotel, mi ha dato la possibilità di vivere la quotidianità e gli orrori della guerra da vicino. Il pericolo è il mio mestiere.

© Livio Senigalliesi – Gulf War, 1991

Tra i tanti riconoscimenti ricevuti nel corso della sua carriera, qual è il Premio a cui è più legato?

Senza dubbio, la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quale riconoscimento per il mio decennale impegno nel raccontare la guerra. Ma c’è anche un Premio ricevuto in Francia, nella città di Bayeux, località della Normandia, dove premiano i migliori reporter di guerra. Il primo fotografo insignito di questo riconoscimento fu Robert Capa. Quindi, nel mio ambiente, questo Premio vale quanto un Pulitzer.

Nel 2022, lei partecipa al documentario dedicato alla salute mentale, “Nei giardini della mente”, diretto dal regista Matteo Balsamo. Quanto è stato difficile approcciarsi a questa tematica?

A questo documentario, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, ho partecipato insieme ad altri fotografi che durante la propria carriera hanno documentato la vita nei manicomi. Il mio contributo si riferisce alla condizione dei malati di mente in zone di guerra dove spesso ho pensato che fossero più matti quelli fuori da quelle mura, cioè quelli che si massacravano per motivi etnici, religiosi o per il controllo dei pozzi di petrolio.

Quanto conta l’empatia in un fotogiornalista e quali sono le doti richieste a un reporter?

Per fare il mio mestiere bisogna avere doti innate; non ci si può improvvisare. Quando volano le pallottole non sei in un film, non puoi cambiare canale! Ma non siamo supereroi; svolgiamo un lavoro rischioso ma doveroso perché consente alla gente di sapere cosa sia una guerra e le fotografie restano un documento inoppugnabile di quanto accade nelle zone di conflitto. L’empatia è importantissima per trattare con soggetti fragili e traumatizzati, come profughi o feriti. Ma ciò che conta è anche la conoscenza del contesto, della lingua locale, la capacità di adattamento e delle motivazioni salde e profonde. Guardare in faccia la morte per anni crea delle ferite insanabili.

© Livio Senigalliesi – Kosovo, Rugovo, 1999

Immagine in evidenza: © Livio Senigalliesi – Bosnia, Sarajevo, 1996
Tutte le immagini: © Livio Senigalliesi