Berlinde De Bruyckere. L’anatomia del trauma

di Paola Milicia

L’opera dell’artista belga Berlinde De Bruyckere (1964, Gand) instaura una narrazione incentrata sulla citazione del riuso sia sul piano estetico che semantico. L’idea si fonda sulla possibilità di conferire un senso di dejà véçu a nuove composizioni, a partire dal significato residuale rinvenibile in oggetti di scarto come ritagli di stoffa, pelli di animali trattate, rami di albero, da cui l’artista avvia una rielaborazione traumatica del repertorio di forme e situazioni del passato.

Quello di De Bruyckere è un linguaggio artistico attraversato da una forte connotazione antropologica e culturale in cui la disincantata rilettura della storia e del tempo coincide con l’appropriazione di un senso sottinteso nel processo di riutilizzazione e giustapposizione dei materiali.

La visibilità, la concretezza, la monumentalità che si mescola con l’idea di locus sacrale e sacrificale, dunque, di morte, la trasparenza in senso letterale ma anche concettuale dell’oggetto scultoreo, attribuiscono alla riproducibilità scenica dell’esperienza umana contenuta nella Storia la medesima verità e fedeltà emotiva di un sentimento di già vissuto che è insieme distruttivo e ricongiungente con l’idea di reale.

Le funzioni cognitive di riconoscimento e di recupero della memoria attivano nell’osservatore un sentimento di super-perturbante che non è più legato alla metafisica del vuoto, piuttosto si appella alla concretezza dell’oggetto svelato nella sua massima espressività e tangibilità materica.

Il montaggio innaturale e al contempo iper-reale delle scene appare come un’architettura del panico che, pur insistendo su quel generale stato di turbamento e di angoscia di ciò che conosciamo e riconosciamo come familiare, ne ha licenziato i cliché operando una selezione, anzi, una vera e propria discriminazione visiva dell’oggetto: l’artista, infatti, sembra prediligere il meccanismo di significazione che trasla così dalla materia fino a riconquistare l’idea di uno svelamento della realtà colta nel pieno della sua drammaturgia.

L’improvvisa sensazione che l’istante in cui osserviamo l’installazione sia stato già vissuto e che si ripresenti nelle stesse condizioni è per l’artista un memento mori ad alto valore emotivo che si estende a tutti gli elementi presenti in quel momento nell’ambiente percepibile, anche se nuovi o mai visti prima.

Nella mostra “Aletheia” ospitata dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (12 luglio 2019-20 ottobre 2020), il cui titolo punta mimeticamente sul concetto di realtà ‘disvelata’, l’oggetto si congeda dall’irriconoscibilità soggettiva e neutra per approdare a un significante ricostruito attraverso la percezione e il rinvenimento di sé.

La scena è quella di un grande campo di concentramento, di fosse comuni, di una guerra di trincea, di un Olocausto già vissuto a ancora “vivente” nel senso di una riproducibilità inesauribile: tanto più la rappresentazione si serve di frammenti anonimi, de-umanizzati, spersonalizzati, privi di un ‘nome’ e di una biografia a cui attribuirli, tanto più gli oggetti acquisiscono un’autonomia figurale e morale paragonabile alla sacralità del sacrificio e del martirio e per questo assumono un’aurea trascendentale sacra e immortale.

Da questo momento, la memoria della morte e la sua ‘giustificazione’ coinvolgono non solo i morti ma i vivi, o i sopravvissuti: assieme al concetto di morte indifferente e senza nome prende il via un senso di colpa eterna che ricusa l’immagine del sonno pacifico plasmato sulla fede e il perdono divino.

Sull’universo mortifero dell’artista, la fine incombe piuttosto come un reato, un torto, un atto di crudeltà, come una volontà assassina che tortura, lacera e scompone, che disconosce l’ineluttabilità dell’agire secondo Natura, a cui invece si sostituisce una precisa voluttà alla sofferenza programmatica, indotta e per questo ancor più angosciante. L’eccesso dello sguardo urta i sensi, provoca un sentimento di colpevolezza perché si assiste impassibili al decadimento della vita e del suo senso, o come in un mattatoio, al compiersi di una morte ‘manomessa’ dalla tortura e dalla sofferenza.

Le sculture di animali e di corpi umani agognanti e vulnerabili, perfettamente realistiche, sembrano accogliere ancora una vita residuale che trasferisce alla visione un sentimento di sofferenza a cui si vorrebbe porre fine. L’artista è riuscita a esibire il momento preciso in cui la vita sta per abbandonare il corpo.

Ma il realismo macabro e traumatico di Berlinde De Bruyckere ha anche una pulsione ‘rivitalizzante’: le cicatrici, i tagli, gli ematomi, le mutilazioni, gli assemblaggi mostruosi di stoffa e cera contribuiscono a formare l’identità scioccata del soggetto traumatizzato come condizione necessaria perché si possa ripristinare il dialogo tra vita e morte che ha inconsciamente smesso di funzionare.

In contrasto con un senso di orrore, le opere rivendicano una redenzione, un risarcimento all’ingiustizia subita che per l’artista si compie attraverso una pantomima della cura di quelle che tratta come reliquie o come spoglie sofferenti, in un gesto delicato e responsabile capace di onorarne l’esistenza e preservarne la memoria.

Paola Milicia