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“Animals”, il viaggio nel pianeta animale di Steve McCurry raccontato in un’intervista a Biba Giacchetti

di Fabiana Maiorano.

"Animals", il viaggio nel pianeta animale di Steve McCurry raccontato in un'intervista a Biba Giacchetti

Tre dromedari attraversano i pozzi di petrolio in fiamme, le loro sagome vaganti sono tristemente evidenziate da un fondale infuocato: questa immagine straziante dell’impatto ambientale e faunistico nei luoghi del conflitto del Golfo è, a mio parere, il manifesto di Animals, la mostra di Steve McCurry approdata a Bologna. Sono circa sessanta gli scatti che nelle sale di Palazzo Belloni mettono in relazione l’essere umano e gli animali, raccontando storie di vita quotidiana, talvolta estreme e ai confini del mondo, componendo un affascinante e riflessivo affresco corale che ritrae questo indissolubile legame.

L’evento offre un vero e proprio viaggio nel pianeta animale degli ultimi trent’anni, attraversando popoli e culture differenti, toccando i temi della povertà, del lavoro e del sostentamento che l’animale fornisce all’uomo, dell’affetto verso il proprio pet o animale ammaestrato.

© Steve McCurry

Questo sguardo sul mondo che offre la fotografia di McCurry non ha bisogno di presentazioni, lui è una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea e con i suoi reportage ha indagato le situazioni più diverse, spaziando dalla guerra alla street photography, dai ritratti ai paesaggi, agli animali. Forse è il fotografo americano più famoso dei nostri tempi e la forte capacità di entrare in empatia coi soggetti ritratti è impareggiabile, i suoi scatti lasciano un segno emotivo profondo che instaura una particolare empatia coi soggetti rappresentati. Nelle sue riprese esiste, inoltre, una ricerca estetica che in questa occasione bolognese si declina nei movimenti degli animali, nella loro natura, nel sottile rapporto tra i loro profili e i paesaggi che abitano.

Il progetto “Animals” ha pescato dall’immenso archivio fotografico di McCurry gli scatti che raccontano le diverse condizioni di vita degli animali di tutto il mondo ed è nato nel 1992, quando il fotografo si recò nei territori di guerra nel Golfo Persico per documentare il disastroso impatto ambientale e faunistico nei luoghi del conflitto.

© Steve McCurry

Non mi interessano gli animali solo quando vengono maltrattati perché quello che mi coinvolge è il racconto della situazione emotiva profonda. Credo di aver iniziato a fotografarli a partire dal 1972; addirittura anche prima. Ho sempre fotografato gli esseri umani e mi interessa molto l’interrelazione con gli animali. Fotografare gli animali è parte integrante del mio lavoro: narrare come vengono trattati, che tipo di sentimenti hanno, la comprensione e la compassione che l’uomo deve provare per loro. Sono abituato a fotografare gli animali in tutte le situazioni: nei momenti più toccanti oppure quando gli animali reagiscono e io stesso replico immediatamente perchè mi accorgo che in quei momenti ci sono tante storie da raccontare”, dichiara McCurry in un’intervista rilasciata a Biba Giacchetti, curatrice della mostra e principale referente degli eventi che riguardano il fotografo in Italia, la quale ha gentilmente rilasciato un’intervista in occasione della conferenza stampa della mostra.

© Steve McCurry

[Fabiana Maiorano]: Lei è curatrice delle mostre di maggior successo realizzate in Italia da McCurry, si occupa da circa vent’anni di grande fotografia d’autore ed è fondatrice di sudest57, un’agenzia di comunicazione. Com’è iniziata la sua avventura con la fotografia e come nasce una mostra su Steve McCurry?

[Biba Giacchetti]: Brevemente: la mia avventura nasce da una grande passione personale nei confronti della fotografia, dato che nasco come manager del mondo della comunicazione e quindi non ho, per dire, una professione direttamente correlata. Ad un certo punto della mia vita ho deciso che volevo fare di questa mia passione una professione e quindi ho cominciato a collaborare con l’agenzia Magnum, dove ho conosciuto quello che è diventato poi il mio maestro, Elliott Erwitt, il quale mi ha insegnato tutto quello che dovevo sapere della fotografia. E’ stata un’esperienza di vita per me importantissima, grazie a lui poi ho approfondito la conoscenza di tutti gli altri fotografi della Magnum e Steve è diventato il mio “fratello grande”. Sono ormai 25 anni che lavoriamo insieme ho curato 54 mostre sue, su un totale di 75 che ne ho organizzate, per farle capire il rapporto. Io e Steve abbiamo sempre sperimentato assieme le tecniche e le pratiche di selezione e allestimento in questi anni, mi ha permesso, con la sua fiducia, di fare delle prove curatoriali alternative e quindi di coinvolgere – per esempio – dei light designer per le sue mostre o degli architetti per le scenografie particolari, eccetera… il pubblico ha reagito con un successo straordinario e questo ha fatto sì che le istituzioni e i partner fossero molto aperti nei confronti di mostre dal forte impatto scenico, ma di grande successo. Questa libertà espositiva che spesso caratterizza le esibizioni fotografiche, fa sì che queste escano dall’enclave degli esperti per arrivare a tutti, indistintamente. Io sono quella che fa le “mostre popolari” di McCurry ed è per me un onore. McCurry parla del mondo e dunque le sue mostre devono piacere a tutti, devono coinvolgere i bambini, le signore, i non addetti ai lavori, gli appassionati… Sono costantemente in dialogo con lo spettatore, le mostre di Steve sono delle persone che pagano un biglietto e che dunque devono poter godere della loro mostra.

Si può dire che Steve McCurry ha un po’ sdoganato l’idea della fotografia per i soli addetti ai lavori, preferendo il pubblico…

…esatto! è una cosa che ha creato anche delle grandi invidie, nonché delle grandi critiche. Lui ha la capacità di parlare a tutti. Se dovessimo traslarlo nel mondo della musica, sarebbe Michael Jackson, un artista che ha fatto cose che nessuno di noi dimenticherà mai, che tutti abbiamo ballato e che piace a tutti. Questo mio paragone ha basi solide in un aneddoto che adesso le racconto: Michael Jackson per l’ultimo concerto che stava preparando, poco prima di morire, aveva chiesto a Steve le fotografie dei bambini che avrebbe voluto proiettare mentre cantava “We are the children”. Quando è stato fatto il concerto in onore di Michael Jackson dopo la sua morte, visibile su YouTube, i cantanti più importanti del mondo cantano insieme quella canzone e dietro passano le immagini di Steve McCurry. Questo è Steve McCurry: un fotografo che fa una fotografia sofisticata, interessante, che ha molti piani di lettura, però è anche vicina alle persone, come la musica di Jackson. Sono pochissimi quelli che riescono a fare questo.

© Steve McCurry

Pensando a mostre tipo “Leggere”, oppure “Icons”, o la stessa “Animals”, mi viene da chiederle se questi focus sono un’idea che parte dal fotografo o da lei.

Noi lavoriamo sempre insieme, la nostra è una collaborazione a due vie costanti da ormai 25 anni. Io so come devono essere costruite le mostre da un punto di vista di narrazione del circuito, quindi magari faccio un impianto, lui poi cambia delle fotografie dicendo di preferirne una piuttosto che un’altra, oppure delle volte propone di aggiungere immagini scattate recentissimamente accanto alle più storiche. Lavoriamo sempre all’unisono addentrandoci nel suo immenso archivio fotografico per selezionare una collezione da esporre.

Cosa vi ha spinto a realizzare una mostra come questa?

In verità Steve, come afferma, ha sempre fotografato gli animali, ma il momento in cui ha capito l’urgenza di “parlarne” è stato quando ha documentato la Guerra del Golfo, dove si è reso effettivamente conto dell’impatto che il genere umano ha avuto – ed ha tutt’ora – sulla fauna. Da quella missione del 1992 ha volto il suo sguardo empatico anche al mondo degli animali, cogliendone il legame profondo con l’uomo, nel bene e nel male. Ritrae le categorie più fragili, come ad esempio i bambini, esplorando la condizione dei civili nelle aree del conflitto e documentando le etnie in estinzione; “Animals” è, dunque, una mostra dedicata agli animali, ma parla anche del genere umano, colto nella sua relazione con le altre specie.
Che sia una relazione di sfruttamento, di amore o di sopravvivenza, lui narra attraverso la sua fotografia cosa succede in quei luoghi. Non abbiamo dei semplici ritratti come in “Icons”, ma è comunque una mostra di Steve McCurry, quindi l’elemento umano è sempre presente. In questo caso convive con l’elemento animale creando delle situazioni emotive che ci coinvolgono profondamente, come ad esempio lo scatto del ragazzino che dorme con la mucca, dove vi è un rapporto di dolcezza e vicinanza intima.

La scelta delle foto è stata difficile?

Quando si lavora con Steve la scelta delle foto non è difficile, è difficilissima. Il suo archivio è talmente vasto che decidere di usare un’immagine piuttosto che un’altra fa davvero male! Le immagini esposte sono state selezionate da un libro della Taschen dove ne sono raccolte tantissime altre sul tema. Quando scegliamo le foto da esporre e che quindi vanno a parete, facciamo un lavoro molto minuzioso perché il rapporto individuo\immagine inevitabilmente cambia dal libro al pannello. Immaginiamo poi sessanta, settanta immagini che insieme creano una narrazione in cui immergersi totalmente, coi propri pensieri e il proprio background.

Cosa deve offrire la fotografia al visitatore, e questa mostra in particolare?

La fotografia offre uno spettacolo, questa mostra offre un’esperienza, una riflessione, stimola sensazioni e sentimenti diversi in ciascun visitatore. Come dicevo, il rapporto individuo\immagine cambia e ognuno ha una sua reazione, per questo da un punto di vista curatoriale cerco sempre di alternare fotografie leggere, allegre per certi versi, a scatti più cupi, proprio per lasciare libero lo spettatore di cercare e scegliere quelle che lo emozionano di più. Ci sono delle persone che tornano una seconda o terza volta a vedere le stesse mostre, scoprendo delle foto che non avevano visto nel corso della prima visita; questa scoperta dipende molto da come uno si pone in quella giornata – cioè se tu arrivi dopo una giornata di lavoro e sei stanchissimo vedrai delle cose, in altri casi sei più sereno e ne vedrai delle altre. Queste nostre mostre, quindi, non vogliono essere, come dire, “passive”: il visitatore non deve recepire le immagini, deve metterci la sua libertà di interpretarle ed entrare in connessione con esse.

© Steve McCurry

Ci sono degli scatti di McCurry che preferisce?

Ovviamente. Ribadisco, però, che dipende dal momento, dipende dalla frase storica, dipende dalla mia vita in quel momento, che cosa rappresenta per me una determinata immagine. In certi momenti mi appassionano di più determinate fotografie rispetto ad altre, dipende anche molto dal progetto a cui lavoro. Ho in casa delle fotografie che lui mi ha regalato e con le quali interagisco quotidianamente, forse sono loro le mie fotografie predilette.

Tralasciando adesso McCurry che è un pilastro della fotografia mondiale, come vede il futuro della fotografia? Lei che ormai è navigata in questo mondo, ci sono dei fotografi emergenti sui quali consiglia di investire?

Si. Ce n’è uno straordinario, è giovanissimo e io già mi inchino alla sua maestria, che si chiama Joey Lawrence, si scrive Joey L, un ragazzo che sta già vincendo tanti premi e pubblicando libri. E’ molto giovane, questo mi dà speranza perché quando pensi di avere visto tutto e di essere martellato sempre dalle stesse cose, un bel giorno scopri un genio. Un altro ragazzo, italiano, è Lorenzo Vitturi, che ha fatto anche tante cose nella regione Emilia Romagna lavorando con la collezione Max Mara e varie fondazioni. Vitturi è un artista che utilizza l’immagine in una maniera tutta sua, con una sua eleganza e una sua composizione; anche in questo caso quando vedi le sue fotografie ti stupisci, seppur ne hai viste milioni di miliardi. E’ ben vero che io sono mitragliata quotidianamente da fotografi che vorrebbero una mia rappresentanza, che vorrebbero che guardassi i loro lavori, ma la mediocrità impera. Magari c’è un livello di buona maniera ma non il talento.

© Steve McCurry

Allora qual è l’essenza della fotografia? Lei comunque spazia molto, sono generi molto diversi quello di McCurry, della Modotti, dello stesso Erwitt…cosa li accomuna?

L’essenza della fotografia è fatta da una serie di cose. Di base vi è una composizione artistica che ha dei piani di lettura compositivi, con degli assi compositivi, che è una cosa che chiunque può imparare se si applica. Questa ci deve essere, quindi le fotografie devono essere belle da un punto di vista estetico, poi se sono belle il messaggio arriva più velocemente. Il messaggio che contengono è l’altro punto, che rafforza inevitabilmente il primo, perché non tutti sono capaci di fare una foto bella che contenga un messaggio. Pensiamo in questo caso a di Tina Modotti: è stata l’allieva di Weston, il quale faceva delle fotografie formalmente perfette, totalmente priva di anima, diversissime da quelle di lei. Le calle di Weston sono belle ma non dicono nulla, le calle di tina contengono una sua fragilità, un suo pensiero, una sua tristezza, una sua riflessione. Un ulteriore fattore da non sottovalutare è quello della sorpresa, dello stupore che riesce a trasmettere una fotografia. Questi elementi sono l’essenza della fotografia ed accomunano artisti come McCurry, Modotti ed Erwitt.

Sabato 8 Ottobre 2022 – Domenica 12 Febbraio 2023
Steve McCurry. Animals
cura: Biba Giacchetti.
PALAZZO BELLONI
Via Barberia, 19, 40123 Bologna
palazzobelloni.com

Tutte le immagini © Steve McCurry